Il Forte di Vigliena ed il sacrificio dimenticato

Il Forte di Vigliena ed il sacrificio dimenticato

Mi sono spesso soffermato sulle rovine di un vecchio edificio di cui non ne sapevo nulla. Pietre di tufo che mi hanno poi svelato una storia affascinante.

Quella che voglio raccontarvi è la vicenda di un gruppo di uomini coraggiosi che si sono sacrificati per l’amore di un ideale di libertà e democrazia. Teatro di questi avvenimenti è stato il Forte di Vigliena, poco fuori le mura di Napoli nel ‘700.

Oggi di quel forte è possibile vederne, tra l’incuria e l’abbandono, solo alcuni resti in via Marina dei Gigli a San Giovanni a Teduccio. La sua costruzione risale al 1702 e si deve al  Viceré Juan Manuel Fernández Pacheco y Zúñiga, marchese di Villena, da cui prese il nome.

L’importanza storica della fortezza è legata a un episodio che vide contrapposti la Legione Calabra, sostenitrice della Repubblica Napolitana, e le forze sanfediste del cardinale Ruffo, avvenuto il 13 giugno del 1799.

Nell’antivigilia di Natale del 1799 i Borbone, nel tentativo di liberare Roma dall’invasore francese, furono costretti alla ritirata. Incalzati dalle truppe francesi, giunsero sino a Napoli dove il 23 gennaio dello stesso anno veniva piantato l’albero della libertà e proclamata la Repubblica Napolitana.

Al Re Ferdinando IV e alla sua Corte, dunque, non restò che cercare riparo a Palermo sotto la protezione della Marina inglese.

Mentre in gran parte delle province del Regno si rovesciarono i rappresentanti del governo borbonico,  Il clero e la polizia tentavano di raccogliere una milizia da mandare a Napoli contro i giacobini. Il Cardinale Rufo si diresse a Palermo per domandare al Re uomini e navi per riconquistare il Regno. Ricevuto il titolo di “Comandante Generale” del Re, Ruffo ottenne una nave e sette uomini. Per reclutare quanti più uomini possibile il Cardinale fece leva sul carattere anticlericale del movimento repubblicano alimentando le paure del popolo e non disdegnando neppure l’aiuto dei banditi a cui promise la cancellazione di ogni pena nel caso in cui fosse stato ripristinato il governo borbonico. Cosi facendo il Cardinale Rufo riuscì a radunare un esercito di ben 25mila uomini e con questo iniziò la risalita della Penisola alla conquista di Napoli.

Contro l’avanzata del Cardinale Rufo e della sua armata, sotto una bandiera nera con su scritto “vincere, vendicarsi, morire”, si formò in città un esercito di volontari, la Legione calabra. Uomini  male armati e poco organizzati ma pronti al sacrificio estremo per la difesa della libertà da poco conquistata.

La Legione Calabra rimase in città a presidio di Castel Nuovo e del piccolo forte di Vigliena.  Il forte di Vigliena era difeso da circa centocinquanta uomini della Legione calabra, al comando del sacerdote di Corigliano Calabro Antonio Toscano.

Il 13 Giugno del 1799, giorno di Sant’Antonio, si consumò presso il forte di Vigliena una cruenta battaglia. Incalzati più volte dalle truppe sanfediste del cardinale Ruffo, gli uomini della Legione Calabra resistettero strenuamente fino a quando si resero conto di non poter fare nulla contro il nemico. A quel punto Antonio Toscano, ferito a morte, riuscì a raggiungere la polveriera e fece saltare in aria l’intero forte. L’esplosione fu così fragorosa che ai napoletani sembrò stesse scoppiando il Vesuvio.

Alexandre Dumas, nel suo saggio sui Borbone di Napoli, descrive l’accaduto con queste parole:

«In quel punto, s’intese una spaventevole detonazione, ed il molo fu scosso come da un terremoto; nel tempo istesso l’aria si oscurò con una nuvola di polvere, e, come se un cratere si fosse aperto al piede del Vesuvio, pietre, travi, rottami, membra umane in pezzi, ricaddero sopra larga circonferenza

Annientata la Legione Calabra, le truppe del Cardinale Rufo diedero assalto al vicino Castello del Carmine conquistando la città e mettendo fine al sogno repubblicano.

Antonio Toscano si immolò il giorno del suo onomastico all’età di 22 anni e cinque mesi, vestito da prete anche se non aveva ancora ricevuto gli ordini sacerdotali. Del suo gesto e del sacrificio dei suoi compagni se n’è persa la memoria. La Calabria è ricordata come la Vandea della Rivoluzione Napoletana, dimenticando le migliaia di giovani che hanno sacrificato la propria vita per la libertà.

La statua di Antonio Toscano, opera di Francesco Jerace, è oggi esposta in una mostra permanente al Maschio Angioino nella sala Carlo V.

 

 

Marco Ferruzzi

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