La canzone di Giacca, un genere musicale scomparso

La canzone di Giacca, un genere musicale scomparso

Carcere, O’ Schiaffo, A’ Legge, Malavita, Via Nova. Queste sono solo alcune delle famose canzoni di Giacca che risuonavano un tempo per tutta Napoli. Le canzoni di Giacca sono solitamente (ed erroneamente) accostate alla figura del guappo. Nulla di più sbagliato: il cantante “di Giacca” è un cantastorie, spiega con maestria quello che ha scritto l’autore; sono canzoni che possono essere cantate solo da cantanti che sono anche attori. Sono difficilissime da interpretare perché occorre dare tantissime intonazioni. Questo genere musicale nasce all’inizio del Novecento e termina negli anni Ottanta.

La canzone di giacca

Ma perché di Giacca? Anticamente i cantanti erano elegantissimi e quando interpretavano canzoni d’amore si esibivano in giacca e cravatta, se non addirittura in smoking. Se volevano cantare, poi, una “canzone di giacca”, rientravano dietro le quinte, si cambiavano la giacca, si snodavano la cravatta, si annodavano un fazzoletto alla gola; i più anziani si mettevano anche un cappello e tornavano in scena: sul palcoscenico c’era, così, un altro interprete. Spesso si mescola questo genere musicale con la musica del guappo per questo motivo, perché come gli antichi “guappi“, i cantanti ci tenevano tantissimo all’ eleganza nel vestiario.

Guapparia è certamente il brano più conosciuto di questo genere. Scritta nel 1914 da Libero Bovio, con le musiche di Rodolfo Falvo. È un classico brano della canzone napoletana. Tanti gli artisti che l’ hanno cantata: Mario Abbate, Sergio Bruni, Franco Califano, Renato Carosone, José Carreras, Franco Corelli, Mario Da Vinci, Sal da Vinci, Mario Del Monaco, Milva, Peppino Di Capri, Giuseppe Di Stefano, Gabriella Ferri, Aurelio Fierro, Nunzio Gallo, Mario Merola, Mina, Roberto Murolo, Eddy Napoli, Massimo Ranieri, Giacomo Rondinella, Lina Sastri, Tito Schipa, Bobby Solo, Gabriele Vanorio, Bruno Venturini, Claudio Villa, Luciano Virgili. Guapparia parla di un uomo offeso dalla sua donna, Margherita, «’a femmena cchiù bella d”a ‘Nfrascata». Egli chiama a raccolta un gruppo di suoi amici («Scetáteve guagliune ‘e malavita!…») che sono in grado di suonare degli strumenti e li porta con sé per la città a cantare contro (o forse per?) la sua donna («pecché, stanotte, ‘a voglio ‘ntussecá»), urlando a tutti che senza alcun problema sarebbe capace di cantare fino al sorgere del giorno seguente solo per mettere «’ncroce a chi…mm’ha miso ‘ncroce…».

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