“‘Na femmina e ‘na papera arrevutajeno Napule”: storia di un modo di dire sessista

di Francesco Li Volti

Quando a Napoli si dice “‘Na femmina e ‘na papera arrevutajeno Napule”, si cerca di mettere in ridicolo la figura femminile, capace, a detta del modo di dire, di coinvolgere tanta gente a causa di un semplice disguido. Letteralmente sta a significare “una donna e una papera misero a soqquadro Napoli”, e la sua diffusione, probabilmente, è da collocare tra il Seicento e l’Ottocento, quando era all’ordine del giorno parlare male delle donne, accentuando le loro caratteristiche, deridendole e, soprattutto, sopprimendole. Non ci si fermò a questo, perché con questo detto, probabilmente, fu toccato il gradino più basso del napoletano. Una lingua bella, romantica, passionale come la nostra, caliente al punto giusto, sfruttata per deridere la donna.

"'Na femmina e ‘na papera arrevutajeno Napule": storia di un modo di dire sessista
‘Na femmina e ‘na papera arrevutajeno Napule

“‘Na femmina e ‘na papera arrevutajeno Napule”: perché si dice così?

Come abbiamo già anticipato, questo motto è fortemente sessista e sarebbe meglio utilizzarlo il meno possibile. Sono Raffaele Bracale e Amedeo Colella a parlarcene, all’interno del volume Comme se penza a Nnapule, edito da Cultura Nova. I due studiosi ricordano che le oche sono celebri per il loro verso, che a molti può risultare molto fastidioso. Da qui il paragone con le donne, alle quali viene accusato di starnazzare quando iniziano a discutere tra di loro.

Celebre fu l’aneddoto riportato da Tito Livio in “At Urbe Condita“, quando il condottiero romano Marco Manlio Capitolino nel 390 a. C. fu svegliato durante la notte dallo starnazzare delle oche, riuscendo a lanciare l’allarme e salvare così Roma dall’assedio dei Galli, con a capo Brenno.

In realtà esiste anche una seconda versione sull’origine di “‘Na femmina e ‘na papera arrevutajeno Napule”. Sulle coste partenopee, si sa, molti popoli si sono affacciati, arabi, spagnoli, normanni, greci. In epoca Romana, è ipotizzabile che furono assorbiti tanti usi e costumi dai popoli della Grecia, e uno di questi sarebbe giunto fino a Napoli.

La tradizione vuole che le oche sacre a Giunone fossero governate da donne che gridando si univano a loro, fondendo le voci, rendendo irriconoscibile il suono dell’una e delle altre. Qualche secolo dopo, qualche buon tempone avrà pensato bene di mettere sullo stesso piano le voci delle donne con i versi delle oche. Disdicevole, scandalosa, al limite dell’osceno, se questa locuzione fosse nata ai giorni nostri, difficilmente sarebbe stata accettata dalla popolazione napoletana e dalle sue fantastiche donne.

Bibliografia

Raffaele Bracale, a cura di Amedeo Colella, Comme se penza a Nnapule, Cultura Nova, Napoli, 2018

Vittorio Paliotti, Proverbi napoletani, Giunti Editore, 2000

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