Storia del gabinetto segreto: il Museo Archeologico Nazionale a luci rosse

Storia del gabinetto segreto: il Museo Archeologico Nazionale a luci rosse

Siamo assolutamente coscienti di quello che stiamo per raccontarvi. Mai avremmo pensato però, di entrare in contatto con una storia del genere, fatta di misteri e segreti, rinchiusi all’interno di una stanza: il gabinetto segreto del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Questa storia non ha inizio in tempi recenti. Non inizia né con la scoperta dell’America e nemmeno con la Rivoluzione Francese. Comincia ben prima, quando lusso e trasgressione convivevano nella società. E c’è un’epoca ben precisa nella quale il sesso era all’ordine del giorno: l’epoca dei Romani.

La premessa

Prima di addentrarci in questo viaggio nel tempo e di parlarvi del gabinetto segreto del Mann, è bene fare un preambolo. All’epoca dei Romani, prima dell’avvento del cristianesimo, il sesso, la trasgressione più spinta, l’omosessualità, le orge (e persino la pedofilia), erano accettate e rispettate da chiunque. La sessualità ha una pluralità di sfaccettatura, infiltrandosi nella quotidianità. Molti generali romani, tra cui Giulio Cesare, erano bisessuali dichiarati, e le prostitute erano persino legalizzate. A Pompei c’è anche un vero e proprio bordello che lo testimonia.

Quindi non è un caso che moltissimi reperti ritrovati raffigurino scene di sesso. Non solo a Roma, ma anche a Baia (città della trasgressione per eccellenza), a Capua, a Capri, a Pompei o a Ercolano. E proprio in queste due ultime città sono stati ritrovati delle immagini molto particolari.

Sappiamo che a quell’epoca il culto del dio Priapo era molto di moda. Nella mitologia greca Priapo era il figlio di Dioniso e Afrodite, oppure di Zeus e Afrodite. A dargli il suo aspetto grottesco – basso, tarchiato e con enormi organi genitali – sarebbe stata Era, gelosa del tradimento di Zeus. Il suo culto risale ai tempi di Alessandro Magno, ma anche i romani lo ripresero, ricollegandolo ai riti dionisiaci e alle orge dionisiache.

Nell’arte romana veniva spesso raffigurato in affreschi e mosaici e posto all’ingresso delle ville perché il suo enorme membro era considerato un amuleto contro invidia e malocchio (specie contro la virilità) e che propiziava la fecondità delle abitanti della casa.

Nell’antica società romana la sessualità si presenta pure sotto un aspetto magico, tale è riconosciuto soprattutto nell’uso del fallo in funzione apotropaica e di amuleto. Oggetti emblematici di questa credenza sono soprattutto i “tintinnabuli” in bronzo, che venivano sospesi a catenelle agli ingressi delle case o delle botteghe con la specifica funzione di preservarle e difenderle dal malocchio, dallo sguardo invidioso, dalla mala sorte. 

Pompei e Ercolano

Tra il 1738 e il 1748 vennero scoperte Ercolano e Pompei. In quel decennio a governare Napoli c’era Carlo III di Borbone, che intuì da subito l’importanza dell’archeologia. Mentre venivano fuori dimore lussureggianti e pavimenti sensazionali, arrivavano all’orecchio notizie di scoperte clamorose: c’era chi parlava di dipinti erotici, statuine falliche, sculture pornografiche, lampade dotate di un pene e mosaici scandalosi. In tutto erano 250 i reperti “hot” ritrovati.

Carlo III fu entusiasta di queste novità e decise di raggrupparle tutte all’interno di un Museo Archeologico che decise di erigere non lontano dal suo Palazzo. Fu così che nel 1816 fu inaugurato il sogno di re Carlo III (grazie al figlio Ferdinando I) quello che oggi ancora è il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il gabinetto segreto del Museo

Fu deciso così di dedicare a questi oggetti scabrosi un’area riservata nel Museo Ercolanese di Portici, per poi essere trasferita al Museo Archeologico di Napoli (dove al momento occupa le stanze 62 e 65). Nel 1819, Francesco I, figlio di re Ferdinando, era intento a osservare i bellissimi reperti custoditi nel Museo Nazionale insieme alla futura regina Maria Isabella di Spagna. Durante quella visita però, notò qualcosa di anomalo per i suoi tempi, di scandaloso. Vide che erano in bella vista anche quelle opere degli antichi che abbiamo citato sopra.

Non si sa se per far colpo sulla sua amata o perché fondamentalmente era un tipo che ci teneva alla pudicizia, ma comunque andò su tutte le furie e decise di raccogliere tutte le opere “hot” e rinchiuderle in uno spazio che sarebbe stato chiuso a chiunque. Era accessibile solo mediante autorizzazione da “persone di matura età e conosciuta morale”. Nessuno doveva vedere quelle sculture e quei dipinti. Decise di rinchiuderle in un gabinetto segreto.

Storia del gabinetto segreto: il Museo Archeologico Nazionale a luci rosse
Polifemo e Galatea- Foto del Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Dopo i moti rivoluzionari del 1848 il Gabinetto divenne simbolo delle libertà civili e di espressione, quindi viepiù censurato in quanto considerato politicamente pericoloso. Fu addirittura proposta la distruzione dei reperti, in quanto “monumenti infami della gentilesca licenza” e “lascivissimi“, al fine di salvaguardare la buona reputazione della casa reale. 

Nel 1851 fu deciso di murare la stanza e chiuderla con una tripla chiave, dopo che vi furono rinchiuse anche tutte le Veneri semplicemente perché nude, così che finisse tutto nel dimenticatoio e il mondo non avrebbe mai saputo (secondo loro) di cosa erano capaci gli antichi. Ma si sa, a Napoli le voci girano, e lo fanno anche molto velocemente.

Poi arrivò il fascismo e per accedere al gabinetto segreto si doveva aspettare addirittura l’autorizzazione del ministro dell’Istruzione. Bisognerà aspettare il 2000 affinché le opere vedessero la luce del sole. Da quel momento tutti i turisti che passano per il Museo Archeologico Nazionale di Napoli guardano meravigliati quelle opere, senza scandalizzarsi, bensì ammirando la libertà sessuale degli antichi Romani. Tutti tranne una categoria: infatti ancora oggi gli under 14 non possono accedervi. Proprio perché i reperti sono ancora troppo “hot” per loro.

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