Lo schiattamuorto: perché si dice così? Qual è la sua storia?

Lo schiattamuorto: perché si dice così? Qual è la sua storia?

Mi vesto a lutto perché sono morto: mi hanno assassinato, spargendo la voce che sono uno jettatore“, così diceva Totò nelle vesti dello schiattamuorto per eccellenza, Rosario Chiarchiaro, nel film “Questa è la vita“, diretto da Giorgio Pàstina, Mario Soldati, Luigi Zampa e Aldo Fabrizi. Colui che seppellisce i morti, infatti, a Napoli viene chiamato becchino o, soprattutto, schiattamuorto.

Diciamoci la verità, una figura rispettata quanto temuta: rispettata perché risulta fondamentale per i parenti del morto, prendendosi cura della vestizione e della cerimonia (vedi i funerali in grande stile che a volte avvengono in tutto il Sud Italia); temuta perché viene considerato un portatore di sfortuna e spesso al suo passaggio non manca che compie riti scaramantici. Eppure la storia dell’etimologia di questo termine si è perso nei tempi e oggi restano soltanto poche suggestioni, che però nascondono tutte un fondo di verità.

Lo schiattamuorto: perché si dice così? Qual è la sua storia?
Totò nei panni dello schiattamuorto Rosario Chiarchiaro, nel film “Questa è la vita”

Lo schiattamuorto: le origini medievali

Quando c’è la morte per mezzo, di certo da queste parti non si va per il sottile. Chi pratica il mestiere del beccamorto sa bene cosa significhi essere osservato o guardato male. Chissà se succedeva anche nel Medioevo, quando, in assenza dello schiattamuorto, era diffusa l’usanza di chiamare il medico di turno per constatare la morte del defunto.

A questo punto al dottore spettava il compito di infliggere un qualsiasi tipo di dolore al corpo e, spesso, non si risparmiava di mordergli una parte del piede, generalmente l’alluce. Soltanto dopo aver praticato tale rituale, si poteva procedere alla sepoltura. Ma questa figura divenne sempre più professionale, e pian piano si occupò anche della sepoltura dei corpi all’interno delle bare: ed ecco che, secondo la tradizione, iniziò ad aggiustare le ossa, vestire il morto e renderlo presentabile, prima di mostrarlo ai parenti.

Intanto a Napoli…

Ma si sa, a Napoli nulla è come sembra e si vorrebbe affidare l’origine della parola schiattamuorto al periodo di dominazione francese. Secondo alcuni studiosi il termine deriverebbe dal francese croquemort, parola che compare nei testi scritti fino al 1788, e che deriverebbe a sua volta, secondo il Dizionario storico della Lingua Francese, dall’uso della parola “croquer” nel senso di rubare, far sparire.

Il Centro Nazionale per le Risorse Testuali e Lessicali, infatti, vede in questa espressione un’antica usanza dei dipendenti delle imprese di pompe funebri, i quali “avrebbero morso” (o avrebbero mangiato) i morti, per esempio rubando loro gioielli e valori (compresi fedi nuziali e denti in oro), prima di farli sparire prima in una bara e poi sottoterra.

Inoltre, sempre in francese, croquemort in biologia va a designare gli insetti che si nutrono delle carcasse dei morti. Questa interpretazione potrebbe essere paragonata alla parola “sarcofago“, ovvero cisterna destinata a ricevere un cadavere, la cui etimologia greca Σαρκοφάγος (sarcos significa carne o l’azione di mangiare, divorare) si traduce letteralmente con “mangiatore di carne”.

In generale, però, nella Napoli del Settecento i becchini bucherellavano i corpi dei morti, per verificare se fossero davvero deceduti. Potrebbe essere da questo gesto, ovvero l’arte di premere e bucare un cadavere, che deriverebbe la parola schiattamuorto, anche se non è esclusa un’altra spiegazione ancora. Sempre in quel periodo, era diffusa un’altra azione, quella di ammassare nelle bare i cadaveri uno sopra l’altro, così da far perdere tutti i liquidi. Insomma, gli studiosi ancora dibattono sulla vera origine dello schiattamuorto made in Napoli, ma come sempre, con la lingua napoletana non ci si annoia mai.

Bibliografia

Enrico Volpe, Storia e immagini dei più noti antichi mestieri di Napoli, Cuzzolin, Napoli, 2019

Martin Rua, Napoli esoterica e misteriosa, Roma, Newton Compton Editori, 2015

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