Storia del Mastino Napoletano: dagli Assiri ai Borbone

Storia del Mastino Napoletano: dagli Assiri ai Borbone

Scrivere del Mastino Napoletano potrebbe fare un po’ paura. Il suo aspetto potrebbe renderlo aggressivo agli occhi di chi lo guarda, eppure è un cane che oggi è di una mansuetudine unica nel suo genere.

Questo timore probabilmente nasce da quello che inconsciamente tendiamo a pensare quando ce lo immaginiamo. Infatti la sua storia è legata alla guerra e forse è per questo che ancora oggi viene scambiato per un cane rabbioso. Quando in realtà non lo è affatto.

Il Mastino Napoletano: dagli Assiri ai Romani

Se per caso qualcuno si trovasse a Londra, all’interno del British Museum c’è una tavoletta speciale che raffigura un cane dalle sembianze del nostro Mastino Napoletano. Risalente al IV secolo a.c., la Situla di Nabeth fu ritrovata sulla facciata di un palazzo dell’epoca degli Assiri. Questo cane di grossa taglia ha sopra di sé un guerriero, pronto a far guerra.

Storia del Mastino Napoletano: dagli Assiri ai Borbone
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9584903

Successivamente fu detto che il Mastino Napoletano avesse origine in Tiber, ma quello che sappiamo è che alcune testimonianze del V secolo a.c. vogliono che il molossoide fu portato dai Fenici in Britannia, anche se Giulio Cesare non ne fa menzione nel suo De Bello Gallico. Quel che è certo è che fu determinante Alessandro Magno che, nel quarto secolo a.C., fece incrociare enormi cani da guerra provenienti dalla Macedonia con cani indiani a pelo corto, per creare una razza invincibile, chiamata appunto, il Molosso.

Ma attenzione che qui la storia si fa interessante. A Roma troviamo il pugnax Britanniae, un cane che discenderebbe dal Mastino portato dai Fenici in Britannia. Utilizzato soprattutto per fare da guardia agli accampamenti dei legionari Romani, il nostro protagonista veniva fatto esibire durante le manifestazioni pubbliche per combattere contro altri animali (felini e elefanti) o gladiatori.

Sempre durante l’epoca Romana, sappiamo da fonti scritte che il gigantesco cane serviva anche da scorta per i ricchi abitanti, che non vedevano l’ora di sfoggiarlo a guardia delle ville. A tal proposito il poeta del I secolo a.c. Columella ne offre una dettagliata descrizione, ecco qui alcuni versi:

Stanno sempre intorno ai chiusi e nell’interno degli edifici, anzi non devono allontanarsene neppure poco e fanno a perfezione l’ufficio loro si avvertono acutamente l’odore di chi si avvicina e lo spaventano con il latrato e non gli permettono di avvicinarsi, o con somma costanza e con violenza assalgono chi tenta di farsi avanti“.

Columella, I sec. a.c.

Dai Borbone al brigantaggio

Luigi Vanvitelli, figlio del pittore olandese Gaspare Van Wittel, cognome italianizzato anzi napoletanizzato in Vanvitiello, progettò per i Borbone la maestosa Reggia di Caserta e il suo splendido parco, un Palazzo Reale che non ha eguali nella storia dell’architettura.

Storia del Mastino Napoletano: dagli Assiri ai Borbone
La statua con i due Mastini Napoletani che attaccano Atteone

Al centro della lunga e bellissima fontana, c’è l’opera scultorea del 1773 intitolata “Diana e Atteone”. La scultura si divide in due blocchi: da una parte c’è Diana, circondata da ninfe incredule, pronta a immergersi nelle acque; dall’altra Atteone, che aveva osato guardare Diana nella sua nudità. Si vede chiaramente che l’uomo è già in parte trasformano in un cervo e intorno a lui ci sono i suoi cani che, non riconoscendolo più, si agitano per cacciarlo e poi sbranarlo.

Ma Tommaso Solari, lo scultore che si occupò di Atteone, non mise a caso quei cani. Doveva essere un omaggio al Mastino Napoletano. Infatti lì sono stati immortalati i cani preferiti di Ferdinando IV, che li utilizzava anche quando andava a caccia. Era molto affezionato a due in particolare, i mastini napoletani Diana e Malacera, che oggi riposano sotto a una lapide posta alla “Vaccheria”, sopra al quartiere di San Leucio.

Il Mastino Napoletano sotto l’epoca vicereale passò nelle mani degli agricoltori, i quali cominciarono a selezionare la razza trasformandola nel Mastino moderno, mantenendone sempre le dimensioni enormi, la pelle spessa e flaccida e la struttura possente tipica dei suoi antenati.

Il carattere fu addomesticato e reso meno aggressivo, affinché potesse convivere con le famiglie e nello stesso tempo fosse ottimo a dissuadere gli intrusi. E non è un caso se i briganti attaccavano le guardie sabaude proprio coi mastini. Peccato che dalla disfatta di Gaeta del Mastino Napoletano non ne abbiamo più tracce. Fino al 1946.

L’expo del Castel dell’Ovo

 Erano anni terribili quelli del dopoguerra. Napoli era una città a pezzi, ma non mancavano iniziative per coinvolgere e unire la popolazione. Il 12 e 13 ottobre si tenne al Castel dell’Ovo una esposizione canina e a avere più successo furono otto Mastini Napoletani, di cui si conoscono ancora alcuni dei loro nomi: Buffariello, Zingarella, Leone , Moschella e il potente Guaglione. 

Fu il medico veterinario Ruggero Soldati, a mostrarli con estremo orgoglio: li considerava l’espressione di una razza conservata a lungo fra Napoli, Salerno, Caserta e Avellino. 

Piero Scanziani, quando vide per la prima volta il Mastino all’esposizione di Napoli nel 1946, scrisse: ”Lo riconobbi all’istante, era uno dei cento che Paolo Emilio il Macedone aveva portato a Roma nel suo trionfo, era il gran cane d’Epiro …dall’alto dei suoi secoli, mi fissava imperturbabile, occhi non ostili e non gentili, sguardo che non da e non chiede, rimira“.

Oggi il Mastino Napoletano è al centro di numerosi studi e ricerche: l’obiettivo è raccogliere gli esemplari rimanenti che si adattano allo standard del mastino napoletano del 1946.

Storia del Mastino Napoletano: dagli Assiri ai Borbone

Fonti:

Piero Scanzani e Umberto Como, Il Mastino napoletano. Dialoghi sul molosso, Elvetica Edizioni, Napoli, 2004

Antonio Crepaldi, Origine del cane e storia verso il molosso attuale, Crepaldi Editore, 2012

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