Fra Donato d'Eremita di Roccadevandro: il farmacista dell'orto di Santa Caterina a Formiello

Fra Donato d’Eremita: il farmacista dell’orto di Santa Caterina a Formiello più famoso di Napoli

Chi si fosse imbattuto in zona Porta Capuana all’inizio del Seicento, avrebbe avuto certamente a che fare con Fra Donato d’Eremita di Roccadevandro, una istituzione da queste parti. Il frate domenicano era una leggenda vivente per il tempo, grazie ai suoi farmaci e alle sue pozioni furono tantissimi coloro che trassero giovamento. Al tempo si veniva chiamati “speziale”, in quanto non esisteva la figura del farmacista.

Lo speziale si occupava della preparazione delle medicine, solitamente aveva una bottega, definita spezieria, all’interno della quale effettuava anche attività di vendita delle spezie e delle erbe medicinali. Nella bottega dello speziale si trovavano inoltre i profumi ed essenze, i colori usati in pittura e dai tintori, la cera e le candele, la carta e l’inchiostro e spesso anche dolci speziati, preparati dallo speziale stesso.

Il nostro Fra Donato d’Eremita era una vera e propria star, aveva messo a frutto le conoscenze alchemiche, producendo medicine spagiriche a base di minerali e metalli. Poi, un giorno, si mise in mezzo il priore del convento di Santa Caterina a Formiello: da quel momento non si seppe più nulla del celebre frate e con lui sparì la speranza di moltissimi napoletani, che avevano messo nelle sue mani il loro stato di salute.

Il “Padre della Sanità” e l’alchimia

Nato sul finire del Cinquecento a Rocca d’Evandro, in provincia di Caserta, si trasferì giovanissimo a Firenze, nel convento domenicano di Santa Maria Novella (che nel 1549 contava tra i padri uno speziale secolare e nel 1609 il primo frate aromatario), per intraprendere la carriera di speziale, al servizio di Cosimo II de Medici, dinastia sempre molto vicina alla sperimentazione dell’alchimia (Cosimo I aveva fatto erigere un forno, trasferito nel Casino di San Marco).

Qui Fra Donato ebbe modo di formarsi in quello che per tutto il secolo precedente, sotto la reggenza di Cosimo I e di suo figlio Francesco, era stato un importante centro di studio ed irradiamento dell’alchimia. Chiaramente stiamo parlando di soluzioni che oggi non verrebbero nemmeno prese in considerazione dalla comunità scientifica: pastiglie di terreno proveniente dall’Isola dell’Elba, che curavano le emorragie, le dissenterie e la febbre, oppure l'”olio di contravveleno“, fatto di scorpioni per combattere la peste, giusto per fare qualche esempio.

Fra Tomaso Renaldi nel XVIII secolo annotò: “Essendo poi capitato da Fiorenza in questo nostro Convento Fra Donato l’Eremita converso… quale per tanti anni haveva servito nella Fonderia, o Farmacopea del Gran Duca di Fiorenza et ivi si era fatto assai pratico e molto perito nell’arte chimica e spetiaria, giudicarono bene di padri di erigere et aprire una spetiaria, accio questo fratello potesse esercitare questi virtuosi talenti e li Religiosi avessero pronti li medicamenti nella loro infermaria“.

Il ritorno a Napoli e la morte

Al suo rientro a Napoli, nel primo decennio del ‘600, Fra Donato viene in un primo momento aggregato al convento di recente costruzione (1602) di Santa Maria alla Sanità. Il complesso conventuale vantava una prospera spezieria, tra le più note a Napoli, ed un giardino di semplici, entrambi curati da Fra Cataldo Caporco.

Nel 1611 Fra Donato venne trasferito nel complesso conventuale di Santa Caterina a Formiello (nell’attuale via Carbonara). Qui, probabilmente proprio per accogliere il domenicano, verrà attrezzato un giardino di semplici e si apre una spezieria, che in pochi anni, riscuote un notevole successo.

In poco tempo, quello che era un orto poco sfruttato, diventerà la spezieria più famosa di Napoli, tanto che un religioso, un secolo dopo la morte di Fra Donato d’Eremita, scriverà: “L’accorrere di malati che sembrava che nessuno si potesse sanare se non gli fossero stati somministrati i medicamenti della spezieria di S. Caterina a Formello per mano di Fra Donato d’Eremita“.

Il frate era amico dei lincei napoletani (in particolare di Giovan Battista Della Porta e di Carlantonio Stigliola), di Fabio Colonna, Ferrante Imperato, Bartolomeo Maranta e fu in rapporti con uomini di scienza come il Faber ed il Castelli. La sua notorietà troverà un brusco stop nel 1630, quando verrà rinchiuso in una cella, dove si suiciderà poche ore dopo, a seguito di un grosso litigio col priore del convento. Pare che gli introiti, frutto del lavoro del frate, fossero stati utilizzati nell’abbellimento e nell’ornamento della struttura conventuale e della chiesa di Santa Caterina a Formello. Il domenicano non la prese bene, in quanto avrebbe preferito che quei soldi venissero spesi per la comunità.

Il contenzioso portò alla fine alla morte di Fra Donato, anche se c’è chi dice che in realtà sarebbe stato ucciso dal priore stesso e il suicidio sarebbe stato soltanto una messa in scena, per nascondere un omicidio che, probabilmente, avrebbe fatto molto parlare in città.

Le opere di Fra Donato d’Eremita

Fra Donato d'Eremita: il farmacista dell'orto di Santa Caterina a Formiello più famoso di Napoli
Copertina di Dell’Exlir Vitae. Probabilmente il primo frate sulla destra sarebbe proprio Fra Donato d’Eremita

La figura dell’uomo che ci appare è dunque quella di una persona che ama ciò che fa, che si prodiga ogni giorno verso nuove scoperte e riflessioni. Esce così nel 1624 ad opera del domenicano, a Napoli, il “Dell’Elixir Vitae”. Si tratta della prima opera del frate, cui farà seguito nel 1639 un Antidotario. In realtà questa sarebbe dovuta essere soltanto la prima parte dell’intera opera, dal momento che il manoscritto completo, oggi conservato presso la biblioteca dell’Archiginnasio a Bologna, mostra altre due parti dell’Antidotario che non furono mai stampate.

Altra opera mai stampata, custodita anch’essa all’Archiginnasio, fu l’Arte Distillatoria. Sempre da attribuire al frate domenicano sono una serie di tavole raffiguranti semplici e recanti la firma del D’Eremita, dedicate al linceo Giovanni Faber, oggi nel British Museum di Londra, cosi come un codice manoscritto con delle tavole colorate, custodito nella biblioteca di Montpellier.

Il “Dell’Elixir Vitae”

Le fonti consultate per la redazione di questo testo furono innumerevoli, a testimonianza della sicura padronanza dell’autore di una già vasta letteratura alchemica. Esse spaziano da autori arabi, a greci, fino ai maestri dell’alchimia occidentale: Arnaldo da Villanova, Giovanni di Rupescissa, Cristoforo Parigino e, tra gli italiani, il Fioravanti, e Mattioli.

Il “Dell’Elixir Vitae” è ricchissimo di spunti di chiara ispirazione ermetica. Il volume è una specie di enciclopedia che racchiude la farmacopea del tempo con l’utilizzo di pietre, fluidi, pezzi di animali, frutti, con circa 230 rimedi, che oggi appaiono abbastanza opinabili.

Bibliografia

Adrea Jelardi, Strade, personaggi e storie di Napoli, da Posillipo a via Toledo, Alfredo Guida Editore, Napoli, 2007

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