Riunione di famiglia

Riunione di famiglia

Riunione di famiglia

Lo sguardo perso nel vuoto, come durante un’epifania ingrigita. Vestiti grinzosi, un coltellino in tasca,  look sfatto e sporco, faccia tosta da vendere al chilo. Una dose, corposa. Suppongo anche quella da vendere. A sentirlo raccontare così sembra quasi il protagonista di un film steampunk. La postura di Marco è quella di un ragazzo tradito dai suoi istinti e dall’irrazionalità, due qualità che nei giovani non definirei altro che necessarie. Il problema nasce quando queste si accompagnano alla stupidità e al dolo: KO alla prima ripresa.
Alza gli occhi a cercare rifugio ma è complicato sognare che possa andare tutto bene. Non potevo credere a ciò che ho visto quando mi sono precipitato in centrale: un figlio spacciatore sporco di sangue e droga, pieno di lividi, intriso di vergogna e rigetto.
Non una bella mossa, se tuo padre di mestiere fa il poliziotto.
Mi riesce difficile immaginare di poter fare qualcosa di concreto in una situazione del genere. Sostanzialmente mio figlio è nella merda e io non posso fare niente affinché le mosche non gli ronzino intorno, per cibarsi del suo fetido apporto. Scotti e Lugaresi lo torchiano, con una delicatezza che non avrebbero con qualsiasi altro soggetto chiuso in una stanza con loro. Due polentoni trasferiti controvoglia qui e, anche se non lo ammetteranno mai, la città li ha conquistati. Spero gli parino il culo.
Spero di non dover intervenire.
Spero segua il mio consiglio e decida di collaborare, di dire la verità. La fortuna più grande di possedere una verità è che la puoi condividere con il mondo: non è personale o soggettiva, checché se ne dica. Certo, starà agli altri decidere se accettarla o meno. Ma almeno ce l’hai. E’ un punto di partenza.
Dopo 5 anni torno a fumare una sigaretta. La mia coscienza spera sia una botta e via, la mia testa ha la certezza che ci sono appena ricaduto. E’ quasi alle lacrime. A 18 anni dovrebbe essere a cazzeggiare con gli amici o a corteggiare ragazze. E’ frustrante, ma sta reggendo. Purtroppo reggere spesso non basta.
E poi sento quel profumo.

 
Lo riconoscerei persino nel fetore di una discarica, con nonchalance e naturalezza. Lo stesso profumo che mi ha fatto innamorare 23 anni fa, quello del matrimonio. Il profumo con cui riempiva i miei sensi durante incontri notturni di corpi e anime. Quello che il mio cuore non ha mai dimenticato.
“Dimmi che possiamo ancora salvarlo”.
Silvia ha uno stile tutto suo: mai alla moda ma pur sempre sintomatico di eleganza, bon ton, bellezza. Gli anni passano ma resta sempre una donna meravigliosamente attraente. Persino con gli zigomi sporchi di mascara lacrimante non riesco a non pensare a quanto mistico sarebbe baciarla. Una salvezza per l’anima.
“Aspettiamo e vediamo”.
Sono trascorsi 5 anni da quando abbiamo divorziato. Mai un litigio, mai un tradimento. Passione sempre viva, pungente, trascinante. Ma il mio lavoro mi ha cambiato, ed era inevitabile. Quello che c’è in giro non può lasciare immuni: Napoli dà molto ma toglie anche tanto, troppo. In fondo, credo di aver perso ogni speranza di potermi liberare dal marcio. E non potevo di certo affossare l’unica persona che io abbia mai amato in vita mia.
L’unica persona che amo, ancora.
Avvolta nel suo pesante cappotto trema ancora. Un figlio è una responsabilità immensa e forse non eravamo abbastanza pronti per essere una famiglia. Mi chiedo in realtà se pronti lo si sia mai per una scelta d’amore così imponente.
“Avrei dovuto fare di più, mi dispiace tanto, è colpa mia”.
“Avremmo.”
Non c’è errore più grande di prendere sottogamba ciò che ami di più. Ma, in maniera franca, non posso incolpare totalmente Silvia per non essere riuscita a comprendere questa svolta negativa. Lei ha dimostrato di poter perdonare il mio atto di vigliaccheria, mi sembrerebbe il minimo fare lo stesso. Anche prima della separazione non ero mai a casa. Ho scelto una strada, quella del lavoro e della giustizia, che ha finito per allontanarmi dalla famiglia, trascurandola vistosamente. Una via tortuosa che mi ha consentito di sposare una città, oltre che una donna. Un percorso che ancora oggi mi tocca nel profondo, tra vicoli senza speranza e l’orgoglio della gente che non vuole arrendersi. Eppure mia madre lo diceva sempre: “Sii abbastanza uomo da prenderti le tue responsabilità ma anche abbastanza responsabile da essere uomo”. Una divisa non basta, per quello.
Non ci guardiamo mai. Affoghiamo semplicemente nei nostri sensi di colpa, in un silenzio che distrugge montagne. Ho sempre creduto che insegnare a mio figlio la differenza tra il bene e il male sarebbe risultato superfluo. Solo ora, a 45 anni, mi rendo conto che questa è una stronzata bella e buona. Bene e male non significano nulla, sono semplicemente le conseguenze delle nostre azioni. Come me 5 anni fa, Marco ha fatto una scelta. Come la mia, era la scelta sbagliata. Ma non è una persona cattiva.
Io non sono una persona cattiva.

 
La porta, finalmente, si apre. Il cenno dei colleghi è il segnale per avvicinarmi, Silvia resta lì come una statua di cera. E’ cruciale.
“Dice che l’hanno incastrato, che aveva bisogno di soldi e non sapeva cosa fare”.
Tutti e tre sappiamo che è una cazzata.
“Lo possiamo provare?”
“Può darsi”.
Ne accendo un’altra, ma l’accendino è rotto. Ne ha uno lei. E, per un attimo, torno a scrutare gli occhi azzurro cielo. Un azzurro ora spento.
“Per il momento lo tengono ai domiciliari. Contiamo di rintracciare gli altri per avere uno sconto di pena. In virtù della collaborazione”.
“Ha bisogno di noi”
“Lo so. Di noi”.
Inconsciamente le prendo la mano. La stringo, ma senza forza. Il suo pianto è straziante. Poggia il volto sulla mia spalla. E dalla stanza di fronte lui ci osserva. Un ghigno sulla sua faccia. Quasi un cenno d’intesa.
Ci sei riuscito. La tua famiglia è qui, unita. Di nuovo.
Per sempre.
Per sempre?
Mentre prova a calmarsi le accarezzo una guancia e ritorna tutto in mente: le passeggiate sul lungomare, le gite fuori porta, la prima Play Station, i pranzi tra parenti. L’energia, la voglia di fare, le sensazioni, la pelle d’oca ad ogni gemito. La ragazza che gli brucia il cuore, i traumi, le botte, le attese. La mia famiglia è ciò che conta. Questi momenti non li ho mai abbandonati, erano solo in soffitta a prendere un bel po’ di polvere.
Per fortuna, neanche loro hanno mai abbandonato me.
Adesso è lei che stringe la mia mano. Nonostante tutto, possiamo essere uniti. Nonostante tutto, posso ancora amarti.

Adoro questo profumo. Quello che, 23 anni fa, mi ha fatto innamorare.

 

 

 

Claudio Agave

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