Torquato Tasso a Napoli e la lite per i soldi mai ricevuti

Torquato Tasso a Napoli e la lite per i soldi mai ricevuti

Pur essendo sepolto nella chiesa di Sant’Onofrio al Gianicolo, a Roma, Torquato Tasso, sorrentino e amante della città di Napoli, fino all’ultimo giorno della sua vita non ha mai smesso di pensare alla bella Partenope. Lo sappiamo per via di una lunga disputa causata, come spesso accade anche oggi, da una questione di soldi, che ebbe con la famiglia dei Caracciolo, capeggiata da Domizio, il quale si convinse troppo tardi di onorare quanto spettava all’autore della “Gerusalemme Liberata”.

Proprio così, Torquato Tasso e Napoli si unirono come un neonato si lega al cordone ombelicale della propria madre, nel bene e nel male. Il poeta non ha mai nascosto il suo amore per il capoluogo campano e della presenza della sua famiglia in città, abbiamo testimonianze in diversi luoghi.

Quel che sappiamo è che il padre fu il segretario della famiglia Sanseverino, all’interno delle mura dell’edificio che oggi conosciamo come la chiesa del Gesù Nuovo, a piazza del Gesù, e che la terza cappella della navata sinistra della basilica di Santa Restituta, all’interno del Duomo, era di proprietà della famiglia De Rossi, cui appartenevano Porzia, madre di Torquato Tasso (forse qui sepolta) e dello zio Scipione (citato nella penultima riga della lapide a sinistra).

Tasso ricorda sua madre poi nel sonetto A Napoli, patria de la signora Porzia Rossi: “Real città, cui par non vede il sole / di beltà, di valor; ch’in sen rinchiudi le ceneri onorate e gli ossi ignudi / di lei che mi produsse e fu tua prole“.

Torquato Tasso a Napoli e la lite per i soldi mai ricevuti
Piazza Torquato Tasso, Sorrento

Torquato Tasso e il palazzo d’infanzia nel cuore di Napoli

Nel cuore del centro antico di Napoli, a largo Proprio d’Avellino, al civico 4 c’è il palazzo dei Caracciolo d’Avellino, dove Tasso vi dimorò tra il 1550 e il 1554. Sulla facciata dell’edificio c’è una lapide con su scritto: “In questa casa ch’era di sua madre Torquato Tasso abitò quattro anni tra fanciullo e adolescente abbozzò la forma del cuore e dell’ingegno si sentì napolitano e cavaliere gli sorrise di lontano la gloria provò i primi dolori”.

Torquato Tasso a Napoli e la lite per i soldi mai ricevuti

L’edificio appartenne in origine ai Gambacorta: Lucrezia generò Porzia de’ Rossi, madre dello scrittore. Alla morte di questa nel 1556, il fratello Scipione cedette la proprietà a Domizio Caracciolo, duca di Atripalda, senza tenere in considerazione il fatto che sulla stessa gravava la quota dotale della sorella. Ciò provocò profondo astio tra zio e nipote, al punto che Tasso accusò il primo di nutrire “isperanza di godersi il resto de la eredità di mia madre“.

Nella lettera indirizzata da Roma il 20 novembre 1587 alla sorella Cornelia a Sorrento, Tasso affermò di “aver per giustizia qualche migliaio di scudi de la dote materna, senza i quali non posso vivere se non mente“. Ma Torquato Tasso non fa altro che pensarci e nel 1589 insiste, imperterrito: “Io niuna cosa più desidero che di venire a Napoli e di goder lungamente la bellezza di cotesta le altre, e per la memoria di città che mi piace oltre tutte mia madre e de la mia fanciullezza m’è in vece di carissima patria“.

Soldi, soldi e soldi: ma quando?

Ed ecco dunque che nacque così la lite giudiziaria con Camillo Caracciolo, principe di Avellino e nipote di Domizio, per il recupero dell’eredità. Gli ultimi anni di vita dello scrittore furono contrassegnati dall’ansia e dalla preoccupazione di entrare in possesso di quanto gli spettava:

“…gli avvocati mi assicurano ch’io vincerò la lite… Non posso lasciar la speranza di ricuperar la dote materna…. I beni de la fortuna mi furon negati ne la fanciullezza e non mi sono conceduti in questa mia quasi decrepità… In Napoli non mi fermerò lungamente, s’io non trovo O giustizia o amicizia”.

Torquato Tasso

Ma Tasso non si limitò a citare in giudizio i Caracciolo, scrisse anche una supplica niente meno che a Maria d’Asburgo, la figlia dell’imperatore Carlo V, ricordandole che “è avisato da’ parenti e da gli amici che per ragione se gli aspettano de la dote materna due mila e cinquecento scudi, senza quali il supplichevole difficilmente stimerebbe di poter vivere l’avanzo de la sua vita”.

Infine arrivò il tanto atteso compromesso, con il Tasso che accettò centocinquanta scudi annui, invece dei 2.500 che gli avrebbero fatto sicuramente comodo. In una lettera del 13 novembre 1594 a Roberta Carafa, moglie di Camillo Caracciolo, si rammarica per la vicenda:

“Io non avrei mai pensato che tra ‘I signor principe d’Avellino e me avesse potuto durar lungamente alcuna lite o altro disparere.. poiché… s’era degnato di conoscermi e d’intender da me stesso le mie pretensioni a mio parere giustissime… Taccio ch’io sia stato riconosciuto per parente de la casa Caracciola de la Caraffa”.

Torquato Tasso

A Napoli rimase dal giugno al novembre del 1594, alloggiato al monastero benedettino di san Severino, sempre più attratto dalla vita monastica. Fu probabilmente nei mesi trascorsi presso i benedettini che Tasso abbozzò l’incompiuta Vita di San Benedetto. Alla fine dell’anno ritornò a Roma.

Purtroppo dopo appena cinque mesi dalla fine del dissidio avuto coi Caracciolo, il 25 aprile del 1595 a 51 anni Torquato Tasso morì nella Capitale, senza riscuotere nemmeno la prima rata. A Napoli direbbero “cornuto e mazziato”.

Bibliografia

Italo Ferraro Napoli. Atlante della Città Storica. Centro Antico, Clean Edizioni, Napoli, 2002.

Carlo Raso, Golfo di Napoli Guida Letteraria da Cuma a Sorrento in 43 itinerari, Franco Di Mauro Editore, 2007, Napoli

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