Siamo solo noi: l'amore che supera la paura

Siamo solo noi: l’amore che supera la paura

Siamo solo noi

“Sono incinta.”
Non il miglior esordio del mondo, durante una conversazione.
La seconda frase più temuta sulla faccia della Terra. Alla prima neanche voglio dar spazio nella mia testa.
Pietrificato, il corpo è in posizione di difesa. Un linguaggio perfetto per l’occasione. Le parole che non so dire, l’apprensione che so di avere, la paura che non vorrei vivere.
“Come diavolo è stato possibile?”
Spirale, preservativo, anello vaginale, cerotto, impianto sottocutaneo, sterilizzazione. Sono solo alcuni tra i più sviluppati metodi contraccettivi. Vorrei saperlo anche io, com’è stato possibile. Ma il Karma è avverso ed evidentemente, qualche volta, in un impeto di furiosa e malsana ironia ferisce sensibilmente il lattice.
Impercettibile quanto devastante.
Tutta l’ansia della vita è nel suo cuore: divora le unghie dalla tensione, distruggendo persino la preziosa e recente colata. Indossa con garbo il suo mantello di finta sicurezza ma più la guardo e più vorrebbe morire dentro. E chissà se, a pensarci, non lo stia già facendo. Mano destra sul ventre, carezza l’involucro dell’esistenza. La stanza della vita è pronta ad attuare la sua magia. Per adesso, non riesco ad immaginarvi nulla dentro che non sia frutto del peccato.
L’acqua è ghiacciata ma va giù tutta d’un sorso, d’altronde in questo momento potrei bere anche il mio stesso sangue senza sentire la differenza. La frescura della mia gola fa solo da contraltare al magma che circonda il resto: sono una grossa e goffa catastrofe naturale. A furia di camminare nervosamente ho i piedi gonfi e callosi, stufi di percorrere chilometri e chilometri stando in realtà sempre fermi.
Cose che non conosco a 19 anni: la termodinamica, i segreti di Castel Dell’Ovo, la filosofia di Feuerbach, la formazione dei Boston Celtics, come cagano gli scoiattoli.
Cose che non so fare a 19 anni: riparare un mobile, preparare la pastiera, capoeira, ripetere senza freni la parola “prestidigitazione”.
Cose che potrei dover fare a 19 anni: diventare padre.

 
Di aborto con lei neanche a parlarne. Ma io ci penso. E’ un pensiero che a tratti trovo vergognoso. Ci penso comunque. E’ solo paura. Continuo a pensarci. Non so cosa fare. E penso.
In realtà ho il terrore matto che voglia lasciarmi. Una cosa assolutamente folle, specie perché al massimo potrebbe essere il contrario. E difatti, se la mia risulta essere una paura fuori da ogni logica, forse la sua ha un fondamento concreto.
Che mi vergogno di me stesso l’ho già detto?
Mi sta guardando. Ho capito tutto. E’ arrivato quel momento in cui ogni cosa cambierà, ormai è palese. Sarà una valanga. Scioglie le gambe. Non farlo. Le labbra che si muovono…Andiamo, io non sono quello giusto! 16:9 e bande larghe nere, zoom sul suo viso affranto quanto commosso. Non c’è un defibrillatore? Senti, parliamone, non rendiamola ancora più pesante! La gioventù, le esperienze e il resto di altre cose stupidamente importanti.
“Io ti amo.”
La prima frase più temuta al mondo.
Qualcuno avrebbe scritto: “Sono le gambe spezzate di Jack”.
C’è una sedia a pochi metri da me. In maniera figurata mi ci spalmo sopra. Quanto vorrei fosse letterale.
Addio partite di calcetto con gli amici, corse in moto tra le discese di Marechiaro, pokerino notturno. Au revoir cannetta post birra, tornei di Fifa sull’Xbox, pornazzo pre dormita. Sayonara al cazzeggio a Piazza Bellini, all’indipendenza, all’ubriacatura molesta da non poter ricordare. Ciao adolescenza, ora va e insegna agli Angeli come perdersi nel vuoto.
Il silenzio vale più di mille parole ma suppongo che il mio stia durando minuti e lei pare ormai sull’orlo della crisi nervosa. Sto pensando a come non farmi ammazzare dai suoi genitori: potrei fuggire in Messico, di solito nei film chi va lì è come se sparisse dalla circolazione per sempre. Certo, non sarà New York. Però…Beh, nulla. Non lo è.
I nervi a pezzi, sto per fare la frittata. Chissà quale frase del cazzo sparerò per dileguarmi. Avrei dovuto riguardare più spesso la scena tra John Belushi e Carrie Fisher in The Blues Brothers. L’originalità paga, spesso e volentieri. Del resto non è altro che l’ennesima forma di sublimazione.
Ma quando il tappeto rosso è ormai pronto ad accogliere la star per la prima del drammatico show, vedo qualcosa. La finestra alle spalle dei suoi capelli biondi diventa il giardino di casa mia. O meglio, casa nostra. Giorgia si occupa del prato, io rincorro qualcuno: è Carlo. E’ carino, mi fa tenerezza.
E’ mio figlio.
Sto per svenire.

 
Resisto. E più vado avanti, più la visione dapprima angosciosa diventa positiva, privata di ogni pericolo, oserei dire persino divertente. Non mi somiglia per niente, è tutto sua madre. Il taglio degli occhi non mente mai. Incrocio il suo sguardo in un attimo di titubanza, dopo aver accolto una farfalla sul palmo della sua mano: la scoperta del diverso. Giorgia volta la testa e mi cerca. E’ innamorata, sembra realizzata e felice. Non ha scelto come vivere, non ha potuto programmare tempistiche, però ho idea che il risultato le piaccia. Più osservo i suoi occhi, più comprendo il perché del mio essere lì. Magari è una stronzata. Ma evidentemente sono felice anch’io.
Magari, ripeto, è una stronzata. Magari no.
Ed è solo allora che capisco.
Il caso non è tale di nome e di fatto. La nostra convinzione ci porta a credere che qualcosa regoli il flusso delle nostre azioni. Forse quel qualcosa non è altro che Noi. Legandomi ad un qualche tipo di condizione religiosa, azzarderei a dire che ogni reazione del mondo fa parte di un progetto, un evento predeterminato. Solo non da un essere superiore. Sono stanco di trovare scuse, offeso con me stesso per aver creduto che rigettare un dono così immenso fosse una questione di responsabilità e credibilità.
Torno alla realtà. Le lacrime solcano il suo volto. E’ la terza volta che la vedo piangere: la prima durante un concerto di Elton John, la seconda al funerale del padre. Ero lì. Fintamente inconsapevole, forse inutile. Ma quelle emozioni non posso dimenticarle o allontanarle, catalogandole come passive. Sono sue, sono mie. Dunque sono nostre. Siamo Noi.
Grazie, Karma. Certo, resti sempre un figlio di puttana.
Dolcemente mi avvicino, le sue mani sono fredde ma si riscaldano nel giro di pochi secondi a contatto con le mie. Potrei pentirmene, soffrire, arrabbiarmi. Non accadrà. In fondo questo momento l’ho scelto io.
“Anch’io. Ti amo anch’io.”
Nell’abbraccio, il suo pianto liberatorio si libera del guinzaglio e scappa via. Non posso guardarla ma so già che dentro ride. Perché io sono lei e lei è me. Perché, in questo e in altri momenti, è stato importante e lo è soprattutto adesso essere una sola, grande entità.
Non più Io. Non Tu.
Inaspettati, sorprendenti, inattesi. Uniti.
Noi. Siamo solo Noi.

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