Panorama baia Saraceni

Quando i napoletani cacciarono i Saraceni con la Lega Campana

Panorama baia Saraceni

Già Polibio raccontava che i napoletani insegnarono ai romani «l’arte del navigare pria che combattuto avessero sul mare co’ Cartaginesi». Un’arte antichissima, quindi, quella della guerra per mare, necessaria per una città fatta di porti in balia di incursioni, meta ambiziosa di qualsiasi potere. Sorsero torri di guardia, presidi e fortificazioni, per gettare un lungo occhio sul mare sempre aperto ai pericoli che provenivano dal sud del Mediterraneo. La letteratura ci restituisce l’immagine di mori bellissimi, dai capelli corvini e uno sguardo scuro e magnetico, al cui fascino orientale nessuna donna poteva resistere. Ma è la storia a raccontarci le barbarie compiute da questo popolo, il deserto che si creava dietro il loro passaggio al grido di «Allah akbar! Insciallah!» , e quelle stesse donne che venivano rapite e finivano schiave negli harem, la cui liberazione era possibile solo con il pagamento di ingenti somme di denaro.

È il IX secolo, e i saraceni iniziano a far cadere, una dopo l’altra, le città del sud della penisola italiana: Palermo e Messina caddero come pedoni sotto le scimitarre degli alfieri saraceni, che sempre più velocemente conquistano basi navali per poter continuare a saccheggiare il Mediterraneo e le sue sponde. Il Ducato di Napoli -formalmente bizantino, de facto quasi completamente autonomo- in quegli anni era dilaniato dalla guerra con il Ducato di Benevento, e non era raro che in queste battaglie il nemico musulmano fosse ingaggiato come mercenario per vincere gli assedi: anzi, i Saraceni erano per Napoli preziosi alleati, sebbene il loro passaggio fosse segnato sempre da rapine e feroci razzie. Ma fu proprio grazie all’intervento delle bande musulmane che cessarono le ostilità tra i due ducati ed il conte di Cuma, Sergio, fu eletto duca di Napoli.

Sergio sapeva che l’alleanza con i Saraceni non poteva durare a lungo, e fu proprio quando questi risalirono l’Adriatico dopo aver conquistato Messina nell’843 che la situazione si manifestò chiara. Nelle loro scorrerie infestarono le isole del cratere napoletano, e Sergio riunite le sue forze marittime della Lega Campana formata da Napoli, Amalfi, Sorrento e Gaeta attaccò i Saraceni vicino Ponza, costringendoli alla ritirata presso la loro base di punta Licosa, anche questa poi attaccata dalla Lega e liberata dagli invasori. Ma la sconfitta dei Saraceni durò poco: un gran numero di musulmani risalirono dal mare in nome del Profeta, e mentre la flotta della Lega Campana combatteva a Ponza, i Saraceni lasciarono il porto di Palermo per sbarcare in quello di Miseno, e se ne impadronirono, facendo enormi danni su tutte le coste di Baia, Pozzuoli e Cuma. Servivano basi, approdi per far partire l’offensiva verso quello che era il vero obiettivo dei Saraceni, l’epicentro del culto cristiano: Roma.

Così gli arabi giunsero dalla foce del Tevere con 73 navi ed 11.000 uomini, ed il 23 Agosto 846 distrussero Fondi e Montecassino, arrivando a Ostia, per poi giungere a Roma. Ma le Mura Aureliane erano costruite per resistere ad eserciti numerosi e dotati di artiglieria, e neanche quegli uomini del terrore riuscirono a valicarle. Questo non fece altro che alimentare la loro sete di barbarie e di violenza, che si accanì tutta  sulla basilica di San  Pietro in Vaticano e quella di San Paolo, fuori le mura. Intervennero i Franchi ad inibire l’avanzata, e allora furono costretti a ripiegare su Gaeta, con la pancia gonfia del ricco bottino delle razzìe. L’esercito di Lotario gli era alle costole, ma capitolò al primo agguato. Ancora una volta a risolvere la situazione intervenne Sergio, che con un’armata capeggiata da suo figlio Cesario sconfisse i Saraceni. Un colpo da strateghi quello del bellissimo figlio di Sergio, ritratto da Raffaello nell’affresco custodito nei Musei Vaticani: attacca alle spalle i Saraceni, , li incastra come in un sacco. Una tempesta gli impedì la fuga, e loro rimasero lì, supplicanti di poter restare nel porto per poter tornare sani e salvi in patria, a costo di non mettere mai più piede su quelle sponde.

Si incontrarono una seconda volta, i Saraceni e Cesario: nell’estate dell’849 la battaglia si riaccende, ad Ostia, ancora più cruenta. Cesario attacca non appena vede arrivare quelle navi così sottili e leggere all’orizzonte, e lo scontro imperversa per parecchie ore incerto, anche quando il cielo si fa cupo e il libeccio inizia a fischiare. Poi un tuono, e divampa la tempesta. Cesario portò le sue navi il più vicino alla costa, ma i Saraceni no, non ci riuscirono, e rimasero in balia delle onde mentre il mare li risucchiava. La loro flotta andò interamente distrutta, i soldati annegati o presi prigionieri. La maggior parte di questi ultimi, vennero messi ai lavori forzati per ricostruire quello che avevano distrutto tre anni prima.

Questa battaglia, di cui i napoletani furono protagonisti, è “la più insigne vittoria navale dei cristiani sui musulmani prima di Lepanto” (1571), la prima volta che si vedono schierati cristiani e musulmani in campo aperto. E, come afferma Glejeses:

“Questa battaglia è un gran merito dei napoletani. Una volta che possiamo menar vanto, perchè dovremmo astenercene?”

Camilla Ruffo

Bibliografia
Memorie istoriche d Fratta Maggiore, Antonio Giordano, Stamperia Reale, Napoli, 1834
Sulla dominazione degli Arabi in Italia, Bianchi – Giovini, Milano, 1846
Viaggio nella Liguria Marittima, Dai Tipografi Eredi Botta, Torino, 1834

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