piazza del plebiscito

Perché è impossibile passare tra i cavalli di piazza del Plebiscito bendati?

Sarà capitato a tutti di passeggiare per piazza del Plebiscito e osservare qualcuno intento a camminare bendato, come se stesse giocando a mosca cieca, con dietro un gruppo di amici che ride e si diverte.

Ebbene, alla base delle loro risate c’è un’antica tradizione che si è fusa con la leggenda, che vuole che nessuno, ma proprio nessuno, sia in grado di passare tra le statue dei due cavalli di Canova di piazza del Plebiscito, con una benda sugli occhi.

Il tragitto è sempre lo stesso: si parte dal centro del portone del Palazzo Reale e si cammina per ben 170 metri, cercando di accaparrarsi la gloria, riuscendo nell’agognata impresa di oltrepassare le statue equestri senza poter guardare, lasciandosi guidare dalle proprie gambe e dai propri sensi.

In molti gli avventori che quotidianamente si cimentano in questa avventura: napoletani o turisti, questo “gioco” ha appassionato grandi e piccini da tutto il mondo e di tutte le età, che non si arrendono e che, anzi, tentano e ritentano, a volte sbattendo la testa contro un passante.

La leggenda

Sembrerebbe che sia tutta colpa della Regina Margherita. Una volta al mese la regina dava la possibilità ad uno dei suoi prigionieri di essere liberato prima dell’esecuzione, ma ad una condizione: riuscire nell’attraversare la piazza, senza l’uso della vista.

Purtroppo per loro nessuno dei galeotti pare che ce l’abbia fatta. Infatti, è abbastanza chiaro che non è che la regina Margherita fosse più magnanima rispetto alle altre monarche, anzi, il suo era un astuto giochino per assicurarsi il favore del popolo.

C’era disperazione e giocarsi la libertà in questo modo avrebbe portato il popolo in fermento, riconoscendo alla regina Margherita un animo puro e non sanguinario, come le cronache del tempo la descrivevano.

Perché è impossibile passare tra i cavalli di piazza del Plebiscito bendati?
Piazza del Plebiscito – Foto di Francesca Cavallo

Una fake news “alla napoletana”

Ma siamo sicuri che questa storia sia vera? Iniziamo la riflessione con una domanda: quale regina Margherita avrebbe permesso una volta al mese la libertà a un prigioniero, se avesse oltrepassato i cavalli di Canova?

Nella storia di Napoli sono state due le regine che avevano il nome Margherita: una è Margherita di Durazzo (1323-1348), madre di re Ladislao, reggente del figlio prima della maggiore età, dal 1386 al 1393, e l’altra è la regina a cui fu dedicata la più celebre delle pizze, Margherita di Savoia, consorte di Umberto I.

All’epoca di Margherita di Durazzo, piazza del Plebiscito ancora non aveva le sembianze odierne, visto che il restyling iniziò con i francesi Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat e terminò con Ferdinando II, assumendo il nome di Foro Ferdinandeo. I due cavalli, inoltre, furono posizionati soltanto nell’Ottocento e, ancora prima, al posto della chiesa intitolata a San Francesco di Paola, c’erano piccoli conventi sparsi e alcune abitazioni. Per questo motivo, a malincuore, non possiamo attribuirle la terribile leggenda.

Discorso differente invece per la regina Margherita di Savoia. Passano quasi 500 anni e a sedere sul trono di Napoli, anzi d’Italia, torna un’altra Margherita, ma stavolta leggermente più sabauda. La prima regina consorte del Regno d’Italia (la moglie del primo re d’Italia Vittorio Emanuele II di Savoia, Maria Adelaide d’Austria, era infatti morta nel 1855, prima della proclamazione del Regno avvenuta nel 1861) non sembrerebbe essere stata, almeno dalle fonti, una donna sanguigna, a cui avrebbe fatto piacere giocare con la vita del suo popolo.

Nel 1861, anno dell’unificazione italiana, le legislazioni di tutti gli stati preunitari (compreso il Regno di Sardegna) prevedevano la pena di morte, tranne quella del Granducato di Toscana. Tuttavia, dal 1877 il re Umberto I concesse l’amnistia generale a tutti i prigionieri, grazie al “Decreto di amnistia” del 18 gennaio 1878.

Bisognerà aspettare il 1889 per vedere abolita in tutto il Regno la pena di morte, con l’approvazione, quasi all’unanimità da parte di entrambe le Camere, del nuovo codice penale, durante il ministero di Giuseppe Zanardelli. Proprio uno degli ultimi condannati celebri del tempo fu l’attentatore alla vita del marito di Margherita, Giovanni Passannante (1879), la cui condanna a morte non fu eseguita e la pena commutata in ergastolo.

Per onor di cronaca, però, è giusto ricordare che la pena capitale restò in vigore nel codice penale militare italiano e in quelli coloniali, venendo applicata massicciamente durante il primo conflitto mondiale (1915-1918) per fatti di diserzione, insubordinazione e “comportamento disonorevole”, anche contro soldati innocenti (pratica della decimazione ordinata dai semplici generali, senza alcuna deliberazione di un tribunale militare).

Alla luce di ciò, sotto il regno della regina che veniva dal Nord Italia la pena di morte scomparve e anzi, il contributo che diede la stessa Margherita di Savoia fu determinante. Questo ci porta così a una conclusione: la leggenda è falsa, senza alcun fondamento e chi la ripete, probabilmente non conosce la storia o è vittima di una fake news.

I sampietrini di piazza del Plebiscito

Ma allora, come mai non si riesce a camminare in maniera dritta, seguendo un percorso così (apparentemente) semplice? E’ tutta colpa dei sampietrini. Sì, avete capito bene, sono i sampietrini a deviare il tragitto. Come abbiamo illustrato precedentemente, piazza del Plebiscito nel corso della storia si è rifatta più volte il look, e ogni ingegnere aveva intenzione di trasformare anche la pavimentazione dello slargo, secondo il proprio gusto personale.

Secolo dopo secolo piazza del Plebiscito fu oggetto di sperimentazioni, livellamenti, innalzamenti e abbassamenti ed è ovvio che la stabilità della pavimentazione non sia così perfetta come in altre strade. Basti pensare che per un periodo fu svolta anche la corrida, con tori e toreri, al centro di quella che oggi è una delle piazze più famose d’Italia.

Furono i sampietrini a dare il colpo finale: questa tipologia di pavé fu utilizzata a metà Settecento per la prima volta, per lastricare piazza San Pietro, a Roma. Iniziò la mania del sampietrino e le monarchie di tutta Europa fecero a gara per garantirsi quella pavimentazione, che assomigliava tanto alla casa di Dio.

Ma a quei tempi, forse, non si discusse abbastanza circa i suo lati negativi: il sampietrino, infatti, non prevede un terreno uniforme e, se bagnato, può addirittura diventare piuttosto scivoloso. Altro aspetto da non sottovalutare è il fatto che il singolo tassello sia formato da una superficie poco regolare, quindi poco confortevole. Ed ecco perché, appoggiandoci il piede sopra, ogni passo comporta un piccolo cambiamento di percorso e risulta così facile perdersi e non oltrepassare le due statue equestri.

Non sarà la storia più romantica tra le leggende napoletane, ma è pur sempre una storia di Napoli.

Bibliografia

Ludovica Cibin, Selciato romano. Il sampietrino, Roma, Gangemi, 2003

Indro Montanelli, Storia d’Italia (1861-1919), edizione edita con Il Corriere della Sera, Milano, 2003

Teresa Colletta, La storia delle piazze. La principale area pubblica di Napoli: da Largo di Palazzo a piazza Plebiscito, Napoli, Università degli Studi di Napoli Federico II

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