La poesia napoletana e la beffa di Carulì e del re Nasone

La poesia napoletana e la beffa di Carulì e del re Nasone

La poesia napoletana, anche quella più antica, spesso non è soltanto parte del nostro bagaglio culturale, ma raggiunge ancora oggi una dimensione privata, personale, familiare. Pensiamo alle canzoni o alle filastrocche che ci cantano le nonne fin da bambini, pensiamo a quella poesia che si recita ancora in casa o a quei versi che ci sorprendono mentre camminiamo per strada, magari accompagnati dallo strimpellare di una chitarra. Da ‘O sole mio a Io te vurria vasà, fino alla bellissima Michelammà che, vecchia ormai di almeno 400 anni, non ha mai smesso di essere cantata.

La poesia politica

C’è però un filone della poesia napoletana che forse oggi è meno ricordato. Soprattutto a cavallo tra ‘700 e ‘800 poeti per noi anonimi composero canti politici, di satira, che si fanno beffa degli stessi sovrani del regno: Ferdinando IV e Maria Carolina d’Austria.

Si tratta di componimenti mordaci, dal forte carattere popolare che permette di raccontare la realtà dall’interno, in modo schietto e diretto. Emergono, così, idee, credenze, sofferenze e necessità delle classi più basse della Napoli di quegli anni, di una città viva e vivace. Così, in un momento in cui dalla Francia arrivava profumo di rivoluzione, la canzone è stata in qualche modo una esperienza corale, una voce sfacciata e satirica rivolta ai piani alti della storia.

Carulì

Carulì, si m’amave n’at’anno

Quanta cose ch’avive da me:

Nu vurzone de doppie de Spagna

Lu tenevo i’ apposta pe tte.

Caramàneca cchiù de sett’anne

Cuffiato fuje buono da te.

Cu l’arzèneche tu n’ ‘o sciusciaste

E Monzù Attone accussì cuntentaste.

Carulì è Maria Carolina, figlia di Maria Teresa d’Austria, regina del Regno di Napoli dal 1768, quando sposò Ferdinando, il re Nasone, come lo chiamavano i napoletani. Intorno alla regina circolavano molte voci. Si diceva che avesse numerosi amanti, tra i quali anche la sua chiacchierata consigliera, la bella ed ammaliante Lady Hamilton.

Ed è proprio uno di questi amanti la voce parlante di questa poesia napoletana, un amante che racconta le avventure di letto della regina. Per primo è nominato Aquino, principe di Caramanico, membro della corte napoletana, nonché massone di spicco, annoverato tra i vari uomini di Maria Carolina e da lei “cuffiato”, preso in giro, per ben sette anni.

Leggendo avanti l’accusa si fa ancora più grave: la sovrana, infatti, avrebbe avuto a che fare con la morte di Aquino, avvenuta in circostanze misteriose nel 1795. In questo modo avrebbe accontentato le ambizioni di Sir John Acton (Monzù Attone) che nell’ultimo ventennio del XVIII secolo ricoprì le più alte cariche di stato. Nel 1804 la sua carriera politica subì però un forte colpo, a quanto si dice, anche per intervento di Maria Carolina, fino alle sue dimissioni ufficiali del 1806.

Ferdinando Re Nasone

A questo punto non poteva mancare una poesia in risposta, un avvertimento beffardo rivolto direttamente a Ferdinando. Senza intervenire negli affari della moglie, canta un altro poeta anonimo, il re rischiava di diventare ‘o rre de cuorno, (non credo ci sia bisogno di traduzione per questo). Aprigli occhi, maestà!, dice l’autore di questi versi, Non pensare alla caccia e alle donne, ma preoccupati delle losche trame tra Acton e Maria Carolina!

Scétete, Maistà, ch’è fatto juorno,

Nun penza’ a’ caccia e a li ffigliole:

vide che fa Munzù cu la Maestà;

Pienze ca iere Ciuccio e mo sì ciervo,

Mena ‘a mazza, si no sì rre de cuorno.

Claudia Grillo

Fonti: E. Malato, La poesia dialettale napoletana, 1960

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