Ripartire da zero: incontro al Maschio Angioino

Ripartire da zero: incontro al Maschio Angioino
Illustrazione di Laura Capuano

“Quando pensate alla Neurologia voi dovete intenderla come un insieme di sistemi, di collegamenti che si dipanano in tutte le zone del corpo”.
Il professore spiega con una fermezza che non avevo mai riscontrato prima. Il passo cadenzato dei suoi movimenti è come un rullo di tamburi per la mia testa, troppo ingorda di pensieri per poter comprendere realmente l’importanza di nervi e sinapsi. Ho bisogno di uscire, di mettere da parte tutto questo per un attimo, e anche qualcosa in più.
Perché sei andato via, io non lo capirò mai.
La mia Facoltà è accolta da un pezzetto di Maschio Angioino. Così, dai punti giusti, il panorama da osservare è sensazionale, uno schiaffo in faccia a chi questa città proprio non riesce ad apprezzarla. Il vento spira forte, nonostante il sole battente. I capelli davanti agli occhi, i turisti che sbarcano, le macchine transitano. Il mare accoglie sguardi sorridenti, bambini felici, studenti svogliati.
Ho quasi tutto quello che mi serve. Quasi, perché manchi tu.
La panchina è abbastanza scomoda ma non ci bado. E’ un pezzo di pietra che serve solo ad accogliere il mio dolore. Non riesco a dimenticare di aver costruito così tanto con te, di aver dovuto lottare per nulla. Quella sensazione di inadeguatezza che sconvolge la mia mente finisce anche per abbattere il mio cuore.
Piango anche se chi passa mi osserva. Una coppia mormora qualcosa, un gabbiano vola troppo basso, sulle strisce pedonali qualcuno attraversa guardandosi ai lati compulsivamente. La brezza sfiora le lacrime ma di certo non le asciuga.
Ed io non so quando finirà. Non penso di volerlo sapere.

 

“Ecco, tieni. Il mascara non è a posto”.
Un ragazzo mi porge un fazzoletto. E’ seduto dall’altra parte della panchina. Io nemmeno l’avevo sentito arrivare.
Lo ringrazio distrattamente, torno a pensare ai ricordi in frantumi.
“Posso chiederti cosa c’è che non va”?
E’ gentile, ma non ho voglia di essere compatita. “Pensavo ad una persona, ma ora sto bene”.
“Perdere qualcuno è sempre un’esperienza tragica, da qualsiasi punto di vista. Si parte spesso dal presupposto che senza gli altri noi siamo nulli, non valiamo niente. Questo è vero solo a metà. Ma, appunto, per la metà coinvolta non c’è dolore più grande”.
Uno sconosciuto che riesce a capire tutto da uno strato lipidico sugli occhi. Qualità rara.
“Non ti ho mai visto in Facoltà”
“Perché io non studio qui. In realtà non frequento nemmeno l’università. Sono qui solo di passaggio. Oggi è davvero una bella giornata”.
Vorrei tanto potergli dire che ha ragione.
Nemmeno Giorgio frequentava l’università. Ma quello che scorreva dentro di lui era il sangue di un piccolo saggio, composto e misurato.
Per un attimo mi sento libera. E forse ho davvero bisogno di lasciarmi andare, affrontando i demoni e tutto ciò che non vorrei avere sulle spalle.
“Un anno fa il mio ragazzo è scomparso. Un incidente in moto, quindici giorni di coma e poi è andato via, senza nemmeno poter salutare. Ero innamorata, facevo progetti con lui. Mi mancano le sue carezze, gli atteggiamenti rassicuranti, lo sguardo con cui mi proteggeva dalle impurità di questo schifo. Non credo di essere più me stessa. E non so che cosa posso fare ancora, né come utilizzare il tempo che ho davanti. Vorrei poter essere felice, spensierata. Perché no, magari persino potermi innamorare di nuovo. Ma è come se io restassi su questa panchina per tutta la vita, e quella barca di fronte a noi si allontanasse sempre di più”.
E’ un estraneo, le mie parole saranno importanti quanto formiche in un’ipotetica savana per lui. Ma avevo davvero bisogno di sfogarmi, evidentemente.
“Cosa pensi di aver imparato da questa esperienza?”
Onestamente mi aspettavo qualsiasi reazione, tranne che una domanda del genere. Compatimento, condoglianze, falsità. Di certo non curiosità.
“ Che non siamo eterni. Che i progetti a lungo termine sono inutili. Che è difficile dire addio”.
Per qualche secondo il suo silenzio mi perplime. I suoi occhi si posano sui miei quasi senza emozioni, le palpebre sbattono a malapena. Con la mano destra prende un ciondolo dalla tasca. L’osserva come fosse il Santo Graal, quasi con un certo timore reverenziale.
E’ incredibilmente uguale ad un ciondolo che posseggo anch’io, e che ora dovrei avere nella borsa. Sarà dello stesso modello.
“La mia ragazza lo indossava sempre nelle occasioni speciali, quelle che riguardavano solo noi. Le dava un tocco quasi mistico, irreale per me. La sua bellezza avrebbe occultato qualsiasi luce. Ora non è più con me. Questa è la sua eredità materiale. Dentro di me, però, ho conservato molto altro: la voglia di ricordarla, la necessità di comprendere il nostro percorso, la sicurezza di essere stato più che amato, e mai senza candore”.
Anche lui mi vedeva così, quando indossavo il pendente.
“Posso chiederti cosa è successo”
“Qualcosa che forse non capisco ancora”, risponde.
Mi sento confusa ma le sue parole sembrano sincere.
“ La forza principale dell’essere umano è stata sempre l’arte della sopravvivenza, la forza di sapersela cavare aldilà di qualsiasi situazione. Io pensavo che il dolore fosse un sentimento maligno, subdolo. In realtà c’è da prenderne solo in positivo. Lotta per tutto ciò che sei e che vuoi diventare. Fatti strada in mezzo alla malinconia e alle perplessità, ripesca le cose belle dai ricordi e rendile personali, preziose, avvolgenti. Indossale come un gioiello da portare ad una serata di gala, perché sono la cosa più importante che possiedi in questo momento. Torturarti serve a poco. Ama, continua e non fermarti: è questo che ci tiene tutti in piedi, d’altronde. Altrimenti il nostro scopo nella vita sarebbe quantomeno insulso”.
La sua forza d’animo è ammirevole. Il vento si è calmato, la polvere non si alza più. Ripenso alle gite fuoriporta, ai film guardati insieme, alle risate in piena notte. Forse bastava solo girare la medaglia, per vederne l’altra faccia.
Rimette il ciondolo in tasca, e lo fa con una delicatezza immensa, quasi avendo paura di romperlo.
“Io non so dove mi porterà il futuro. Non credo ci sia qualcosa di prestabilito. Forse, però, è importante seguire delle linee guida, utilizzando le impronte per trovare la strada di casa. Continua senza esitazione a costruire il tuo cammino. E vedrai che tutte le cose hanno sempre un lato chiaro. Non sei una comparsa ma la protagonista. Chi deve guardarti, anche se non da vicino, lo farà. Te lo prometto”.
Vorrei poter dire tante cose. Ma piango di nuovo. Solo, stavolta, per l’emozione.
Mi porge un altro fazzoletto. Poi osserva il molo Beverello con attenzione.
“Guarda, la barca si è avvicinata. Ora sarà più facile”.
A volte basta soltanto un parola.
“Grazie”.
Il dolore che ho edificato dentro di me in questi giorni di fuoco non è stato vano. Credo di aver capito troppo tardi come la prospettiva sia fondamentale per affrontare una sfida di questa portata: la sabbia è molta ma scavando potrei trovare acqua. Prima forse mi cullavo troppo nella negatività. Ora lo farei a mani nude.
Mi giro per un attimo. Questo castello maestoso, a pensarci bene, non l’avevo mai osservato con tutto il mio cuore. Da oggi cambieranno molte cose.
Ho raccontato a questo ragazzo cose che non direi nemmeno alle mie amiche. Credo sia il minimo presentarmi come si deve.
Sparito. Com’era d’improvviso arrivato, d’improvviso se n’è andato.
Ho uno strano pensiero per la testa. Una cosa folle, senza senso.
Navigo con la mano tra gli scogli della borsa. Il ciondolo non c’è. A questo punto, inizio a pensare non ci sia mai stato.
Guardo al cielo. Qualcuno sta giocando con me. Ma l’apprezzo, mi serviva.
Torno in classe. Il professore spiega con rinnovata concretezza. “Vie e centri sono gli strumenti primari per trasportare l’informazione”.
Avevo bisogno della scintilla giusta. Non cancellerò il passato, non comprometterò il futuro. Quest’aula ora non è più ingombrante, i tamburi hanno smesso di suonare.
La strada è lunga, tantissimi i chilometri da percorrere. Sarai con me, a prescindere.
La tua moto va veloce, ed io ti amo ancora.

 

Claudio Agave

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