Francesco Fontana, l'astronomo napoletano a cui è dedicato un cratere sulla Luna e uno su Marte

Francesco Fontana, l’astronomo napoletano a cui è dedicato un cratere sulla Luna e uno su Marte

Ci sono uomini che, pur avendo modificato il corso della storia grazie alle loro intuizioni, alle loro invenzioni e alla loro personalità, tendono a non essere comunque ricordati: Francesco Fontana (Napoli, 1585 circa – Napoli, luglio 1656) è uno di questi. Astronomo e avvocato, nel 1646 portò alla luce la sua opera più importante (e anche l’unica), Novae coelestium terrestriumque rerum observationes, et fortasse hactenus non vulgatae, sui suoi studi sulla Luna e su Marte.

Eppure a Fontana sono dedicati non uno, ma ben due crateri sul satellite terrestre e sul pianeta rosso, ma nessuna strada o piazza nella sua Napoli. Fontana visse qui la sua vita, è nel capoluogo campano che diede vita alle sue scoperte e alle sue invenzioni: uno fra tutti il cannocchiale moderno.

Francesco Fontana: l’astronomo dimenticato

Non si sa perché, ma Francesco Fontana non è annoverato tra le figure di spicco della storia dell’astronomia. Galileo, Keplero e Copernico sono i tre capostipiti di una lunga tradizione astronomica, che, però, a un certo punto, fa tappa anche nel Sud dell’Italia, più precisamente proprio a Napoli.

Se da un lato c’è il grande Giovanni Battista Della Porta (maestro del Fontana), dall’altro c’è il giovane Francesco, arguto e talentuoso ottico e avvocato, con il vizio dell’astronomia. A lui si devono alcune scoperte sensazionali, soprattutto considerando l’epoca e i mezzi rudimentali dei quei si disponeva: per primo comprese che, sulla base della loro rotazione, Marte, Saturno e Giove non potevano coesistere in un cielo di tipo aristotelico, andando così contro le leggi secolari istituite da Tolomeo.

Inoltre intuì l’esistenza di un grande anello attorno a Saturno e dei satelliti di Giove. Ma non solo, perché Francesco Fontana fu il primo uomo a disegnare il pianeta Marte, tra il 1630 e il 1650, rappresentandolo con una macchia scura al centro, probabilmente un errore causato dagli strumenti utilizzati.

Del suo cannocchiale, Giovanni Battista Zupi (o Zupus) (Catanzaro, 2 novembre 1589 – Napoli, 26 agosto 1667), matematico e astronomo di tutto rilievo, nei suoi scritti ricorda bene di averlo utilizzato già a partire dal 1614:

“Affermo che fu lui per primo impiegò due lenti convesse nei tubi ottici, a partire dal quattordicesimo anno di questo secolo”

Giovan Battista Zupi

Grazie al cannocchiale di Francesco Fontana, Zupi osservò nel 1630, per la prima volta, le bande orizzontali dell’atmosfera di Giove e nel 1639 le fasi di Mercurio, ulteriore prova, insieme alle fasi di Venere osservate da Galileo nel 1610, che la teoria eliocentrica di Copernico fosse corretta.

Francesco Fontana, l'astronomo napoletano a cui è dedicato un cratere sulla Luna e uno su Marte
Ritratto di Francesco Fontana, 1608

La diatriba sul primo cannocchiale

E’ universalmente accettato che l’inventore del cannocchiale è stato Galileo Galilei, che nel 1609 presentò alla comunità scientifica il primo esemplare. Il pisano però avrebbe migliorato l’opera del tedesco Hans Lippershey, che l’anno prima aveva costruito un prototipo rifrattore molto simile, con due lenti in grado di guardare più lontano.

In realtà il cannocchiale di Galilei aveva qualche problemino: più cercavi di guardare lontano e più si restringeva il campo visivo. Lo strumento, interessantissimo, si rileva, in fondo, poco utile allo scopo. Poco dopo, Keplero suggerì una modifica al cannocchiale galileiano, che portò così al cannocchiale cosiddetto kepleriano. Ma qualcosa ancora non andava.

Le immagini del cannocchiale di Keplero si osservavano al contrario, un problema non da poco conto. Realizzato con due lenti convesse, quello dell’astronomo tedesco, però, sembrerebbe non sia stato costruito da lui, ma che ne abbia semplicemente suggerito degli accorgimenti.

Infatti in Dioptrice (1611) l’astronomo tedesco spiega il funzionamento del cannocchiale di Galileo Galilei, aggiungendo dei piccoli particolari, ma che lui stesso abbia costruito un cannocchiale con due o tre lenti convesse, non c’è traccia.

Fu l’ottico tedesco Antonius Maria Shyrleus De Rheita a comporre il cannocchiale kepleriano, riuscendo a invertire le immagini:

“Le cose sembrano più vive con il telescopio binoculare, doppiamente per così dire esatto, oltre che grande e luminoso. Il suo telescopio binoculare è il precursore del nostro binocolo…”

Antonius Maria Shyrleus De Rheita

Fontana, nonostante facesse parte degli intellettuali partenopei, non si sa perché, non ha mai scritto nulla, almeno fino al 1646, anno di pubblicazione di Novae coelestium terrestriumque rerum observationes, et fortasse hactenus non vulgatae.

Nella sua opera il napoletano spiazza tutti, spiegando che era convinto che il cannocchiale fosse stato costruito ben prima del 1609, precisamente nel 1589 e che il suo “papà” non fosse stato Galileo Galilei, che lo avrebbe “semplicemente” perfezionato, bensì Giovan Battista Della Porta, suo maestro.

Il cannocchiale di Fontana nel dipinto di Spagnoletto

Ma Francesco Fontana, oltre che per il suo ingegno, sembrerebbe avesse degli ammiratori anche nel mondo dell’arte. Pare che Jusepe de Ribera, detto Spagnoletto, forse per i suoi tratti forti e incisivi, avesse trovato nel volto di Fontana l’ispirazione giusta per la sua tela “Allegoria della vista”.

Francesco Fontana, l'astronomo napoletano a cui è dedicato un cratere sulla Luna e uno su Marte
Allegoria della vista, Jusepe de Ribera, detto Spagnoletto, 1616

Secondo gli storici dell’arte, il soggetto nel quadro dovrebbe avere un’età intorno ai 40 e quando Spagnoletto dipinse l’opera nel 1616, Fontana aveva 36 anni. Inoltre il suo sguardo assorto, il cannocchiale tra le mani, la barba e i baffi pronunciati e i pochi capelli ricci, raffigurano un uomo molto somigliante alle immagini che ci sono pervenute fino ad oggi dell’astronomo napoletano.

Il cannocchiale che stringe tra le dita, inoltre, sembrerebbe un cannocchiale di tipo kepleriano, costruito soltanto nel 1631, 17 anni dopo la composizione del dipinto di Spagnoletto. Un vero e proprio mistero insomma, che però va di pari passo con la figura leggendaria di Francesco Fontana, l’unico napoletano a cui l’Unione Astronomica Internazionale abbia dedicato due crateri su Marte e sulla Luna.

Quindi, se Fontana è stato dipinto da Spagnoletto, che aspetta anche Napoli a dedicargli la giusta importanza, con l’intitolazione di una piazza o di una via?

Bibliografia

I Napoletani che hanno fatto grandi i Borbone, Paolo Mastromo, Rogiosi Editore, Napoli, 2021

L’astronomia a Napoli al tempo di Galileo, in Galileo e Napoli, a cura di Fabrizio Lomonaco, Giovanna Baroncelli, Maurizio Torrini, Napoli 1987

Si ringrazia per il contributo il Museo Galileo di Firenze

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