Da cavallo a ciuccio: la trasformazione del logo del Napoli

Da cavallo a ciuccio: la trasformazione del logo del Napoli

In principio era un cavallo, non un cavallo comune, uno rampante, forte e muscoloso. Poi arrivò il mitico ciuccio, acciaccato, debole e bastonato. Le ragioni di questi due diversi loghi utilizzati dalla squadra di calcio di Napoli sono distinte e separate.

Ma andiamo con ordine. Nel capoluogo campano il cavallo c’è sempre stato; Napoli fino al 1806 era divisa in zone dette “sedili”: Capuana, Forcella, Montagna, Nilo, Portanuova, Porto, più il sedile di Popolo. Lo stemma del sedile di Porto aveva un cavallo rampante bianco, su uno sfondo azzurro e a Capuana esisteva una statua di un cavallo in bronzo, perché rappresentava l’impetuosità del popolo.

Dopo l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna questo stemma fu adottato dalla provincia di Napoli. Così, quando il primo di Agosto del 1926 nacque la S.S.C. Napoli, diventò simbolo della squadra un cavallo che cavalcava un pallone da calcio e tutt’intorno le iniziali AC ed N, che stavano appunto per “Associazione Calcio Napoli” e la maglia fu azzurra come lo sfondo su cui era dipinto il cavallo.

Il cavallo però durò davvero poco, il tempo del primo campionato disputato dal Napoli. Un campionato per nulla glorioso, anzi a dir poco fallimentare. In 18 partite, il Napoli fu capace di subire ben 61 goal, raccogliendo un solo misero punto contro il Cagliari e perdendo le altre 17. Oggi come allora, è nei bar che si concentravano i commenti dei tifosi dopo le partite.

Da cavallo a ciuccio

Così al bar “il Brasiliano”, poi diventato “Pippone”, in via Santa Brigida, vicino la Gallaeria Umberto, un tifoso azzurro dell’epoca (tale Raffaele Riano) dopo una partita persa per 7 a 1, gridò: «Ma quale cavallo rampante?! Stà squadra nostra me pare ‘o ciuccio ‘e Fichella: trentatre piaghe e ‘a coda fracida».

Fichella non era altri che Domenico Ascione (per gli amici Mimì), originario di Torre del Greco, un venditore di fichi molto conosciuto in città, che si serviva di un asinello malconcio, con la coda in pessime condizioni, per vendere i fichi a Napoli, tanto carico di acciacchi da essere pieno di piaghe. Il fato chissà se lo avesse predetto, ma in quel preciso momento entrò un giornalista, Felice Scandone, fondatore de “Il Mezzogiorno Sportivo”, che riportò la frase in un articolo il giorno seguente. Immediatamente le edicole di Napoli diffusero l’illustrazione di un asinello incerottato e con una miserabile coda.

L’abbandono del cavallo in favore dell’asinello avvenne poi concretamente il 23 febbraio 1930 in occasione di Napoli-Juventus. I partenopei stavano perdendo per 2-0, ma riuscirono in una clamorosa rimonta che portò al definitivo pareggio per 2-2. Al termine della gara fu portato sul terreno di gioco un asinello con tanto di cartello con la scritta “Ciuccio fa tu”, segno che il ciuccio sarebbe stato per sempre il portafortuna del Napoli. Da quel momento, per tutti, il cavallo rampante si trasformerà in “ciuccio”, e lo sarà per sempre.

Un piccolo aneddoto storico- calcistico: il ciuccio fu inserito addirittura sulle maglie da trasferta della stagione 1982/1983.

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