Si sa, la tradizione partenopea è estremamente ricca di racconti popolari, leggende e superstizioni che si tramandano da tempi antichissimi. Un po’ come BonusFinder raccoglie tutte le migliori promozioni offerte dai casinò online, Napoli è una vera e propria enciclopedia secolare che raccoglie i miti e le misteriose storie create nel tempo per dare spiegazione a fenomeni apparentemente inspiegabili.
Quella del “munaciello” rappresenta senza dubbio una delle figure più affascinanti tra le tante appartenenti al folklore napoletano. Ancora oggi, non a caso, si narra di questo spiritello, metà protettore e metà dispettoso, che si aggira tra i vicoli e le case degli abitanti partenopei. Ma come nasce questa curiosa leggenda? E (soprattutto) perché la figura del munaciello continua ad incantare e meravigliare?
Tra storia e superstizione
La tradizione raffigura il Munaciello come un piccolo essere con il volto nascosto da un cappuccio. Da qui l’affettuoso diminutivo di “Munaciello”, ossìa “piccolo monaco”. Pare che la sua figura cominciò a diffondersi a Napoli tra Medioevo e Rinascimento, in un periodo in cui l’intera città era un labirinto di vicoli, conventi e paesaggi sotterranei. Una delle teorie più accreditate sull’origine del mito, infatti, riguarda gli antichi “pozzari”, ma esistono anche alcune leggende più fantastiche che vengono tramandate ancora oggi.
I pozzari all’origine del mito?
I pozzari non erano altro che lavoratori addetti ai pozzi e alle cisterne d’acqua, spesso vestiti di scuro e di bassa statura. Non era raro che questi entrassero nelle case attraverso botole e cunicoli per controllare le falde acquifere. Le loro apparizioni improvvise e silenziose, come intuibile, potevano facilmente scatenare stupore, paura o meraviglia. Agli occhi della gente, in poco tempo, assunsero le fattezze di personaggi misteriosi, quasi magici.
La leggenda romantica
Un’altra leggenda, più letteraria e poetica, racconta che il Munacillo fosse in realtà un bambino deforme, figlio illegittimo di una relazione proibita tra una nobildonna e un popolano. Per proteggerlo, la madre lo affidò ad un convento di monaci, i quali lo vestirono con un saio decisamente troppo grande per la sua statura. Si racconta che, ancora oggi, l’anima errante e solitaria del munaciello si aggiri tra i vicoli e nel sottosuolo di Napoli.
La duplice natura del Munaciello
Quello che più rende affascinante il personaggio del Munaciello è proprio la sua duplice natura: da un lato, infatti, può essere protettivo e generoso; dall’altro, può diventare dispettoso, insolente e irriverente. Una delle tantissime leggende vuole che, alla vista del Munaciello, non si dovrebbe reagire con terrore o spavento. In questo caso, lo spiritello ricompenserebbe i suoi avventori con monete d’argento o salvandoli da piccoli incidenti domestici.
Se non trattato con rispetto, tuttavia, il Munaciello si diverte a spostare oggetti, rompere stoviglie o far inciampare i malcapitati di turno. Chi riceve i doni dello spiritello, inoltre, deve accettarli senza esitazione. Rifiutare la sua benevolenza equivale ad offenderlo. Il che potrebbe portare a: sfortune, incidenti e spaventi. Un’ambiguità, insomma, che racconta molto di Napoli, una città che sa ridere delle proprie paure e sa trasformare le difficoltà in racconto.
Una presenza ancora viva nel cuore di Napoli
Sebbene questo mito circoli da molti secoli la figura del Munaciello non ha mai abbandonato Napoli. Le nonne, in particolare, continuano a tramandare questa leggenda, ma allo stesso modo anche libri e commedie moderne parlano del Munaciello come di una figura in cui è possibile imbattersi tuttora.
Tanto per citare un’opera moderna, nei primi minuti di “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino, la protagonista Luisa Ranieri si imbatte nel Munaciello, il quale le offre una somma di denaro mentre passeggia di notte tra le strade di Napoli. C’è da ricordare, poi, che la figura del Munaciello è anche alla base di “Questi fantasmi”, commedia del 1945 scritta e interpretata da Eduardo de Filippo.
Il racconto “Il monaciello di Napoli” di Anna Maria Ortese, pubblicato in origine negli anni ‘40, si racconta in modo approfondito l’affascinante figura del Munaciello che, in questo caso, fa addirittura amicizia con una bambina. Un mito, insomma, che continua a stupire, meravigliare e – perché no – a spaventare gli abitanti di Napoli.
Un portafortuna tutto napoletano
Del resto, il Munaciello incarna perfettamente la città da cui proviene la sua leggenda. In lui convivono mistero e umanità, gioco e inquietudine, realtà e fantasia. Non stupisce, dunque, che il mito del monaciello continui ad affascinare l’Italia intera: questa figura è l’emblema del patrimonio folkloristico ricco e vivace della terra partenopea. Poco importa che l’origine del mito sia ascrivibile al lavoro degli antichi pozzari napoletani.
Il fascino e il mistero che si sono creati attorno alla figura del piccolo monaco hanno permesso alla leggenda di diventare immortale, o quantomeno di sopravvivere nei secoli fino a giungere alle nostre orecchie. Così come la storia della “bella mbriana” e della “Sirena Partenope”, il mito del Munaciello è ormai parte integrante della cultura napoletana.

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