'O Zingaro: il fabbro diventato pittore per amore

‘O Zingaro: il fabbro diventato pittore per amore

La chiesa monumentale dei Santi Severino e Sossio si trova nei pressi del Decumano Inferiore: qui le ferite si sanano con le foglie di un platano prodigioso, piantato da san Benedetto, che dopo essere morto si rigenerò dalla sua stessa radice. Il chiostro del Platano, che da questo miracoloso albero prende nome, costituisce una delle più importanti testimonianze della vita del santo, raffigurato in un affresco di venti immagini, collegate lungo due bracci da dieci storie ciascuno.

Ed è proprio tra queste scene, tra le comparse che completano l’affresco, che fa capolino l’immagine di un uomo dai grandi baffi e lunghi capelli scuri, un infiltrato talmente simile a un gitano da essere ricordato come ” ‘o Zingaro“. Ed effettivamente, Antonio Solario un po’ zingaro lo era davvero. Arrivò dal Nord, probabilmente da Chieti, in Abruzzo, e, ferrajo come il padre, si stabilì a Napoli realizzando opere in metallo da talentuosi bozzetti, un po’ troppo belli per essere disegnati da una mano che aveva esperienza solo del ferro.

Antonio si manteneva lavorando i ferri nella cucina dell’allora re Ladislao, ed è alla corte del sovrano che incontrò il pittore 12675263_10207058449733328_971235233_oColantonio di Fiore, uno dei più stimati del XV secolo. E mentre torce, liscia e plasma il ferro, ha in ogni momento sotto gli occhi la figlia del pittore: non passò molto tempo prima che tra i due nascesse la passione. Una passione, però, impossibilitata dalle differenze di casta.

I due amanti iniziarono ad amarsi in segreto, nascondendosi nelle stanze del palazzo, consumando il loro amore e allo stesso tempo cercando soluzioni per accorciare quella distanza sociale che li separava. Nel loro impeto d’amore decisero di consultare Giovanna, sorella del re e futura regina, nella speranza che il suo cuore di donna riuscisse a capire quel tormento d’amore.

E così Giovanna, insieme alla regina Margherita di Durazzo, mandò a chiamare Colantonio, riferendogli l’accaduto e la volontà
che aveva quell’umile fabbro di prendere in sposa sua figlia. Il pittore acconsentì, ma ad una condizione: «le nozze si celebreranno quando lui avrà superato me stesso per fama!». Antonio, certo che il suo amore per la donna avrebbe compiuto qualsiasi prodigio, accettò, domandando dieci anni di tempo, nei quali Colantonio non avrebbe maritato sua figlia con altri. E per essere certo che il pittore non venisse meno alla parola data, volle ratificare il patto alla presenza proprio di Margherita e della futura regina Giovanna; poi partì, questa volta non per naturale istinto di nomade quale era, ma per apprendere il mestiere di pittore e congiungersi finalmente alla sua amata.

Approdò a Bologna, nella bottega del famoso pittore del tempo Lippo Dalmasi, dove apprese l’arte del disegno, e per sei o sette anni volle conoscere anche gli altri pittori che fiorivano a Firenze; peregrinò per Roma e Venezia, accumulando onori e fama fino a raggiungere un livello così alto da avere la certezza dell’esito del patto.

Ritornò finalmente a Napoli nove anni e qualche mese dopo la partenza. Si recò subito a corte, dove Giovanna era ormai divenuta regina per la prematura morte di Ladislao, e si rivolse ad un cortigiano (si dice fosse lo stesso Sir. Gianni Caracciolo, amante di Giovanna) e gli offrì di fargli un ritratto in cambio di essere ricevuto dalla regina. Quando finalmente si trovò al cospetto della sovrana, le offrì in dono una sua tavoletta che raffigurava l’immagine della Madonna, col Bambino in grembo e circondata dagli angeli. La tavoletta piacque così tanto alla regina che non solo si congratulò ripetutamente con lui, ma volle ella stessa essere ritratta da quell’ignoto pittore che giungeva da chissà dove.

Ultimato il ritratto, Giovanna domandò al giovane chi fosse, ed egli le confessò di essere quello Zingaro che aveva girato l’Italia per apprendere la pittorica virtù per volere del padre di colei che amava, e che ora faceva ritorno per prenderla in sposa. La regina fu così commossa nell’apprendere la storia di quel viandante innamorato che mandò a chiamare Colantonio, per sottoporgli a giudizio il ritratto che lo Zingaro aveva appena fatto.

«Io stesso non avrei saputo fare di meglio» fu l’unica frase che pronunciò. E quando la regina gli domandò se avrebbe potuto dare in sposa sua figlia all’autore di quel ritratto piuttosto che allo Zingaro, che non era mai più tornato, Colantonio acconsentì entusiasta. Fu solo allora che la regina svelò l’enigma, chiamando ad entrare Solario, che aveva udito tutta la discussione nascosto dietro una tendina.

«Io sono quel fabbro, diventato pittore per amore!»

E così Solario ebbe in sposa colei di cui si era perdutamente innamorato, e “venne anche lui a esser di coloro, i quali amore portò a condurre grandi cose, e a vivere immortali tra la gente“.

 

 

Camilla Ruffo
disegno: Lisa Nagisa
fotografia: Federico Quagliulo

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