La memoria perduta del Leonardo Bianchi

La memoria perduta del Leonardo Bianchi

 

Ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi

Damnatio memoriae, così potrebbe definirsi l’atteggiamento da sempre adottato nei confronti di un tema sicuramente difficile ma anche molto interessante, quello relativo agli ospedali psichiatrici.

In Europa il “manicomio moderno” nasce nel 1793 ad opera di Philippe Pinel e “muore” invece in Italia nel 1978 con la legge Basaglia n. 180. In quest’arco temporale però si vengono a delineare numerose esperienze, in ambito Europeo ed Italiano, sicuramente molto significative sia nel settore medico e sociologico che in quello architettonico. Lo studio di questa parentesi storica offre l’opportunità di poter analizzare le politiche di approccio al problema della “pazzia” ma anche l’evoluzione che si è avuta in seguito non solo in campo medico ma anche infrastrutturale.

E’ in questo contesto di plusvalori che si deve inquadrare l’Ex Ospedale Psichiatrico Leonardo Bianchi, abbarbicato al lato del punto più alto di Calata Capodichino, racchiuso, quasi come una fortezza, da ampie mura, accessibile solo tramite una grande rampa delimitata da un alto cancello. All’epoca della sua costruzione, iniziata nel 1897, la struttura, concepita a padiglioni staccati collegati tramite passaggi porticati, era considerata assolutamente moderna ed un motivo di vanto per tutta la regione.

L’occupazione della struttura iniziò nel 1909 e, l’anno seguente, terminati finalmente i lavori di costruzione, il numero degli infermi ospitati era salito a 1128. L’ospedale fu poi dedicato al celebre neurologo e psichiatra Leonardo Bianchi nel 1927. Durante la direzione Sciuti, ai 29 padiglioni preesistenti ne vennero aggiunti altri 4, adibiti a finalità produttive ed a diverse lavorazioni. Difatti, i pazienti oltre ad essere trattati con terapie mediche, erano impiegati nella calzoleria, nella tipografia e legatoria, in una fabbrica di mattonelle, nella falegnameria, in un’officina meccanica, nella sartoria e tessitoria, nella panetteria e, infine, nella colonia agricola. In queste attività erano seguiti e guidati nel lavoro da un tecnico ed erano retribuiti secondo parametri specifici sia con denaro che con tabacco.

La struttura soffriva di una crisi di sovraffollamento dei pazienti e, con lo scoppio del secondo conflitto mondiale, la situazione non fece altro che peggiorare. Già fortemente provato dai bombardamenti, l’8 ottobre 1943 l’ospedale fu occupato dalle truppe angloamericane, le quali si stanziarono nel padiglione Principe di Piemonte, nello spiazzo antistante la struttura, nei viali e nei terreni destinati alla coltivazione.


Negli anni ’50 la struttura visse un periodo di sostanziale tranquillità e si registrarono anche notevoli innovazioni apportate anche grazie agli studi di Leonardo Bianchi; si abolì infatti l’uso della camicia di forza e l’ospedale si dotò di attrezzature specifiche quali il laboratorio micrografico, di antropologia, di elettroencefalografia ed elettroshockterapia.

Aldilà della digressione storica va però considerato come questi istituti psichiatrici, anche se ritenuti all’avanguardia, fossero cagione di molta sofferenza. Se si visita l’archivio dell’ex ospedale, oggi ospitato nell’edificio principale insieme ad uffici dell’ASL, ci si può rendere conto delle terribili condizioni in cui versavano coloro che venivano internati; leggendo alcune cartelle cliniche si comprende quanto assurdi potessero essere i motivi che avevano fatto rinchiudere molti pazienti. Riportando un caso emblematico, in una di queste innumerevoli cartelle conservate, c’è scritto che una paziente era stata internata poiché non riusciva a “recitare il Leopardi a memoria”.

Il Leonardo Bianchi adesso è un ammasso di edifici fatiscenti immersi in una natura selvaggia, uno spazio in cui si avverte un’atmosfera piuttosto pesante resa ovviamente più palpabile dal decadimento strutturale diffuso. In ogni caso è un complesso di innegabile valore sia architettonico che storico; i suoi spazi potrebbero essere ampliamente sfruttati, si potrebbe cercare di far rivivere la memoria di quel luogo se pur adibendolo ad altre funzioni e ponendolo in correlazione con la città, abbattendo dunque del suo aspetto di cittadella fortificata che lo ha sempre caratterizzato.

Il Leonardo Bianchi continua a rimanere un luogo ambivalente, un luogo che potrebbe essere proiettato al futuro ma che è ancora bloccato nel passato, un luogo in cui consiste un’antitesi visibile soprattutto nel confronto tra l’edificio d’ingresso, ampio e rassicurante, e tutto il dedalo di edifici e percorsi che si snoda alle sue spalle. Una sorta di menzogna resa architettonica che prometteva un futuro a coloro che entravano in questo ospedale, ma che molto raramente riuscivano a tornare alle loro vite. Molto più spesso invece accadeva che queste persone fossero condannate a guardare fuori attraverso quelle finestre progettate appositamente affinchè non si notassero le sbarre poste all’ esterno, per dare un senso di falsa libertà.

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-Gaia Borrelli

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