Ugo Ricci e il “Mosconi” sul “Mattino”: la vera storia di Triplepatte

di Francesco Li Volti

Fu tra il Vomero e l’Arenella che Ugo Ricci iniziò a comprendere la bellezza della scrittura. Grazie a lui, la rubrica Mosconi del “Il Mattino” raggiunse un successo inatteso, dopo che andò a sostituire Gibus, ovvero Matilde Serao. Ugo Ricci raccolse la sfida di Eduardo Scarfoglio e rese il Mosconi accessibile a chiunque, rendendolo l’appuntamento fisso per il popolo, ogni volta che usciva: infatti, fino al secolo scorso, il giornale andava in stampa un giorno sì e un giorno no.

Ugo Ricci e il "Mosconi" sul "Mattino": la vera storia di Triplepatte
Una pagina del “Mattino”, col Mosconi di Ugo Ricci

Ugo Ricci, “in arte” Triplepatte

Figlio del direttore di una cartiera a Isola del Liri (Fr), nacque nel 1875 al Borgo di Antignano, ma crebbe a casa dei nonni materni, nel Rione Materdei. Fino alla conclusione degli studi liceali respirò l’aria di Napoli ma, non appena maggiorenne, partì per l’Europa, sostando per di più a Parigi. Tornato a Napoli, iniziò a dedicarsi al giornalismo, dapprima come redattore del 6 e 22 e delRe di denari“, poi come collaboratore e direttore del periodico umoristicoMonsignor Perrelli e del periodico satirico Ma chi è?, e quindi al Il Mattino.

Fu qui che Eduardo Scarfoglio gli propose di sostituire la Serao sul Mosconi, ossia trafiletti di cronache mondane, divagazioni e ricordi, affidati ancor prima a Ettore Marroni (Bergeret) e Ferdinando Russo. Per oltre 30 anni fu alla guida della rubrica, ma fu anche il referente della “Piccola Posta“, una posta dei lettori dove si divertiva a rispondergli con arguzia e sarcasmo.

A detta di Peppino De Filippo, “il notissimo e intelligente umorista e poeta napoletano, firmò i suoi consigli, i suoi aforismi, i suoi auguri, le sue osservazioni, le sue risposte“, con i nomignoli di Triplepatte e Mascarillo. Il primo si ispira alla commedia scritta nel 1905 da Tristan Bernard, ma anche dalle eleganti tanto quanto singolari giacche per l’epoca che era solito indossare e che, appunto, sulle tasche avevano tre patte; il secondo, invece, deriva da “il re dei furbi“, noto personaggio di Moliere.

Da come si firmava, è facile intuire che il Mosconi, sotto l’umoristica guida di Ugo Ricci, divenne un prodotto che cancellò per sempre le vecchie raffinatezze dei suoi predecessori, avvicinando ogni ceto, grazie alle storielle, raccontate sempre con estrema arguzia, che videro per la prima volta personaggi medio borghesi reali, noti o meno noti, come i veri protagonisti delle sue novelle.

Furono augurati “cento cento di questi giorni“, il 4 novembre 1918, alla ricorrenza di San Carlo, all’imperatore d’Austria Carlo d’Asburgo, appena detronizzato ed in fuga; sotto il Fascismo rivolse alcuni pungenti versi ai gerarchi De Bono e Farinacci: per Ugo Ricci non esisteva censura, non esisteva uno stop.

La sua libertà la espresse sempre in modo chiaro, incollando centinaia di migliaia di lettori al giornale, fino all’ultima riga. Personaggio insolito, chiuso e introverso, Ricci fu definito da Carlo Nazzaro “la negazione della mondanità”, poiché, anche se lo pseudonimo poteva trarre in inganno (così come anche le sue storie), non prediligeva le feste e i ristoranti di lusso, bensì era possibile incontrarlo in modestissime osterie, circoli decadenti e feste in casa di medio borghesi.

Fu in questi luoghi che Ugo Ricci trovava l’ispirazione per i suoi versi e infatti Giovanni Artieri non esitò a soprannominarlo “poeta delle mezze calzette“, ma anche “Piccolo artista squisito e rifinito di un’epoca di transizione“.

Ugo Ricci e il "Mosconi" sul "Mattino": la vera storia di Triplepatte
Una pagina de “Il Mattino” a firma di Gibus (Matilde Serao)

Non solo un giornalista

Fu tra i protagonisti della scapigliatura napoletana, il movimento che ruppe i canoni della scrittura, rendendola moderna e senza fronzoli. Pubblicò inoltre alcune opere letterarie tra cui La clientela del signor Fossani, Pulcinella principe in sogno, Quando nacqui mi disse una voce, Elegie napoletane e L’eredità di Mascarillo, nonché la raccolta Napoli nobilissima e Prose e poesie inedite, pubblicato dalla moglie Margot Xiglag, dopo la sua morte.

Tradusse il celebre romanzo Anna Karenina, di Lev Tolstoj nel 1913, presso la casa editrice Bideri e creò la biblioteca ricolante de “Il Mattino”, rilegandone lui stesso i volumi. Si spense nel 1940 a Napoli e oggi, nel suo Vomero, c’è una strada che porta il suo nome.

Bibliografia

Andrea Jelardi, Strade, personaggi e storie di Napoli, da Posillipo a Toledo, Alfredo Guida Editore, Napoli, 2007

Francesco Bruno, La Scapigliatura napoletana e meridionale, La nuova cultura, Napoli, 1º gennaio 1971

Andrea Jelardi, In scena en travesti: il travestitismo nello spettacolo italiano, Libreria Croce, Napoli 2009

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