Storia e origini del cratere degli Astroni

Storia e origini del cratere degli Astroni

Il cratere degli Astroni è senza dubbio una delle più grandi fortune di cui il territorio campano può godere. È una delle mete preferite da parte dei naturalisti e dei turisti in cerca di pace e tranquillità e grazie alla sua incontaminazione dal 1969 fa parte del circuito WWF Italia, risultando uno dei primi siti italiani in assoluto.

La nascita

L’origine degli Astroni è databile tra i 3600 e i 3800 anni fa e fa parte dell’area vulcanica dei Campi Flegrei. Si tratta del vulcano campano più giovane e l’unico rimasto intatto nella sua morfologia coi suoi 247 ettari. Nelle zone più basse del cratere si sono generati tre laghetti, quali il Lago Grande, il Cofaniello Piccolo ed il Cofaniello Grande.

Etimologia degli Astroni

Ma in fondo in fondo “Astroni” cosa significherà mai? Perché questo nome? Da dove deriva? Facciamo un po’ di chiarezza e partiamo da una leggenda. Si dice che anticamente qui abbia vissuto il ciclope Sterope, figlio di Gea (Terra) e Urano (Cielo), prima di migrare sul vulcano Etna in Sicilia. Il nome Astroni quindi deriverebbe dall’assonanza col nome Sterope, ma questa teoria pare sia un po’ troppo forzata. Secondo un’altra ipotesi, il nome Astroni si rifà al termine Strioni o stregoni che, stando ad alcune credenze popolari dell’epoca, realizzavano nel cratere i loro riti magici. Ma sembra che il nome Astroni in realtà deriverebbe dal latino sturnis (stormo), per l’abbondante presenza di stormi di aironi nell’area (così come per il vicino lago d’Averno che deriverebbe da άορνος ovvero “senza uccelli”).

Da Roma a Carlo III di Borbone

La storia documentata degli Astroni comincia con quella dei suoi bagni termali, ricollegandosi alle più note e celebrate vicende dell’antica Baia e dei suoi dintorni. Dalla fine della Repubblica fino all’età Imperiale, come ci testimonia il poeta Orazio l’intero luogo si era trasformato in zona di villeggiatura, grazie alle sue acque termali dalle innumerevoli proprietà terapeutiche, fino a quando i medici della scuola Salernitana, gelosi delle capacità di queste acque, distrussero tutti i bagni costruiti dai Romani.

Bisognerà attendere l’intervento di Federico II nel 1217, lo stupor mundi, per il ripristino delle terme. L’imperatore infatti volle rimettere a nuovo questa zona perché voleva utilizzare le acque degli Astroni per curarsi da una malattia. Questo aneddoto è ricordato nel poemetto De Balneis Terrae Laboris, composto fra il 1212 al 1221 dal medico Pietro da Eboli e dedicato allo stesso imperatore.

Nel corso dei secoli il cratere cambiò aspetto e si trasformò in una perfetta zona di caccia grazie al proliferarsi di caprioli, cervi e cinghiali. La battuta di caccia più famosa è certamente quella dedicata a Federico III, in occasione del matrimonio tra quest’ultimo e la nipote del re di Napoli Alfonso d’Aragona, Eleonora d’Aragona. Un’altra battuta di caccia si tenne nel 1535 quando il celebre don Pedro di Toledo volle festeggiare la visita dell’imperatore Carlo V dopo la vittoria a Tunisi. Ma la pace e la tranquillità durarono per soli tre secoli: l’incendio del Monte Nuovo del 1538 aveva distrutto i bagni e la flora e la fauna del luogo.

Così il viceré di Napoli, Pietro d’Aragona nel 1666 affidò al medico Sebastiano Bartolo il compito di ritrovare i bagni, oramai sepolti dalla vegetazione. L’anno successivo il dottore riuscì nel suo scopo ma affermò che era impossibile ritrovare l’acqua tanto desiderata. Da quel momento fu abbandonata l’idea di ridare agli Astroni l’antico fascino dei bagni termali romani e si volle riconvertire l’intera area in zona di caccia.

Nel 1699 la tenuta fu venduta per 40.500 ducati a tal Giuseppe De Martino, il quale in seguito la cedette a Andrea Giovine. Nel 1721 gli Astroni furono donati ai Gesuiti che pensarono bene di iniziare delle colture al centro del cratere. Nel 1739 Carlo III di Borbone riacquistò tutta l’area importando alberi da altre regioni per un rimboscamento veloce degli Astroni.

L’Unità d’Italia e le due guerre

Anche dopo l’Unità d’Italia gli Astroni rimasero una riserva di caccia ma poiché non suscitavano lo stesso interesse di prima, tutti gli animali trovarono una triste fine. Il re Vittorio Emanuele II ordinò la cattura e lo spostamento dei cervi a Licola e l’uccisione di tutti i cinghiali perché ritenuti di una razza inferiore. Nel frattempo la selvaggina cresceva, gli alberi e le piante si moltiplicavano e la caccia fu sospesa.

Il cratere durante entrambe le guerre fu utilizzato come deposito di armi, sia da parte dei tedeschi che dagli Alleati.

Un triste destino per gli Astroni? Per fortuna no, perché da circa cinquant’anni questo cratere gentile è protetto da WWF Italia. Che aspettate? Correte a visitarlo e immergetevi nella natura e pensate di trovarvi a Pozzuoli e non in un parco naturale americano.

-Francesco Li Volti

Fotografia di copertina realizzata da Giuseppe Manco

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