Salvator Rosa, il pittore libero che veniva dall'Arenella

Salvator Rosa, il pittore libero che veniva dall’Arenella

Forse non tutti lo sanno, ma il quartiere Arenella ha dato i natali al grande pittore Salvator Rosa. Ecco perché c’è una piccola statua (forse un po’ troppo piccola rispetto alla GIGANTESCA personalità dell’artista) che raffigura Rosa con una tavolozza in mano, al centro di piazza Muzii, adiacente alla più celebre piazzetta Arenella. La statua fu collocata lì nel 1933 ad opera di Achelle D’Orsi, mentre il piedistallo fu fuso insieme alla statua nel 1931 nella fonderia Chiurazzi, ai Ponti Rossi. Ma chi era questo pittore? Come mai divenne così importante?

Salvator Rosa all’Arenella

Il focoso Salvator Rosa nacque in un mese caldo, proprio come lui, precisamente il 20 giugno del 1615, dal geometra Vito Antonio De Rosa e Giulia Greco, all’Arenella, in quello che allora era un piccolo villaggetto che si estendeva nei pressi della chiesa Santa Maria del Soccorso e che solo diversi secoli dopo venne inglobato alla città di Napoli, grazie al pioniere- imprenditore Vincenzo Donnorso.

Viveva in una casa- masseria di proprietà del nonno paterno. Grazie agli studi di Ulisse Proto sappiamo anche qualcosa circa gli interni della dimora: “consistente in un’entrata grande con un basso a mano sinistra,… un cortiletto scoperto, una stalletta,… quattro cisterne: due nel cortile e due nella masseria dove sono gli agrumi, un appartamento superiore consistente in una sola camera in piano con l’astrico a cielo,…“. Successivamente il vecchio Salvatore costruì una nuova camera sullo stesso piano e lì nacque il nostro artista.

L’Illustrazione Italiana”, il 20 ottobre 1876, in un articolo scritto in occasione della posa di una lapide sulla facciata di quella casa-masseria (in maniera imprecisa), scrisse: “la casa con facciata dipinta di fresco, simile alle altre facciate delle altre case contigue, con le quali si allinea, formando il lato dritto di un lungo vicolo tortuoso del villaggio dell’Arenella presso Napoli. Il lato sinistro è chiuso da un muro basso, oltrepassato dagli alberi dei giardini, cui serve di cinta. Di fronte, allo sbocco del vicolo, una piazzetta e la Parrocchia del villaggio (Santa Maria del Soccorso), ove lo stesso fu battezzato il 22 Giugno 1615”.

Da sempre con la passione per l’arte, seguì lo zio Paolo Greco in quello che veniva chiamato al tempo “apprendistato”. Concluso questo periodo proseguì gli studi al fianco di Aniello Falcone e Jusepe de Ribera ( detto Spagnoletto), dipingendo soprattutto battaglie, paesaggi e scene di genere. Durante il tirocinio con Falcone, in particolare, conobbe Domenico Gargiulo, detto Micco Spadaro, con il quale si legherà: «ho sempre creduto che l’amico sia un altro me medesimo», avrebbe poi detto.

Ma Salvatore De Rosa (questo il vero nome) era un’anima intrepida, uno che non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno. Nelle sue vene scorreva il sangue dell’artista a tutto tondo. Infatti era facile incontrarlo per le strade intento a suonare e a cantare, proprio come i migliori “posteggiatori” napoletani. Ma a vent’anni decise che avrebbe dovuto abbandonare Napoli, per ampliare le sue conoscenze e soprattutto per farsi conoscere in tutto il mondo. La meta sarebbe stata Roma, la città del Papa.

I viaggi, gli ideali, il teatro

Il suo contemporaneo, biografo e pittore Giovanni Battista Passeri lo descrisse così:“Salvatore fu di presenza curiosa, perché essendo di statura mediocre, mostrava nell’abilità della vita qualche sveltezza e leggiadria: assai bruno nel colore del viso, ma di una brunezza africana, che non era dispiacevole. Gl’occhi suoi erano turchini, ma vivaci a gran segno; di capelli negri e folti, li quali gli scendevano sopra le spalle ondeggianti e ben disposti naturalmente. Vestiva galante, ma senza gale e superfluità“.

Spostatosi definitivamente a Roma nel 1638, grazie alla protezione dell’influente cardinale Francesco Maria Brancaccio, conoscente dei Barberini e appassionato di arte e teatro, Rosa iniziò un cambiamento radicale della sua pittura, spostandosi su uno stile nettamente più classico. Fu a Roma comunque che Salvator Rosa si dilettò maggiormente per quanto riguarda la carriera attoriale. Infatti lo ricordavano a recitare alcune satire: la sua vittima preferita era Gian Lorenzo Bernini, deriso continuamente dal pittore napoletano.  

Si unì all’Accademia dei bamboccianti, la maggior parte autori olandesi e fiamminghi, che Rosa descrisse come- “falsari e guitti e facchini, monelli, tagliaborse… stuol d’imbriachi e gente ghiotta, tignosi, tabaccari e barbierie”.

Salvator Rosa, il pittore libero che veniva dall'Arenella
Autoritratto di Salvator Rosa

A Roma Salvator Rosa ebbe modo di mettere in mostra alcune sue opere, ma a differenza dei suoi colleghi, non aveva un mecenate se non un amico banchiere che lo ammirava molto. Da sempre decise di rimanere libero dai vincoli di dipendenza cortigiani, arrivando addirittura a rifiutare gli inviti rivoltogli dall’imperatore d’Austria, da Cristina di Svezia e dal re di Francia.

L’arte non è roba per tutti. In questo modo, fu costretto a dedicarsi alla realizzazione e alla vendita di dipinti raffiguranti battaglie e paesaggi, tematiche che – seppur pesantemente disprezzate dall’artista – erano richiestissime: «la repugnanza che io ho in si dato genere di pittura, attesoché questo è il mio luogo topico da superar quanti pittori che mi vogliono dar di naso…».

Dopo una parentesi fiorentina, dopo che fu costretto a andarsene da Roma a causa dei dissapori con il Bernini e altri pittori, tornò nella città eterna dove vi morì il 15 marzo 1673; venne sepolto nella basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, nel sepolcro costruitogli dal figlio Augusto. Dopo meno di tre secoli nella stessa basilica verrà sepolto anche il generale napoletano Armando Diaz, che salvò i soldati dalla strage di Caporetto durante la Prima Guerra Mondiale, sostituendo il generale Cadorna.

Salvator Rosa viene ricordato come pittore della scuola napoletano ma sarebbe meglio innalzarlo a vero e proprio idolo della libertà di pensiero nell’Europa del Seicento. A lui è stata dedicata una tipologia di cornice che porta il suo nome.

Bibliografia:

Le statue di Napoli, Nicola Della Monica, Newton and Compton, Roma, 1996

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