Il cuoppo: storia di uno street food che si pagava in 8 giorni

Il cuoppo: storia di uno street food che si pagava in 8 giorni

8 giorni per pagare un cuoppo. Oggi sarebbe impensabile anche da immaginare, eppure un tempo, nell’800, era una pratica diffusa. Perché il popolo era povero e non tutti potevano permettersi di acquistare un cuoppo, tipico cibo da strada, antesignano della pizza fritta e delle frittatine di pasta.

Da sempre Napoli ha una vera e propria cultura del cibo di strada, una vocazione nata per necessità nel ‘700, quando quasi nessuno aveva la cucina in casa e quindi le persone mangiavano per strada quello che veniva preparato dagli ambulanti.

Ma andiamo con ordine e cerchiamo di comprendere per bene le origini di uno dei piatti simbolo della cucina partenopea, chiarendo una cosa prima di tutto: non sappiamo CHI abbia inventato il cuoppo, ma possiamo andarcene per un’idea sul DOVE sia stato creato.

Il primo cuoppo

Il cuoppo è la napoletanizzazione di “cono”, vista la forma del contenitore delle pietanze che ci sono all’interno. Ma di che materiale è fatto questo cono? Si tratta di carta paglia, chiamata così perché anticamente la carta era ricavata proprio dalla macerazione della fibra della paglia.

Ma restiamo nel passato. I primi cuoppi erano quelli che i pescatori vendevano di prima mattina ritornati dalla pesca notturna. Sì, i cuoppi erano una specie di colazione del popolo e specificamente erano colazioni a base di alici e di quei pesciolini tanto piccoli da non poter essere venduti al mercato.

Non lo diciamo noi, è la stessa Matilde Serao che nel 1884 nel suoIl Ventre di Napoli, ce ne parla: “…dal friggitore si ha un cartoccetto di pesciolini che si chiamano fragaglia e che sono il fondo dei panieri dei pescivendoli.” E dallo stesso friggitore si possono avere anche “…per un soldo, quattro o cinque panzarotti, vale a dire delle frittelline in cui vi è un pezzetto di carciofo, o un torsolo di cavolo o un frammentino di alici.

Le alici si trovano un po’ ovunque nei porti della costa della Campania, ma quelle più buone sono di Cetara e della menaica di Pisciotta, che deve il nome alle reti utilizzate dai pescatori del Cilento. Insomma la levataccia mattutina aveva tutto un altro sapore grazie ai cuoppi dei pescatori.

I cuoppi dell’800 e i “zeppalaiuoli”

C’è un libro che personalmente ho sempre indicato come “la Bibbia” della cucina napoletana. Si chiama La Cucina Napoletana” di Jeanne Caròla Francesconi ed è un vero e proprio trattato sulle ricette e le origini delle pietanze napoletane, secondo solo a Cucina teorico-pratica di Ippolito Cavalcanti del 1836.

Ebbene all’interno di questo libro c’è scritto che all’inizio del XIX secolo le prime friggitorie erano all’aperto: Il friggitore a quel tempo veniva chiamato “zeppalaiuolo”, perché sotto il nome di zeppole erano genericamente indicati vari tipi di fritti. Ma di che fritture stiamo parlando?

Scagliuozzoli e i tittoli (scagliuozzoli piccolissimi), zigarii (polenta tagliata a listarelle), vuzzarielli (probabilmente fritto di vento, perché internamente vuoti), vurracce (borraggine) in pastella, frittelle di baccalà ed in estate zucca e peperoni fritti e palle di riso e sfingi. Chi più ne ha, più ne metta, verrebbe da dire.

Il friggitore solitamente non era uno del mestiere. Non esistendo ancora il business della pizza e di tutto quello che gira intorno, si può affermare che le prime friggitorie erano i semplici bassi, i quali fungevano da cucine per le vetrine apposte fuori.

Visto che le friggitorie non erano posti chic, ma era lo stesso popolo che cucinava i fritti, ci si veniva incontro e entro 8 giorni si poteva estinguere il pagamento. Per questo il cuoppo è stato chiamato per più di un secolo semplicemente “cuoppo a otto”.

Dall’olio della frittura è nato un legame di fiducia nel popolo, che probabilmente ha reso ancora più saldo il senso di comunità che si respira a Napoli.

Fonti:

La Cucina Napoletana, Jeanne Caròla Francesconi, Grimaldi e C, Napoli, 1965

Usi e costumi di Napoli, Francesco De Bourcard, 1858

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