Santo Strato il martire che diede il nome al Casale di Posillipo

Santo Strato: il martire che diede il nome al Casale di Posillipo

E’ certamente uno dei luoghi più iconici della nostra bella Napoli. Strato a Posillipo non è semplicemente una strada o un antico Casale: Strato è parte integrante della storia dei partenopei, un luogo affascinante, ricco di misteri e leggende.

La zona è sempre stata abitata dai pescatori locali, per ripararsi dalle incursioni nemiche. Poi, come spesso accade, la costruzione della piccola chiesetta dedicata a un certo santo Strato, ha permesso a tutta l’area di ingrandirsi, iniziando ad accogliere i cittadini provenienti dal centro di Napoli. Ed ecco che furono tirati su le prime abitazioni, in pietra e in tufo, per una comunità in forte crescita, che ancora oggi ha conservato nell’essenza, la sua struttura originale.

Pur essendo il più popolato, per molto tempo il piccolo borgo restò isolato dalla città, così come gli altri Casali: Angari, Megaglia e Spollano. Bisognerà attendere il 1643, anno in cui il duca di Medina, il viceré Ramiro de Guzman, diede inizio ai lavori per la costruzione delle Rampe di Sant’Antonio, arteria fondamentale per lo sviluppo di tutta l’area. Il Casale di Santo Strato fu immortalato all’interno di una mappa per la prima volta soltanto nel 1775, con la piantina di Giovanni Carafa, Duca di Noja, oggi custodita presso la Biblioteca Nazionale di Napoli.

Santo Strato: il martire che diede il nome al Casale di Posillipo
Una veduta di via Strato

Santo Strato: il martire convertito dal vescovo di Napoli

La leggenda principe sulla figura di Strato vuole che in realtà il suo nome sia un’abbreviazione del più austero Stratone, un pretoriano agli ordini di Diocleziano che visse nel II secolo d.C., arruolatosi come volontario e partito da Nicomedia (un’antica città turca, chiamata oggi Izimit) fino a raggiungere le coste di Pausilypon, a Napoli.

Qui ricevette l’incarico di sorvegliare le proprietà dei ricchi romani, una specie di vigilante. Fu un incontro particolare a cambiare per sempre la sua vita. Infatti, tra i suoi obblighi c’era anche quello di dare la caccia ai Cristiani ma, un giorno, sulla sua strada piombò il vescovo di Napoli, Agrippino, che lo convertì. Da quel momento Strato avrebbe dedicato tutta la sua vita a diffondere la parola di Dio.

Iniziò subito, aiutando alcuni perseguitati ad abbandonare la costa di Marechiaro, invasa dai Saraceni, e conducendoli sulla collina. Subito dopo decise di partire e continuare la sua opera di evangelizzazione nei paesi della Magna Grecia. Qui entrò in contatto con altri tre predicatori: Filippo, Eutichiano e Cipriano.

Fu proprio a Nicomedia che il Santo incontrò la morte. Durante uno spettacolo in un teatro, Strato e i suoi compagni riuscirono a convertire il pubblico alla fede cristiana, allontanandoli dagli idoli e dai riti pagani. La notizia, però, giunse all’orecchio del governatore, che ordinò ai quattro di presentarsi al suo cospetto.

Dopo averli interrogati, il governatore romano decretò la loro morte: sarebbero stati la merenda delle belve feroci, proprio durante uno spettacolo in un anfiteatro, ma qualcosa andò storto. Gli animali, infatti, non attaccarono i quattro martiri e così fu deciso di ucciderli in pasto alle fiamme.

Un antico martirologio, in lingua greca, riporta anche alcuni versi relativi alla morte di Stratone, Filippo, Eutichiano e Cipriano:

“Uomini abominevoli mi hanno reso un abominio – dice Stratone – e mi uccidono col fuoco amando Dio, dice Filippo, e più della vita, condannato al rogo non ti comporti da codardo, Eutichiano entrò nella fornace ardente come un cavallo nella pianura, per così dire Cipriano sopportando pazientemente il fuoco della fornace, si sottrasse al fuoco esteriore, come dice la Scrittura”.

Dalla Chiesa fino al culto

La storia non finisce qui. Furono tre pellegrini greci, provenienti da Nicomedia, a riportare il culto del Santo a Napoli, proprio a Posillipo. La tradizione narra che nel 1266, dopo aver raccolto il denaro necessario, esibendosi come giullari, i tre cristiani fecero costruire una piccola cappella dedicata al Santo, sulle rovine di un tempio pagano. La cappella fu ampliata e trasformata fino a che venne trasformata in una vera e propria parrocchia nel 1597, da Lionardo Basso, abate della chiesa di San Giovanni Maggiore.

Bibliografia:

Gino Doria, Le strade di Napoli, Riccardo Ricciardi Editore, 1979, Milano

Romualdo Marrone, Le Strade di Napoli, Newton and Compton Editore, 2007, Roma

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