L'ISOLA FERDINANDEA, L'ISOLA CHE NON C'È

L’Isola Ferdinandea: l’isola che non c’è

Ok, ammettiamolo fin da subito. L’Isola Ferdinandea non si trova(va) in provincia di Napoli: non c’entra nulla né con Capri, né con Procida e nemmeno con Ischia. Era al largo di Sciacca, in Sicilia. Ma allora, cosa c’entra quest’isola scomparsa con Napoli? Semplice, fa parte della sua gloriosa storia.

L’ isola Ferdinandea prima di diventare l’isola Ferdinandea

Prima di tutto: l’isola Ferdinandea oggi non esiste più. E in realtà, è esistita per pochissimo tempo, meno di due anni, prima di sprofondare senza pietà nelle acque siciliane. L’isolotto fantasma sin dalla preistoria faceva parte del terribile vulcano Empedocle, che attualmente dorme sotto le acque del Canale di Sicilia. Era una delle tante “bocche” del super vulcano, che in tempi antichissimi provocava quotidianamente scosse e movimenti che hanno pian piano disegnato il territorio italiano. Il vulcano Empedocle è più grande dell’Etna e viene soprannominatoI Campi Flegrei della Sicilia”.

Le prime testimonianze sull’isola Ferdinandea risalgono al periodo delle guerre puniche (264-241 a.c.), quando un’imbarcazione romana diretta in Nord-Africa osservò questo isolotto, fino ad allora inesistente, per poi comparire e scomparire quattro o cinque volte. 

Da quel momento il silenzio. Probabilmente era nuovamente tornata negli abissi, fino al 1701, quando alcuni pescatori notarono che l’acqua si era riscaldata e “bolliva”, letteralmente. Ma anche qui non bisogna fasciarsi la testa. L’isola crollò e addio notizie. Fino al 1831.

L’isola emerge (per poco)

28 giugno 1831: a Sciacca si cominciarono ad avvertire delle scosse di una certa intensità che fecero tremare tutta la Sicilia, Palermo compresa, ogni giorno, fino al 10 luglio. Molti edifici subirono delle lesioni e furono abbattuti.

Il mare si fece violentemente agitato, come riportò il Capitano Pulteney Malcon, che in quei giorni passò nelle vicinanze dell’isolotto che stava per emergere, col suo bastimento. Il 4 luglio si iniziò a sentire nell’aria un fortissimo odore di acido solfidrico proveniente dal mare; arrivò la cenere, ma così tanta da riuscire ad annerire anche l’esterno dei palazzi.

Il 13 luglio, dalla piazza di San Domenico a Sciacca, si vide una immensa colonna di fumo alzarsi dal luogo del misfatto, tanto che i cittadini credettero che si fosse incendiato un piroscafo. Il Capitano Francesco Trafiletti, proveniente da Malta col suo brigantino Gustavo, riferì che a 30 miglia da Capo San Marco (9 km da Sciacca) aveva notato un ribollimento nelle acque che aveva ricollegato “all’agitarsi di grossi cetacei”. Parole sue.


Ma ci furono anche altri campanellini d’allarme che, però, non furono notati. Dall’acqua, venne a galla un vero e proprio cimitero di pesci, morti per le esalazioni del vulcano che si stava muovendo.

Il canonico Don Michele Arena, testimone di quell’evento, lo descrisse con queste parole:

«Sono state sempre precedute da brevi scosse di terremoto che si sono susseguite con fortissimo fragore di boati […] testimoni dell’evento furono i capitani Trifiletti e Corrao, naviganti in quel mare (latitudine 37,11 nord e longitudine 12,44 est) che osservarono un getto d’acqua a cui tennero dietro colonne di fiamme e di fumo che si elevavano ad un’altezza di 550 metri circa.

Il 16 luglio si vide emergere la testa di un vulcano in piena eruzione e il 18 lo stesso capitano Corrao, di ritorno, osservò il cono del vulcano che sporgeva dal mare. Presto si vide emergere un’isoletta che crebbe sempre in eruzione e raggiunse, il 4 agosto, una base di tre miglia di circonferenza ed un’altezza di sessanta metri, con due preminenze, una da levante ed una da tramontana, a guisa di due montagne legate insieme; con due laghetti bollenti…».

Citazione di Don Michele Arena

L’isolotto era emerso. Il primo a mettere piede sull’isola fu Michele Fiorini, comandante del peschereccio mandato all’esplorazione dell’isola per conto della Deputazione Sanitaria di Sciacca. Novello scopritore, piantò un remo sull’isola e se ne andò.

In quei giorni in Sicilia si trovava il professor Friedrich Hoffman, docente di geologia presso l’Università di Berlino. Il professore non ci pensò due volte e si precipitò in direzione del posto di cui tutti parlavano. Dopo un’accurata ricognizione, ne riferì i risultati in una lettera indirizzata al duca Domenico Lo Faso Serradifalco, che ricopriva allora la carica di Presidente della Camera del Regno di Sicilia.

Nel frattempo il governo inglese aveva inviato sul posto il fisico Domenico Scinà, il quale compilò una relazione intitolata “Breve ragguaglio al novello vulcano apparso nel mare di Sciacca”.

Per conto del Regno delle due Sicilie fu inviato invece il professor Carlo Gemmellaro, docente di Storia Naturale presso l’Università degli Studi di Catania, che non si fece scappare questa occasione e provvide a stilare una relazione dettagliatissima sull’8° volume degli “Atti dell’Accademia Gioenia di Catania”, che suscitò l’interesse di molti illustri uomini di cultura scientifica di tutto il mondo. Lì fu riportato che misurava “ben” 184 metri, attivo per un’ora ogni pochi minuti di pausa.

Inglesi, francesi e i Borbone. Tutti pazzi per l’isola

  • GLI INGLESI

Il minuscolo lembo di terra vulcanica, per quanto piccolo, fu visto da molte potenze straniere come un eccezionale punto strategico, sia per scopi commerciali che militari. I primi a tentare di accaparrarselo furono gli inglesi: il 2 agosto il Capitano Sunhouse del cutter Hind, piantò bandiera inglese sul suolo dell’isoletta, e la chiamò “Isola di Graham”, in onore del primo Lord dell’Ammiragliato, Sir James Graham.

Il 7 agosto, non contenti, l’Inghilterra inviò un altro capitano a piantare una seconda bandiera, ma vista la furia del vulcano, l’inglese ignoto si impaurì e decise di allontanarsi. L’avvenimento fu riportato sulla Gazzetta di Malta il 10 agosto, per rendere la cosa ufficiale.

  • I FRANCESI

Tra il 26 e il 29 settembre, un gruppetto di allegri geologi e scienziati francesi, si recò sull’atollo per degli studi. La spedizione, guidata da Constant Prévost, co-fondatore della Società Geologica Francese, includeva anche il pittore Edmond Joinville, che ci ha regalato i disegni e gli acquarelli che ancora oggi costituiscono l’unica documentazione iconografica che abbiamo dell’isola.

L'Isola Ferdinandea: l'isola che non c'è
Il dipinto di Edmond Joinville

Una volta finiti i rilevamenti e le ricognizioni, incuranti della disputa internazionale, i mitici infingardi francesi ribattezzarono l’isoletta Julia, per via della sua “nascita” nel mese di luglio e vi piantarono una bandiera francese sul punto più alto.

Il fatto strano è che i rilevamenti appena compiuti avevano dimostrato l’instabilità dell’isola, e il suo probabile inabissamento. Perciò, nonostante sapessero che quel pezzo di terra era inutile e sarebbe scomparso presto, i francesi vollero comunque rivendicarlo. Questo dimostra come, oramai, fosse diventata una questione di principio.

  • IL REGNO DELLE DUE SICILIE

Il 17 agosto, un arrabbiatissimo Ferdinando II di Borbone, stanco del traffico turistico non autorizzato su quella che considerava la sua isola, mandò il Capitano Corrao a bordo della Corvetta bombardiera Etna sul posto a piantare bandiera borbonica e a rinominare l’isola “Ferdinandea”, in suo onore. Successivamente emanò un Regio Decreto che annetteva l’isola al Regno delle due Sicilie. Si pensò anche di chiamare l’isola “Corrao” in onore del Capitano Corrao, che assistette all’emersione e che assunse il comando della rivolta per la rivendicazione dell’isola.

La disputa

I primi a rispondere furono gli inglesi, che condannarono l’accaduto. L’isola era e doveva rimanere inglese (secondo chissà quale ragionamento). Ferdinando II fece presente che, a norma di una legge del Diritto internazionale, l’isola apparteneva alla Sicilia perché si trovava in acque siciliane. Diciamo la verità, il re non aveva tutti i torti. Gli inglesi, invece, si appellarono alle legge romana secondo cui insula in mari nata, ovvero, un’isola emersa dal mare, era considerata terra di nessuno, e quindi occupabile dal primo che vi avesse messo piede e l’avesse ufficialmente rivendicata.

La disputa andava avanti feroce, quando un capitano inglese si accorse, il 7 novembre, che l’isola Ferdinandea si era abbassata, e misurava soltanto 20 metri. Il 16 novembre si scorgevano soltanto piccole porzioni, e l’8 dicembre il capitano Vincenzo Allotta, comandante del brigantino Achille, ne constatò definitivamente l’inabissamento.

Nel 1846 e nel 1863, l’isola Ferdinandea o di San Ferdinando (o Julia o Graham, come preferite) emerse di nuovo, ma si inabissò rapidamente.

E oggi?

Un secolo dopo, nel 1968, il terremoto nella Valle del Belice fece smuovere e ribollire le acque del Canale di Sicilia, ma l’Atlantide nostrana stavolta rimase sott’acqua. In occasione di quel terremoto, i siciliani ebbero un’idea. L’isola Ferdinandea non era emersa, ma avrebbe potuto farlo in futuro; a scanso di equivoci, posero un’iscrizione sulla sommità dell’isola che oramai si trovava a otto metri sotto il livello del mare:

“questo lembo di terra, una volta Isola Ferdinandea, era e sarà sempre del popolo siciliano”.

L'Isola Ferdinandea: l'isola che non c'è

Dedicato a Fabrizio Paolillo Diodati per la sua generosità. Supporta anche tu Storie di Napoli! Clicca sul link per saperne di più https://storienapoli.it/sostieni-storie-di-napoli/?fbclid=IwAR3JJGbRa3k1qTSl7NNCRrKa5qB75FUcaBzpLyaWW8gRCK5QxbXzYgKNpyU

Bibliografia:

Filippo D’Arpa, L’isola che se ne andò, Mursia, Milano 2001

Santino Mirabella: L’Isola Passeggera, Edizioni Vertigo, Roma, 2015

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