Colera 1973, quando gli USA salvarono Napoli per caso

Colera 1973, quando gli USA salvarono Napoli per caso

20 agosto 1973. Questa è la data dell’inizio dell’incubo che travolse Napoli (e buona parte dell’Italia). Quell’incubo si chiamava colera. Il colera è una malattia infettiva del tratto intestinale, caratterizzata dalla presenza di diarrea profusa, spesso complicata con acidosi, ipokaliemia e vomito. È causata da un batterio Gram-negativo a forma di virgola, il Vibrio cholerae, identificato per la prima volta nel 1854 dall’anatomista italiano Filippo Pacini e studiato dettagliatamente nel 1884 dal medico tedesco Robert Koch. Il nome deriva dal greco choléra (cholé= bile) e indicava la malattia che scaricava con violenza gli umori del corpo e lo stato d’animo conseguente: la collera.

Il 20 agosto morì all’ospedale dei Pellegrini la ballerina inglese Linda Heyckeey, seguita due giorni dopo da Adele Dolce di Bacoli. Inizialmente si pensava che questi decessi fossero causati da una gastroenterite acuta. I sintomi erano quelli, i classici. Fu il professor Antonio Brancaccio, primario dell’ospedale Maresca, a ipotizzare che poteva trattarsi di qualcosa di ben più grave. I morti nei giorni successivi aumentarono. Il 28 agosto il Ministero della Sanità emise un comunicato in cui si avvisava la popolazione campana che dal 23 agosto a Torre del Greco si erano verificati 14 casi di una strana gastroenterite. In brevissimo tempo si scatenò il panico. L’ultimo colera dell’800 aveva inflitto tanti lutti alla città e aveva poi inaugurato lo sventramento della zona portuale con l’opera conosciuta come Risanamento. Ma in quegli anni Settanta nessuno poteva immaginare il ripetersi di tale evenienza.

Giorni caldi

Notizie frammentarie, smentite e poi confermate, per poi essere smentite di nuovo. «Sono state le cozze allevate a Torre del Greco». «No, sono stati i marinai provenienti dalla Tunisia». «No, a Napoli la gente è così sporca che il colera lo ha sempre avuto (versione molto amata nel Lombardoveneto e Piemonte). Alla fine la versione più accreditata fu che fu tutta colpa delle cozze (portatrici del vibrione) provenienti dalla Tunisia. Il dottor Alfonso Zarone, incaricato dal Tribunale di Napoli di procedere con le analisi per scovare il focolaio della malattia, dichiarerà: “All’epoca si accettava una concentrazione di 4 colibatteri per grammo di cozza. Io dovetti constatare che nelle cozze napoletane i colibatteri per grammo di cozza erano 400mila. La cosa paradossale era che le cozze erano un tale concentrato di colibatteri, a causa dell’inquinamento del mare, da impedire di sopravvivere allo stesso vibrione del colera”.

Sputtanapoli e giro di soldi a causa del colera

In quei giorni di fermento la paura si riversò per le strade. La cittadinanza fu intimata a evitare di tutto. L’acqua dei rubinetti non si doveva bere; i negozi furono assediati da gente alla ricerca di bottiglie d’acqua minerale. Ma all’epoca non c’erano tutte le acque minerali di adesso. Molte meno marche, bottiglie in vetro con la resa a prezzi proibitivi.

Non comprare frutta e verdura del circondario, ma all’epoca il km0 era la norma, mica arrivava l’insalata dalla Spagna!

Persino la pasta…girava voce che era consigliabile comprare marche lavorate in stabilimenti lontani. Fu l’inizio del decadimento della pasta di Gragnano e su di noi e la nostra paura fecero affari la Barilla, la Buitoni e persino la Agnesi che aveva allevato generazioni di liguri alla pasta con farina doppio zero, presentata scotta e considerata una prelibatezza rispetto alla rusticità della pasta al dente del sud.

Scomparvero dalle nostre tavole i frutti di mare, il mercato ittico sfiorò il collasso. A Napoli e Ercolano venne vietato il commercio di molluschi, pesci e fichi, e fu disposto il sequestro delle cozze, provocando la rivolta dei pescatori campani che si fecero immortalare in scatti fotografici in cui mangiavano le cozze, per dimostrare che quanto si dicesse non era affatto vero. In effetti col passare dei giorni si determinò la causa dell’infezione intestinale, che fu sì individuata nelle cozze, ma in una partita arrivata dalla Tunisia.

Grande successo ebbero le conserve di pomodoro, i legumi in barattolo, il burro, il latte, i formaggi e la carne.

Il 16 settembre 1973 il Genoa non permise ai propri tesserati di scendere in campo allo stadio San Paolo durante la quarta giornata di Coppa Italia. Per questo motivo venne assegnato il risultato di 2-0 a tavolino e il Genoa fu penalizzato di un punto in classifica.

La guerra del Vietnam e il colera a Napoli

Furono gli americani, attraverso la Us Navy, a far arrivare sotto al Vesuvio gran parte delle scorte previste per i loro soldati impegnati nella guerra del Vietnam. Data la lentezza dell’amministrazione comunale di Napoli, alcuni militanti del Partito Comunista Italiano allestirono in fretta il primo centro vaccinale nei pressi della Casa del Popolo nel quartiere Ponticelli, poi trasferito nella scuola Enrico Toti. In seguito intervennero i militari statunitensi della Environmental Preventive Medicine Unit (EPMU) no. 7 della Sesta flotta. Si videro per la prima volta le pistole mediche, che sparavano il siero anti-vibrione. Un milione di dosi offerte alla popolazione partenopea; in tutta Italia furono 911 i ricoveri, 127 i casi accertati, 24 i morti.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò conclusa l’infezione di colera il 25 ottobre. L’incubo a Napoli durò due mesi. L’OMS si complimentò con le equipe mediche campane, estremamente scrupolose, in un momento così inaspettato.

Conclusioni

Anche se il colera causò 24 morti in tutta Italia, di cui 15 a Napoli, a Bari 6, a Foggia 1, 1 a Cagliari e a Barcellona (Spagna) durò per ben due anni, “Napoli colera” diventò un motto per tutti gli antimeridionalisti ignoranti.

Piccola curiosità: il 19 settembre, in occasione della liquefazione del sangue di San Gennaro, il miracolo non avvenne. Probabilmente il Santo o era in lutto o era alle prese con i miracoli all’interno degli ospedali.

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