La capera e il capillaro: gli antichi mestieri a cui piaceva spettegolare

La capera e il capillaro: gli antichi mestieri a cui piaceva spettegolare

Tra il XVIII e il XIV secolo a Napoli iniziarono a diffondersi diverse mode, essendo una Capitale che sfornava idee e talenti di ogni tipo. Essenziale a tale scopo era la figura della capera, ma anche quella del capillaro, due antichi mestieri che oggi non esistono più. Essi si occupavano della cura del capo e dei capelli, chi recandosi presso i domicili dei clienti, chi gridando a gran voce l’acquisto di ciocche di capelli.

Fu proprio a causa loro che spesso i matrimoni finivano, per via dei pettegolezzi che raccontavano o che ascoltavano, che poi commentavano con altri clienti ancora: insomma, quelli che a Napoli vengono chiamati gli inciuci.

La capera e il capillaro: gli antichi mestieri a cui piaceva spettegolare
Stampa antica del 1800

La capera

Pur essendo oggi un termine dispregiativo, fino al secolo scorso fare la capera significava occuparsi del capo e dei capelli delle persone. La maggior parte di loro erano donne, come anche le clienti, che lavoravano in mezzo alla strada, senza avere la possibilità di possedere una bottega tutta per loro. Proprio grazie al fatto di esercitare il proprio lavoro agli angoli delle strade, le capere erano in grado di venire a conoscenza di diversi pettegolezzi.

Soltanto all’inizio del XIV secolo la capera iniziò ad entrare nelle case delle loro clienti: lì poteva avere modo di ascoltare le confidenze che le venivano riferite, parlava dei fatti degli altri, mai sbilanciandosi sui suoi. Ascoltava sfoghi e indiscrezione e assunse il ruolo di un vero veicolo di pettegolezzi, proprio come un Facebook moderno.

Così iniziò a spargersi la voce e le capere, ovvero delle parrucchiere moderne, vennero sempre più accusate di essere delle inciucesse, termine coniato appositamente per loro. Infatti l’atto dello spettegolare in napoletano si dice “inciuciare“, derivante dall’onomatopeico ciù-ciù, ovvero il mormorio che si ascolta quando due persone parlano a bassa voce.

Le capere più famose furono Carmelina, Luisella e Giuvannina, anche se la più nota fu senza dubbio “Onna Maria ‘a faccia tagliata“, chiamata così per via dello sfregio, fattole da uno spasimante geloso, che aveva sul volto e che copriva con un variopinto foulard o con una sciarpa scura.

Un termine che a Napoli ricorda la capera è senza dubbio mpechera. Con questa parola, in napoletano, si identifica una donna pettegola, intrigante e sobillatrice: quel tipo di persone a cui piace mettere zizzania (inciuci) e far litigare la gente.

La capera e il capillaro: gli antichi mestieri a cui piaceva spettegolare
Una capera a lavoro nella zona di Santa Lucia

Il capillaro

Non troppo differente è la figura del capillaro. Un lavoro tanto antico che pone le sue radici ai tempi di Neapolis, quando il capoluogo campano faceva parte dell’Impero Romano, e che si estinse soltanto dopo il secondo conflitto mondiale. Il capillaro (o capillone) era un uomo che richiamava l’attenzione su di sé gridando “Capillò Capillò chi me chiamma” e che era era solito acquistare trecce e capelli per rivenderli ai produttori di toupet e parrucche.

Questo mestiere veniva trasmesso da padre a figlio e spesso, per comunicare tra loro, li vedevi utilizzare l’antico linguaggio della parlesia, incomprensibile per i passanti. Il capillaro girava munito di una forbice e un cesto di vimini, chiamato sporta, nel quale adagiava le trecce o le code di cavallo appena tagliate, in cambio di pochi spiccioli, che servivano a sfamare sì e no se stesse o i propri figli.

In realtà non era così semplice convincere le donne a tagliarsi i capelli e per questo svolgere questo mestiere non era da tutti. Bisognava vestirsi bene, studiare le proprie prede, guardare la qualità e la quantità di capelli. Per questo motivo, durante i periodi di crisi il capillaro usciva fuori, pronto a regalare qualche moneta alla popolana di turno, in nome delle parrucche di Lord, principesse e magistrati.

Una volta raccolte le chiome e le trecce, il capillaro le lavava, e divideva i capelli in ordine di lunghezza, colore e consistenza. Fu con l’americanizzazione degli anni Cinquanta e l’ingresso delle nuove fibre sintetiche che questo mestiere scomparve per sempre, anche se nel 2006, a Elva, in Piemonte, è stato inaugurato il Museo dei Pels, specializzato sull’evoluzione dei capelli, e che racconta anche la storia di questo antico mestiere.

Bibliografia

Enrico Volpe, Storia e immagini dei più noti antichi mestieri di Napoli, Cuzzolin, Napoli, 2019

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