La taverna del Crispano: sesso, cibo e una fine misteriosa

La taverna del Crispano: sesso, cibo e una fine misteriosa

Gente che grida, balli, canti, prostitute, prostituti, ma anche soldati, lazzaroni, “smargiassi” e cibo. Tanto cibo, accompagnato da fiumi di alcool. Così si presentavano le taverne più frequentate della Napoli antica. Tra queste, spiccava la taverna del Crispano, che si trovava nei pressi dell’attuale Stazione Centrale. Questa osteria (non ce ne vogliano i lettori, ma è per rendere l’idea di come poteva apparire) era apprezzatissima non solo dalla gente del popolo, ma anche dalla nobiltà, che non mancava di passare di qua per lunghe serate in allegria.

La taverna del Crispano: i documenti

Passeggiando per le vie di una qualsiasi cittadina italiana, non è difficile incontrare fuori ai ristoranti la scritta “dal 19.. “o dal “18..”. Tutti a fregiarsi della proprie radici (giustamente), orgogliosi e concentrati nel portare avanti antiche tradizioni. Ma della taverna del Crispano abbiamo notizie ufficiali già dal 1669, grazie al censimento delle taverne del marchese di Crispano, per ordine del viceré. Il marchese aveva individuato ben 200 taverne sparse per tutta Napoli: quella del Cispano si trovava “extra portam novam Capoance“, ovvero fuori Porta Capuana, nell’antico quartiere dell’Imbrecciata.

Ma in maniera ufficiosa, grazie ai versi seicenteschi del poeta Giovanni Battista del Tufo, riportati da Salvatore Di Giacomo, abbiamo altre notizie sulla taverna del Crispano:

“Gli smargiassi, con l’albernuzzo di teletta sulle spalle, con cosciali di calze di stamma legati con cioffe e sciscioli, col cappello impennacchiato e ricco di passavolanti si pigliavano a braccetto or le donne or gli amici soldati e in comitiva si scantonava laggiù al Crispano, ove tra la verde rete d’un pergolato brillavano fiammelle di lucerne appese e di parettelle”.

Poi sappiamo che tipo di danze si ballavano, una specie di tarantella, ma con in mano un fazzoletto bianco, visto che la musica era una costante dell’antico ristorantino:

Quelle povere Carmencite, nella taverna del Crispano, esercitata da un allegro Mastro Donato, ballavano la ‘nterzata, o la ceccona o lo torniello“.

Insomma, si parla di danze e balli, di gente che chiacchiera, di ore e ore a ridere e scherzare, ma di cibo, ancora nulla. Sicuramente veniva servita la carne e il pesce, che a Napoli, fortunatamente, non sono mai mancati. Ma anche verdure, carciofi, lattuga e scarola, un evergreen anche per l’epoca. L’unica documentazione che attesta un menù dal Crispano, ce la offre sempre del Tufo:


“Qui vedreste un che tosto V’accomoda l’arrosto Lardiandolo pian pian come conviene, L’altro poi sopravviene Quasi con piume ed ale, E vi distende a tavola il mensale. Quell’altro porta il sale, E in un canton della bella osteria Con garbo e leggiadria Lavar vedreste a tutti i passaggieri Le tazze, le carrafe e li bicchieri, Empiendoli di quei celesti vini Chiari piu che rubini Di diversi colori Splendidi quanto agli ori. Talché ad un batter d’occhio, a un cenno solo Sete serviti a volo… Ma se non sazia è bene La donna o l’uomo a cui pur voglia viene”

Sua maestà la taverna del Crispano

Ma questa taverna in realtà esisteva già da ben prima del censimento. Infatti già dal ‘400 c’era l’antica via Crispano, forse sede della protagonista della nostra storia. Si dice che qui giunsero affamati i re Ferrante I, Alfonso II e Ferrante II d’Aragona. A servirli c’era Matteo Crispano, che nel 1661 consegnò tra la sua discendenza il futuro doge della Repubblica Napoletana Sergio Crispano. Federico d’Aragona, re di Napoli tra il 1496 al 1501, consegnò al federe Matteo Crispano, il permesso di esentarsi dal pagamento della gabella del terzo vino.

Le cronache dell’epoca ricordano numerosi ambienti e un ampio giardino, in cui erano disposti larghi tavoli in quercia (all’epoca si era soliti anche condividere le tavolate). Al piano superiore c’era una loggia con pergolato, con non meno di nove camere da letto, destinate ai forestieri che giungevano a Napoli in tarda serata, o a chi voleva utilizzare il proprio tempo in compagnia di una prostituta o un femminello.

Nelle vicinanze della taverna del Crispano si affacciavano le più celebri meretrici dell’epoca, chiaramente, tutte chiamate con dei vezzeggiativi: e quindi Vittoria era “Tolla”, Girolama si faceva chiamare “Ciomma”, Lucrezia era “Zeza”, Eleonora invece era “Nora”, Vincenza “Cenza”. I soldati, sia napoletani che spagnoli, erano i loro clienti.

La fine del Crispano

Niente di niente. Non ci sono documenti circa la chiusura di questo locale. Quello che sappiamo è che dal Crispano nacquero diverse costole, piccole taverne che ebbero chi più e chi meno successo.

L’Acqua della Bofala, la Taverna delli Zingari o quella degli Incarnati, da cui deriva anche il nome dell’omonima stradina, solo per citare qualche esempio.

Bibliografia:

Taverne famose napoletane, Salvatore di Giacomo, Newton e Compton Editori, Roma, 1995

Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità di Napoli, Romualdo Marrone, Newton e Compton Editori, Roma, 1999

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