Figlio ‘e ‘ntrocchia: un modo di dire di 2.000 anni fa

Figlio ‘e ‘ntrocchia, un modo di dire che ha 2.000 anni!

In un modo o nell’altro, non c’è scampo. Almeno una volta anche tu avrai detto, pensato o sentito questa formula. Figlio ‘e ‘ntrocchia è un modo di dire così diffuso che non è solo a Napoli che viene detto, ma in tutta la Campania e in alcune zone del Sud. Sebbene la parola ‘ntrocchia non abbia molto senso per noi e non si ritrova in nessun vocabolario Napoletano-Italiano, il suo significato è palese nel momento in cui la diciamo.

Quello che sanno tutti è che questo detto non ha una rilevanza negativa, bensì è quasi un complimento. Il napoletano è magico anche per questo: ciò che altrove viene visto come una offesa, qui, a volte, è addirittura apprezzato.

Figlio ‘e ‘ntrocchia significa “furbo”, “scaltro”, “scattante”, “una persona con un asso nella manica”, oseremo dire. Ma qual è l’origine di questo modo di dire? Come mai esclamiamo una parola che in fondo non ha alcun senso?

Etimologia di “Figlio ‘e ‘ntrocchia

Quel che è certo è che ‘ntrocchia non è riscontrabile in nessun altro modo di dire. Non è consultabile da nessuna parte questa parola, non c’è verso. Però, c’è un però.

Se facciamo due calcoli e ci addentriamo nella lingua latina, troviamo un termine molto simile: “antrocula”. Anticamente le prostitute romane avevano con sé delle antrocula, ovvero delle torce, che usavano per riscaldarsi e per farsi notare durante le notti buie. che trae le sue origini dalla parola “torculum” che significa in giro. Anche a Pompei sono stati ritrovati reperti che testimoniano questa usanza. Da questa immagine deriva il modo di dire che viene utilizzato per indicare le prostitute come “lucciole”.

Per giungere al significato di meretrice, Raffaele Bracale, autore e studioso del dialetto napoletano, ci spiega:

Antorca(m) (fiaccola) e il suo dimunitivo antorcula(m) si plasma su di un in torculum (in giro), visto che la meretrice svolgeva e svolge il suo mestiere in giro, magari illuminando il suo posto di lavoro, temporibus illis (con fiaccole), oggi con falò.

Da antorcula, per metatesi interna, si ottiene antrocla; normale poi il passaggio di ‘cl’ in ‘cchi’ — come macula(m) divenuto macchia. Da antorchia per aferesi e metatesi interna si va a ’ntrocchia“.

Semplice, no?

Foto di copertina di Michele Acrimonius Saviano dal gruppo “Napoli Retrò

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