La storia di Salvo D'Acquisto: morire per la patria a vent'anni

La storia di Salvo D’Acquisto: morire per la patria a vent’anni

11069578_897871393586669_252005493_oA vent’anni non si può morire“, si esclama dinanzi alle tragedie che coinvolgono ragazzi. Eppure oggi Piazza Carità ricorda proprio l’opposto con il suo monumento: un inno alle emozioni estreme dei vent’anni, all’amore verso la vita e verso il prossimo. 
Proprio vicino a questo monumento, in una via più piccola, ci sta anche una lapide che ricorda la morte di Emanuele De Deo, un altro ragazzo di ventidue anni che, nel 1794, fu il primo napoletano a morire dinanzi ai fucili, provando a salvare altri suoi concittadini dalle punizioni dei cospiratori repubblicani.

Ma torniamo a noi: chi era Salvo D’Acquisto?

Nel 1920, in una casetta sulla collina del Vomero nacque un tal Salvo D’Acquisto, un ragazzo di modesta famiglia di origini siciliane, nulla di speciale.

Erano passati solo due anni dalla fine della Grande Guerra e, mentre le camicie nere marciavano a Roma, Salvo giocava nei campi di quella che un giorno sarà Via Caldieri e frequentava la scuola Vanvitelli, camminando con la cartella di cuoio in una Via Luca Giordano ancora costellata da villette dei signorotti dell’alta borghesia.

Concluso il liceo dei Salesiani, a diciannove anni arrivò una cartolina: la chiamata alle armi nel 1939. Scelse la vita del carabiniere e, dalla campagna del Vomero, fu sbattuto nella sabbia della Tripolitania, a combattere una guerra che qualcuno chiamò “da qualche migliaio di morti“.  

Come ogni ragazzo, anche lui sognava di cambiare il mondo, di poter vincere le ingiustizie della vita: lo scrisse con entusiasmo in una lettera inviata ai genitori mentre era al fronte. “Voglio che in futuro le relazioni fra paesi siano guidate da uno spirito di pace e giustizia sociale!

Sopravvissuto al bagno di sangue africano, diventò Brigadiere e fu messo in servizio in un remoto paesino in provincia di Roma, tale Torrimpietra. Un incarico facile

Ma arrivò il Settembre del 1943: mentre l’Italia si sbriciolava fra Salò, gli ultimi germi nazisti e gli Americani che radevano al suolo le città del Sud Italia, un comandante tedesco irruppe nell’edificio in cui si trovava di guardia Salvo: annunciò che avrebbe ucciso 22 persone a caso, come punizione esemplare per la morte di alcuni soldati nazisti.

Salvo D'Acquisto
Un disegno dell’epoca che ritrae il gesto di Salvo D’acquisto

Salvo provò in ogni modo a convincere l’ufficiale che non c’era bisogno di punire degli innocenti, che si trattava chiaramente di un incidente. Il tedesco fu però irremovibile: il giorno dopo fece imprigionare alcuni paesani e diede l’ordine di fucilarli. 
Con l’imprudenza di un ragazzo, Salvo forse non pensò neanche alla conseguenza della sua reazione; forse, accecato dall’amore per la divisa e per la difesa dei più deboli, preferì sacrificarsi personalmente, piuttosto che immaginarsi sopravvissuto alla guerra, silenzioso complice della morte di innocenti. 
Scambiava spesso lettere affettuose con i genitori, ma non riuscì a dir loro neanche addio, perché corse di fretta verso il luogo della fucilazione, fermò l’ufficiale tedesco e gli parlò: nessun prigioniero riuscì a sentire cosa fu detto in quel breve scambio di battute.

Nel frattempo i condannati scavavano con le mani le proprie fosse nel fango, con due tedeschi pronti a sparare alla fine dell’opera. L’ufficiale ordinò di rilasciare i prigionieri e, con un calcio, spinse il giovane carabiniere vomerese di fronte ai boia.

Ritto, immobile, quasi come se non provasse emozioni, puntava l’occhio sul mitragliatore dei tedeschi per osservare il proiettile che gli avrebbe squarciato il corpo: voleva affrontare la morte come logica conseguenza delle sue scelte, con un cinismo ed una tranquillità quasi inquietanti.

Poco prima dello sparo, D’Acquisto lanciò un urlo:Se muoio per altri cento, rinasco altre cento volte: Dio è con me ed io non ho paura!”.

La guerra finì nel 1943, almeno per lui.

Una medaglia d’oro al valore non restituì il futuro cancellato ad un ragazzo che, con il suo sacrificio, diede la vita ad altre mille persone: la morte di Salvo D’Acquisto fu infatti un regalo da consegnare ai futuri figli dei prigionieri superstiti affinché, in tempi nuovi e liberi, potessero avere la gioia di amare, studiare, vivere la vita e gli affanni di un ventiduenne che D’Acquisto non fu mai in grado di conoscere.

-Federico Quagliuolo

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