Gabriele D'Annunzio a Napoli: quando visse a via Chiaia e scrisse "Vucchella"

Gabriele D’Annunzio a Napoli: quando il Vate visse a via Chiaia e scrisse “Vucchella”

Gabriele D’Annunzio, detto Il Vate, ha certamente segnato un’epoca. Che piaccia o no, D’Annunzio è stato uno degli uomini più importanti del Novecento, anche se già giovanissimo, verso la fine dell’Ottocento, compose “Giovanni Episcopo” e “L’innocente”, seguiti da “Il trionfo della morte” e dalle liriche del Poema paradisiaco a Napoli, città in cui visse per due anni, dal 1891 al 1893. Nella città partenopea pubblicherà romanzi, raccolte, novelle, veri e propri saggi giornalistici tra i più interessanti della sua immensa carriera di scrittore.

I soggiorni di D’Annunzio

Il Vate si trasferì all’ombra del Vesuvio per scappare da alcuni creditori: qui era certo che non sarebbero venuti a cercarlo. Così fece le valigie e, di fretta e furia partì. Il suo primo soggiorno fu all’Hotel Vesuve, soggiogato e sedotto da quel mare e dallo spettacolo della natura. Il 3 settembre scrisse a Barbara Leoni, sua amante romana dell’epoca:

In questi pochi giorni ho veduto mille spettacoli diversi e tutti stupefacenti. Sono stato a Posillipo, a Pozzuoli, a Baja, a Sorrento, a Capri, per mare e per terra… Sono tornato a Napoli in barca, stasera, dal capo Miseno, costeggiando. E’stata una divina navigazione per un mare divino. Remigavo, come nelle acque di Anzio. Alla punta di Posillipo è caduta la sera; e tutta Napoli è sorta dal mare incoronata di lumi respirando come una creatura misteriosa, nel crepuscolo violetto”.

Gabriele D’Annunzio

Successivamente si fece ospitare, insieme alla duchessa Anguissola, dalla famiglia Medici di Ottaviano a via Chiaia, all’interno di Palazzo Miranda.

Si tratta del primo palazzo sulla sinistra, salendo da piazza dei Martiri e oggi coperto dagli alberi. Fu acquistato da Michele Medici duca di Miranda, gentiluomo di camera di re Ferdinando, ristrutturato e ampliato e oggi conserva anche una pinacoteca: sulla facciata c’è una lapide che ricorda che proprio lì c’era la preesistente Porta di Chiaja, abbattuta nel 1782.

Gabriele D'Annunzio a Napoli: quando il Vate visse a via Chiaia e scrisse "Vucchella"
La targa della veccia porta di Chiaia

Il matrimonio della Serao, l’assunzione a “Il Mattino” e i guai con la legge

Erano anni d’oro per Napoli, per quando riguarda la produzione artistica. Da Tagliaferri a Libero Bovio, da Salvatore Di Giacomo a Eduardo Scarpetta fino a Ernesto Murolo, il capoluogo campano pullulava di talento. La vera passione di D’Annunzio, però, era il giornalismo. Così, venuto a conoscenza della fondazione di un nuovo giornale, un certo Il Mattino, fu immediatamente assunto da Matilde Serao ed Eduardo Scarfoglio. Sulle pagine del neonato quotidiano si confrontò con Zola, Wagner, Nietzsche, con articoli che offrono un originale chiave di lettura.

Il rapporto che D’Annunzio ebbe con la Serao fu di stima e di affetto: a lei dedicherà “Giovanni Episcopo” con queste parole “a voi, signora, a voi che ricercando il meglio date in Italia l’esempio di una operosità così virile“. I due si erano incontrati nei salotti romani e, alla notizia del matrimonio tra la Serao e Scarfoglio, Il Vate volle far uscire un articolo di auguri sul quotidiano La Tribuna, con il titolo Nuptialia.

Gabriele D'Annunzio a Napoli: quando il Vate visse a via Chiaia e scrisse "Vucchella"
Palazzo Medici di Ottaviano o Miranda

Ma non è oro tutto ciò che luccica. D’Annunzio a Napoli si fece anche dei nemici: subì le feroci critiche di Benedetto Croce, che su “La Critica” lo definì “dilettante di sensazioni“, e con cui si scontrò anche durante il processo Scarpetta, che lo portò alla sbarra, avendo torto, per aver accusato il padre dei De Filippo di aver fatto della parodia sul suo “La figlia di Iorio”, mettendo in scena “Il figlio di Iorio”.

Non solo, perché sempre a Napoli nel 1893 fu celebrato il processo per adulterio, dopo che nell’ottobre del 1892, il conte Anguissola denunciò D’Annunzio e la sua stessa moglie, la contessa siciliana Maria Gravina di Cruyllas di Rammacca, avendoli sorpresi in un appartamento di via Caracciolo, dove s’incontravano da mesi. Da questo rapporto nacque una figlia, Renata, anche se Il Vate era già sposato con Maria Di Gallese. Per lui, dunque, una condanna a cinque mesi di reclusione, ma con il beneficio dell’indulto.

Nel 1895 la Gravina partorirà un secondo figlio, Gabriellino, che però D’Annunzio non volle riconoscere, mettendone in dubbio la paternità. Distrutta dai debiti, finì i suoi giorni a gestire un albergo di terz’ordine a Montecarlo, che pare fosse in realtà una casa di tolleranza.

Per Renata, invece, che era la figlia prediletta, chiamata affettuosamente dal padre Cicciuzza, nel 1903 si aprirono le porte del prestigioso Collegio di Poggio Imperiale a Firenze, dove ricevette un’ottima formazione culturale. Questa decisione venne presa in maniera univoca da D’Annunzio, con l’aiuto dell’attrice e amante del poeta, Eleonora Duse, che pagò anticipatamente tre annualità della retta scolastica.

Gabriele D'Annunzio a Napoli: quando il Vate visse a via Chiaia e scrisse "Vucchella"
La facciata del Palazzo dove soggiornò Gabriele D’Annunzio

‘A Vucchella e la scommessa con Ferdinando Russo

Se c’era qualcuno con il quale D’Annunzio strinse un grande rapporto d’amicizia, questa persona ha un solo nome e cognome: Ferdinando Russo. Col poeta scugnizzo condivideva la scrivania presso “Il Mattino” e si può dire che i due erano inseparabili.

Si dice che un giorno, nel bel mezzo di un caffè, seduti al bar Gambrinus, Russo abbia provocato l’amico di Pescara, sfidandolo a scrivere alcuni versi in napoletano (anche se secondo Roberto De Simone la sfida sarebbe stata lanciata in un bar della Galleria Umberto I, di fronte alla barberia di un certo De Francesco che, manco a farlo apposta, era il nipote di un barbiere-cantante noto come ‘O zingariello).

Passarono i giorni e arrivò il momento che D’Annunzio dovette ripartire verso Roma, ma non aveva dimenticato la promessa fatta all’amico. Così, Ferdinando Russo trovò nel cassetto della sua scrivania nella redazione de “Il Mattino” un foglio, firmato Gabriele D’Annunzio.

Lì sopra c’era scritta ‘A Vucchella”, poesia dedicata alla figlia Renata appena nata, e che verrà successivamente musicata da Francesco Paolo Tosti (anche lui abruzzese come Il Vate) ed edita da Giulio Ricordi. Russo la pubblicherà sul giornale napoletano soltanto dieci anni dopo, il 7 settembre del 1903, evidenziando come D’Annunzio avesse anche inventato un neologismo “appassiulatella” che il “divino poeta” coniò per l’occasione. Il riferimento era proprio alla bocca della figlia, paragonata ad una piccola rosa leggermente appassita. ‘A Vucchella” sarà interpretata da artisti come Enrico Caruso, Roberto Murolo, Luciano Pavarotti, Rosa Ponselle, Mario Lanza, José Carreras e Franco Corelli.

D’Annunzio e i debiti: la pelliccia venduta a via Toledo

Il periodo napoletano, quello che D’Annunzio chiamò della “splendida miseria”, fu però certamente il periodo più difficile dal punto di vista economico nell’esistenza del poeta. Al buon D’Annunzio piaceva la bella vita e si può ben constatare da un fatto curioso che avvenne alla sua partenza da Napoli. Nelle cerchie delle sue amicizie partenopee, si annoverava il marchese Franz Lecaldano, il quale svariate volte gli prestò del denaro. Fu proprio in una di queste occasioni che, non avendo ricevuto i soldi indietro, il marchese mise in vendita una pelliccia del poeta, che gli aveva precedentemente dato in pegno.

In una vetrina di via Toledo comparve il vistoso indumento, accompagnato dalla scritta: “Gabriele D’Annunzio a corto di quattrini vende questa pelliccia a prezzo di affezione“. E’ altrettanto curioso anche un altro avvenimento accaduto nel capoluogo campano: nel corso di un giro al Centro Storico, in via Costantinopoli il poeta si imbatté in una scrivania in stile Luigi XVI e pregò la baronessa Marianna Cassitto della Marra di acquistarla per lui. Costava 100 lire, che avrebbe guadagnato soltanto con la pubblicazione di ben cinque articoli.

Alla baronessa dedicò una poesia e una supplica e così ottenne la scrivania tanto desiderata. Cosa si fa pur di non cacciare un soldo!

Alla Baronessa Della Marra

SUPPLICA

Mia dolce baronessa, non mi sarà concessa dunque una scrivania che in tutto degna sia dello scrittor famoso? L’animo generoso non muoveranno i versi supplici? Dunque apersi invano la mia vena? O amica, gratia plena, non mi fate languire per quelle cento lire che l’antiquario chiede! Voi sarete l’erede del morituro sposo. Domani un prodigioso flutto d’oro le casse v’empirà senza tasse… Che sono dunque cento lire buttate al vento?

Deh! Fate che domani sera le belle mani baronali io vi possa baciare! Non vi ho mossa la pietà nel pio cuore? Orrore! Orrore!! Orrore!!! È dunque un cor di pietra che né pure la cetra d’Orfeo discioglierebbe? Ahi me, chi l’avrebbe imaginato! Addio, baronessa crudele. Misero Gabriele! Nella sua innocenza egli resterà senza la scrivania. Per cento lire! Per sole cento lire! Per cento lire sole! Ah, meglio morire! Il vostro cor m’ascolta? Questa è l’ultima volta. L’ultima volta sia. Voglio la scrivania, quella di cento lire; o pur voglio morire…

Gabriele D’Annunzio

Bibliografia

Andrea Jelardi, Strade, personaggi e storie di Napoli, da Posillipo a Toledo, Alfredo Guida Editore, 2007

https://www.myrrha.it/dannunzio-a-napoli-e-la-scrivania-di-franca-minnucci-numero-10-marzo-2018/?print=print

Tobia Iodice, Come un sogno rapido e violento Gabriele d’Annunzio e Napoli (1891-1893), Carabba, 2018

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