Fà 'o Mastuggiorgio: ovvero il dottor Giorgio Cattaneo, il medico dell'Incurabili

Fà ‘o Mastuggiorgio ovvero il dottor Giorgio Cattaneo, il medico dell’Incurabili

Almeno una volta nella vita abbiamo avuto a che fare con un Mastuggiorgio. Costui sarebbe il castigamatti, o semplicemente il controllore dei matti: tra le sue “doti”, doveva esserci sicuramente il fisico robusto, visto che doveva riuscire ad infilare la camicia di forza ai malati psichiatrici. Con il tempo, l’accezione negativa di Mastuggiorgio è andata scemando fino a lasciare spazio alle sole caratteristiche positive che per l’appunto si sono “incarnate” nel detto “Fa ‘o Mastuggiorgio!”.

Colui il quale oggi pronuncia queste parole, lo fa per mettere in risalto del soggetto nei confronti del quale le si esclama la sua capacità di affrontare e gestire le situazioni con determinatezza e fermezza, insomma il suo essere sicuro di sé. Ma in pochi sanno che questa dicitura, in realtà, ha una storia antichissima, che risale addirittura all’inizio del ‘600.

Ci troviamo in un’epoca di cambiamenti, dove la corte del Regno di Napoli era una delle più raffinate e aperte alle novità culturali del Rinascimento: erano ospiti di Alfonso d’Aragona Lorenzo Valla, che proprio durante il soggiorno partenopeo denunciò il falso storico della donazione di Costantino, l’umanista Antonio Beccadelli e il greco Emanuele Crisolora.

In questo periodo storico si sperimenta e si studia e anche il nostro Mastuggiorgio pare essere stato un uomo al servizio della scienza. Ma chi era questo Mastuggiorgio?

Giorgio Cattaneo: ‘O Mastuggiorgio

All’ospedale degli Incurabili, fondato da Maria Lorenza Longo nel 1521, lavorava un certo Giorgio Cattaneo, ovvero il Mastuggiorgio originale. Sì, sarebbe questo il nome e cognome del vero, primo, Mastuggiorgio di Napoli. Quello che sappiamo di lui è poco, visto che mancano notizie anagrafiche. Fu un maestro dei matti e lo sappiamo grazie alla lamentela, custodita all’interno della Biblioteca Nazionale di Napoli, sollevata da un certo Giorgio Cataneo Mastro dei Matti, il quale si sentiva perseguitato dall’economo dell’ospedale, Giovambattista Pisano. Questo documento storico è una prova sottilissima che ci riconduce al nostro Mastuggiorgio. Di Giorgio Cattaneo infatti sono rimasti nella storia i suoi estremi metodi coercitivi sui malati ritenuti “pazzi”.

Ora, è bene ricordare che, in un ospedale storico come quello degli Incurabili, dove si sono succeduti medici del calibro di Domenico Cotugno, Luciano Armanni o Giuseppe Moscati, molte pratiche, oggi ritenibili fuori di testa, erano accettate ampiamente dalla comunità scientifica. L’approccio terapeutico del dottor Cattaneo era abbastanza opinabile: secondo il medico la follia era dovuta alla presenza di meningi anormali e, a seconda del tipo di alterazione, poteva conseguire eccessiva forza fisica o estrema debolezza.

Tra i suoi trattamenti c’era ‘a rota, riservato a coloro che avevano troppa forza, che consisteva nel girare, fino allo sfinimento, una ruota, in modo tale da prelevare l’acqua dal pozzo nel cortile dell’ospedale. Della serie, uniamo l’utile al dilettevole. Il tutto con una notevole razione di nerbate, somministrate dagli infermieri agli ordini di Giorgio Cattaneo. Diverso invece il discorso verso chi invece dimostrava troppa debolezza, a cui era riservata la cura delle cient’ova: i pazienti venivano obbligati a mangiare cento uova che, secondo il dottore, dovevano servire a ricostituire le forze.

Nello stesso documento della Biblioteca Nazionale, poi, ci si riferisce a Giorgio Cattaneo con l’appellativo di “mastro dei pazzi” e non con il termine di “medico aggressore”, che si utilizzava nei confronti dei giovani laureati in medicina esperti in malattie mentali. In soldoni, Cattaneo veniva chiamato “mastro” in quanto doveva essere un infermiere più esperto degli altri colleghi e proprio per via della sua autorità e delle sue soluzioni, come dire, folli, questo modo di dire, prettamente ospedaliero, è arrivato fino ai giorni nostri.

Bibliografia

F. Montuori, Sui proverbi della Campania, in La fortuna dei proverbi, identità dei popoli, Roma, 2014

S. Di Giacomo, Le poesie e le novelle, a cura di F. Flora e M. Vinciguerra, Mondadori, 1971

Raffaele Bracale, a cura di Amedeo Colella, Comme se penza a Nnapule, Cultura Nova, Napoli, 2018

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