L'amore e il sangue dietro San Domenico Maggiore

L’amore e il sangue dietro San Domenico Maggiore

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In questa chiesa ebbe inizio una delle tante storie che popolano ,con il loro vivido ricordo , le strade, i vicoli e le piazze di Napoli. La chiesa da cui partiamo è la Chiesa di San Domenico maggiore, sicuramente una delle più monumentali e affascinanti di tutto il centro storico partenopeo. Oggi però non mi soffermerò sulla sua storia, di quello ci occuperemo la prossima settimana.

In questo luogo sacro nel 1586, in pieno dominio spagnolo, si celebrarono le nozze tra Carlo Gesualdo principe di Venosa e sua cugina, Maria d’Avalos d’Aragona . Sicuramente non si trattava di un’unione basata su un amore sincero , essendo appunto un matrimonio di convenienza teso ,da una parte, a garantire un erede alla nobile casata, dall’altro, a garantire maggiore ricchezze ad entrambe le nobili famiglie; sebbene la giovane fosse due volte vedova e già madre di due figli.

Concepito il loro erede, Emanuele, Carlo Gesualdo tornò presto a dedicarsi alla sua più grande passione, la musica. Egli era un eccellente compositore, molto stimato alla corte spagnola. Persino Torquato Tasso scrisse molti versi all’ interno della corte dei Gesualdo. Il comportamento di Carlo però non era della stessa levatura nell’ambito della vita matrimoniale, tant’è vero che ben presto la sua consorte Maria ne ebbe abbastanza.

La dama infatti, senza nessuna remora, cominciò ad accettare le avances perpetrate dal giovane ed avvenente Fabrizio Carafa, duca d’Andria e conte di Ruvo, che ella conobbe durante una festa. La relazione durò per oltre due anni senza che Carlo ne fosse a conoscenza; fu però uno zio del principe di Gesualdo, Don Giulio, a tradire la giovane coppia. Infatti tale don Giulio aveva tentato in precedenza di corteggiare la giovane dama, ma respinto, trovò nel rivelare la sordida tresca tra i due nobili napoletani, un modo per dare sfogo al proprio livore.

Rendendosi conto che la notizia del loro amore stava diventando di dominio pubblico, Fabrizio propose di allontanarsi, ma Maria affermò che avrebbe affrontato la morte piuttosto che piegarsi alla volontà del marito. E così fu. Una sera Don Carlo tese loro una trappola. Finse di partire per una spedizione di caccia, invece scoprì i due amanti in flagrante. In quella notte egli comandò ai suoi sicari di uccidere i due giovani mentre egli stesso attendeva nella stanza accanto.

Il giorno dopo i corpi dei due disgraziati furono appesi in piazza. Si dice che l’urlo della giovane sia ancora udibile a volte in piazza San Domenico Maggiore tra l’obelisco e il Palazzo di Sangro dei principi di Sansevero. Dopo poco crollò l’ala del palazzo dove avvenne il delitto, ma si dice ancora che nelle notti di luna piena sia possibile scorgere una figura femminile aggirarsi per la piazza, alla ricerca dell’amor perduto.

-Gaia Borrelli

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