Ti manderò un bacio

I gemelli del cuore-by Lisa90EM-per Roberta1

Questione di cuore. 

“Peppí, passa la palla a me!”

“No, Peppí, passala a me!”

3-3, un goal e avrebbero vinto. Il destino della partita era tra le mani (o meglio, tra i piedi) di Peppino. Sarebbe stato più logico passarla a Luigi in quanto era più vicino alla porta avversaria, ma con il tempo aveva imparato che, a volte, logico vuol dire prevedibile. Tutti avevano gli occhi puntati su di lui: avrebbe passato la palla a Luigi o a Ciro?

“Al diavolo tutti quanti!” con una mossa sorprendente non la passó a nessuno dei due ma, facendo un azzardatissimo slalom tra i calciatori della squadra avversaria, riuscì ad avvicinarsi alla porta e tirò.

Goal.

Avevano vinto.

Ed ecco tutte le vuvuzelas inondare il campo con il loro suono, accompagnate dalle urla dei tifosi. I giocatori e il loro allenatore si abbracciarono e corsero per il campo esultando. Peppino fu acclamato dalla folla mentre veniva sollevato dai suoi compagni di squadra e portato a fare il giro del campo.

Ma, all’improvviso, tutto iniziò a girare agli occhi di Peppino, una fitta in petto, buio.

Fu tutto fulmineo.

Cadde a terra privo di sensi, arrivò l’ambulanza, fu portato al Santobono; medici, infermieri, accertamenti.

2 giorni dopo

“Mamma, mamma! Si è svegliato!” gridò un ragazzino identico a Peppino tranne che per una voglia sotto l’occhio destro correndo per i corridoi del Santobono ed evitando prontamente tutti gli ostacoli che gli si presentavano: barelle, infermieri, carrelli…

“Mamma, dove diamine sei?”

“Luigi, non si corre e non si urla negli ospedali!” lo rimproverò la madre quando lo vide, tentando di darsi un’aria severa ma con scarso successo: era stanca, troppo stanca, tanto da sembrare più anziana di quello che era.

“Si è svegliato Peppino”

“Davvero?”

“Sì, ti sto dicendo!”

La donna corse a perdifiato fino alla camera del figlio seguita da Luigi che protestó: “Mi avevi detto che non si corre negli ospedali!”

“In questo caso hai fatto benissimo”.

Entrati nella stanza, trovarono un Peppino più che sveglio, già intento a esasperare l’infermiera.

“Peppino, possibile che fai sempre questo?”

“Signò, cinque minuti che si è svegliato e già non ce la faccio più” esclamò l’infermiera gesticolando come una forsennata e uscendo dalla stanza.

“Allora, quando si mangia?” chiese il ragazzino come se nulla fosse successo.

“Peppí, nel manicomio ti dovevano portare”.

Nei giorni successivi i medici non permisero a Peppino di uscire dall’ospedale e ogni volta che i due fratelli chiedevano alla madre spiegazioni, lei rispondeva “Precauzione” ma, per come lo diceva, Luigi capì che c’era qualcos’altro sotto.

Un giorno, mentre camminava per l’ospedale con un nuovo videogioco in mano da portare al fratello sentì provenire da dietro una porta socchiusa la voce di sua madre che si alternava con una maschile e così si mise a origliare. “La porta era aperta” pensò come giustificazione per mettersi apposto la coscienza. Era il turno della voce maschile: “Vede, signora, lo stato di suo figlio è peggiorato”. Luigi trattenne il respiro.  Aveva notato un cambiamento in Peppino, ma quest’ultimo aveva dato la colpa alla forzata reclusione in ospedale, per questo Luigi ormai gli portava un regalo al giorno. “E questo perché la sua malformazione cardiaca è grave e andrebbe attuato un trapianto immediatamente ma, purtroppo, non ci sono donatori compatibili. In effetti, in questo momento sembra che l’ unica persona che ha il cuore compatibile con quello di Giuseppe, sia proprio suo figlio Luigi, essendo loro gemelli omozigoti. Mi dispiace dirle, signora, che se non si attua un trapianto il prima possibile, suo figlio potrebbe non farcela”. Non volle sentire oltre. Corse a perdifiato fino al cortile dell’ospedale e si gettò a terra disperato. Le parole del dottore gli rimbombavano in testa, gli sembrava che stesse per esplodere. Non capiva più niente e l’unica cosa di cui era certo era che tutto quello che stava accadendo alla loro famiglia era ingiusto. “Perché?” più se lo chiedeva, più era un mistero.

Una cosa era certa: suo fratello non poteva morire…. aveva solo 12 anni!

Nesssun cuore compatibile eccetto il suo: doveva aiutarlo. Avrebbe mai rinunciato alla sua vita per darla al fratello? Avrebbe avuto tanto coraggio. Il pensiero lo fece rabbrividire. Scacciò quei brutti pensieri, si fece coraggio e andò a trovarlo.

Passarono così alcuni giorni, Luigi tentava di far distrarre il fratello in tutti i modi, un po’ con i regali, un po’ con la sua costante compagnia, ma la salute di Peppino peggiorava vistosamente di giorno in giorno. Ciò che assillava Luigi era: come avrebbe fatto a continuare la propria vita sapendo che avrebbe potuto fare qualcosa per salvare suo fratello e che invece non aveva fatto niente? Non sarebbe stata vita ma un continuo susseguirsi di rimorsi. Perché stava aspettando così tanto? Peppino stava male e lui tentennava!

Era domenica e la casa era vuota: la mamma era andata in ospedale a passare il giorno con Peppino, quindi aveva tutto il tempo per agire. Scrisse una lettera:

Cara mamma,

Dà il mio cuore a Peppino, ne ha bisogno lui più di me. In questo modo non mi avrai mai perso ma continuerò a vivere in lui.

Il mio cuore sarà sempre con voi.

Vi voglio bene.

P.S. Fai leggere a Peppino questa frase: “Ti manderò un bacio con il vento e so che lo sentirai, ti volterai senza vedermi ma io sarò lì”. Dedicagli questa frase di Pablo Neruda il suo scrittore preferito

Digli che anche io da lassù gli manderò baci che sentirà.

Poi ingoió le pillole.

Peppino fu operato con successo. Quando si fu ripreso, venne a sapere ciò che aveva fatto il fratello. Da quel momento in poi lui e Luigi avrebbero avuto un legame particolare, diverso ma anche più forte: era un tipo di legame che andava oltre la vita terrena. Sentiva fortemente la presenza di suo fratello nel suo cuore e per ricambiare il suo gesto decise di vivere la propria vita per sé e per Luigi.

Viaggiò, si laureò, divenne un valente cardiologo, si sposò ed ebbe un figlio che chiamò Luigi.

“Fratello mio, continuerai a vivere anche dopo di me” disse appena vide il neonato con una piccola voglia sotto l’occhio destro.

In quel momento sentì un soffio delicatissimo sulla guancia e, ricordandosi della frase che gli aveva dedicato il fratello nella lettera d’addio, si voltò e non lo vide ma seppe che era .

Seguici su Facebook!

More from Roberta De Masi

La lettera del soldato

    Napoli, 1945   Claudicante si trascinava di giorno e di...
Read More

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *