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Pietro Castellino e il Nobel “scippato” nel 1934 per la cura dell’anemia

Ci sono storie di furti e rapine, alcune così avvincenti da meritare una serie Tv su Netflix, eppure ciò che ha subito il “nostro” Pietro Castellino non ha eguali. “Nostro”, per così dire. Castellino nacque nel 1864 in Uruguay, a Montevideo, da genitori italiani, anche se passò la sua gioventù a Genova, città dove vi giunse all’età di 8 anni. Soltanto a 34 anni fu chiamato a Napoli, per succedere al grande professor Antonio Cardarelli sulla cattedra di Patologia medica, all’Università Federico II.

Così giovane, eppure la sua fama di intraprendenza ed etica lo precedettero. Estremamente dedito alla ricerca endocrinologica, tra i suoi allievi e colleghi ci furono medici del calibro di Giuseppe Moscati, Leonardo Bianchi e Arturo Jelardi. Sempre all’ombra del Vesuvio fondò diverse riviste scientifiche, tra le quali “Il Tommasi”, “Il Giornale della Malaria”, “Folia medica” e “Rivista italiana di terapia”.

Due anni dopo ottenne la cattedra di Clinica medica presso la stessa Università, che tenne fino alla morte. Insomma, il talento del giovane Pietro Castellino era sotto l’occhio di chiunque e per questo fu chiamato a prestare soccorso durante l’eruzione del Vesuvio nel 1906, il terremoto di Messina nel 1909, l’epidemia che colpì la Puglia nel 1911 e quella influenzale in Campania nel 1918.

Durante la prima guerra mondiale continuò a distinguersi per il suo ruolo di Generale Medico, anche se, più in là, le sue posizioni interventiste lo porteranno a iscriversi al Partito Fascista (cosa che era comune tra gli uomini di Scienza dell’epoca, altrimenti avrebbero avuto grossi problemi sul posto di lavoro). Inoltre pubblicò oltre duecento lavori scientifici sulla fisiopatologia del cuore e dei vasi, sulla patologia del sangue, su quella epatica, e conseguì brillanti risultati specialmente nel campo dell’endocrinologia e diresse, con ottimi risultati, le Terme di Agnano e di Castellammare.

Pietro Castellino e il Nobel "scippato" nel 1934 per la cura dell'anemia
Colera a Foggia, 1910

Pietro Castellino e le sue scoperte

Brillante, scaltro e intelligente. Pietro Castellino sapeva il fatto suo e infatti, insieme al suo collaboratore napoletano Alfonso Pirera, perfezionò gli studi condotti da H. Eppinger e L. Hess sull’individuazione dei quadri costituzionali vagotonici e simpaticotonici, ma non solo.

Da tempo i due avevano costituito un team forte e affiatato, solo che l’ambiente scientifico con cui dovevano interfacciarsi, era di tutt’altra pasta. Era il 1912 quando Pietro Castellino e la sua squadra scoprirono la cura dell’anemia con estratti di fegato, un periodo in cui la comunità scientifica non badava a certi esperimenti e così, la scoperta fu attribuita a tre clinici stanutitensi: Whipple, Minot e Murphy.

Pietro Castellino e il Nobel "scippato" nel 1934 per la cura dell'anemia
Una rara immagine di Pietro Castellino

Il premio Nobel mancato

Soltanto nel 1933, anno della morte di Pietro Castellino, il Centro Nazionale delle Ricerche avviò un’indagine interna con a capo G. Viola, affinché venissero esaminati i suoi lavori e quelli della sua scuola, eseguiti anni prima le pubblicazioni dei tre americani. La commissione riconobbe a Pietro Castellino il merito di aver per primo ideato e applicato alla cura dell’anemia perniciosa l’opoterapia epatica, anche se fu evidenziato come il medico “napoletano” avesse dato scarsa diffusione alle sue ricerche, che anzi interruppe successivamente per poco materiale clinico a disposizione.

L’anno successivo, nel 1934, il premio Nobel per la Medicina fu assegnato proprio a Whipple, Minot e Murphy. Oggi la strada che porta all’Ospedale Antonio Cardarelli, suo illustre predecessore, porta proprio il suo nome.

Bibliografia

Antonio Emanuele Piedimonte, Alchimia e medicina a Napoli. Viaggio alle origini delle arti sanitarie tra antichi ospedali, spezierie, curiosità e grandi personaggi, Intra Moenia, 2015, Napoli

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