“6 e 22”: il giornale umoristico chiuso 45 volte dal Fascismo

di Francesco Li Volti

“‘6 e 22” è stato il giornale che maggiormente ha insidiato Mussolini e la sua censura. Per ben 45 volte il giornale fu chiuso dal regime fascista, fino a quando, nel 1931, il Duce ne dispose la rimozione dall’Albo. “‘6 e 22” è stato il frutto della Napoli spavalda, che non aveva (e che non ha) paura di di parlare e, perché no, di riderci su.

Fondato nel 1913 da Francesco Bufi, egregia penna de “Il Mattino” e tra i fondatori nel 1917 de “Il Mezzogiorno“, i due numeri scelti per dare il nome al giornale non furono estratti a caso. Ma andiamo con ordine, perché la storia del “Charlie Hebdo” nostrano ha, probabilmente, dato il La alla rivoluzione culturale che ha investito il nostro Paese dopo la seconda guerra mondiale.

"6 e 22": il giornale umoristico chiuso 45 volte dal Fascismo
6 e 22

6 e 22: due numeri non a caso

Se siete a Napoli e avete voglia di giocarvi un bell’ambo secco e non sapete su quali numeri puntare, se chiedete in giro, vi sarà risposto che il 6 e il 22 sono gli unici due numeri sui quali è possibile scommettere. Lo stesso discorso valeva anche per le altre combinazioni, come per il terno, cinque, ventotto e ottantuno, i tre numeri più famosi di Napoli.

E già, questo ci viene raccontato da Matilde Serao ne “Il Ventre di Napoli”, opera magistrale della Napoli che fu, in cui viene evidenziato come, una volta che uscì il famoso ambo, il governo fu costretto a pagare due milioni di piccole vincite. Della serie, poteva accadere dappertutto, e invece è successo a Napoli!

Comunque, tornando a noi, i due numeri che resero il giornale famoso in tutto Italia, non furono la scelta di un pazzo che, un giorno destatosi di buon umore, decise di chiamare così il suo giornale. No, niente di tutto ciò. La storia è davvero molto più semplice. Anziché 6 e 22 in realtà, il giornale avrebbe dovuto chiamarsi 6 e 29, perché entrambi facevano riferimento agli organi riproduttivi.

Nella smorfia napoletana, infatti, il 6 sta a significare “chella ca guarda ‘nterra” (quella che guarda a terra), ovvero l’organo riproduttivo femminile; il 29 “‘o pate ‘d’e criature“, il papà dei bambini. Per sfuggire alla censura del tempo, però, si preferì optare per un titolo più leggero e si pensò così a ‘o pazz (il pazzo), il 22, per far comunque intendere gli intenti alle spalle della redazione.

"6 e 22": il giornale umoristico chiuso 45 volte dal Fascismo
Una pagina del “6 e 22”

Il giornale chiuso da Mussolini

Fantasius, era solito farsi chiamare Francesco Bufi, fondatore e direttore de 6 e 22. Il giornale veniva venduto al prezzo di 5 lire e il suo obiettivo era prendere in giro le personalità più famose della città. Si inventavano storie, avventure, barzellette che interessavano uomini tanto illustri quanto intoccabili.

Si rideva sul ‘6 e 22, così tanto che il fenomeno interessò tutta Italia, andando a ruba in tutte le edicole, da Nord a Sud. Il 6 e 22 aveva conquistato il pubblico, oramai. C’era soltanto un piccolo, minuscolo, problema: ci troviamo nel famoso ventennio fascista, non il periodo adatto per prendere in giro qualcuno, soprattutto se in vista ed è potente.

Inutile dire che il giornale fu soggetto non a semplice censura, bensì a chiusure. 45 per l’esattezza, quasi un record per il nostro Paese. Eppure Bufi, con coraggio, portava avanti l’ideale della libertà contro ogni tipologia di soppressione, diventando un precursore del celebre articolo 21 della Costituzione Italiana.

Ma cosa ha combinato Francesco Bufi, per far andare il Duce su tutte le furie, così tanto da fargli firmare la rimozione definitiva dall’Albo dei professionisti?

Nel 1930, Bufi mandò alle stampe un numero del giornale che ritraeva Mussolini sepolto dalle macerie del suo regime, che cominciava già a dare alcuni segni di cedimento. Nessun’occasione fu talmente ghiotta per alcuni politici locali di farsi notare dal Duce, che subito glielo mandarono a dire. Mussolini non la prese molto bene e, infatti, non la toccò pianissimo: nel 1931 6 e 22 chiuse i battenti, dopo 18 anni di onorata carriera.

Nel 1945 il giornale fu riaperto dal figlio di Bufi, Vittorio, e sotto al titolo venne riportata la scritta “giornale soppresso dal Fascismo”. Proprio come un fiore all’occhiello.

La satira non sarà mai soppressa! Evviva la libertà!

Bibliografia

Andrea Jelardi, Strade, personaggi e storie di Napoli, da Posillipo a Toledo, Alfredo Guida EditoreNapoli, 2007

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