Via San Carlo alle Mortelle: Von hier aus geht die Geschichte Neapels weiter

Von Francesco Li Volti

Percorrere via San Carlo alle Mortelle vuol dire addentrarsi in un groviglio di storie, guerre, passioni, di popoli che vanno e vengono, con i quali ci siamo mescolati, ci abbiamo fatto l’amore e abbiamo dato vita a una delle città più belle del mondo. Perché Napoli è questo, ci cammini per chilometri e chilometri, ti guardi in giro, sei capace di perdertici e ci si meraviglia ancora quando in una via come tante altre, affiorano immagini di una città antica, priva del cemento e dello smog che oggi invadono le strade .

Se avessimo vissuto nella Napoli di qualche secolo fa, non avremmo ribattuto nulla leggendo “poggio delle Mortelle” sulle mappe. A sud-ovest della collina di San Martino, tra Chiaia e Montecalvario, questa “anonima” traversa del più celebre Corso Vittorio Emanuele si chiamerebbe così, scrive il canonico Carlo Celano nel Seicento “perché da cento settant’anni fa vi erano boschi di mirti che noi chiamiamo mortelle, e le frondi di questi servivano per accomodare i cuoi".

In realtà la spiegazione del letterato napoletano fu al centro di diversi studi e all’inizio del XX secolo Ludovico de la Ville sur-Yllon ritrovò un documento di compravendita all’interno del Grande Archivio di Napoli, giungendo così alla conclusione che il toponimo derivasse dalla famiglia Trojanis y Mortela. C’è da dire, però, che era cosa comune da parte delle famiglie straniere (ma per la maggior parte erano solito farlo gli spagnoli) aggiungere un doppio cognome, rimarcando il luogo dove si viveva. Insomma, se per l’etimologia del posto non abbiamo una risposta certa e indubbia, quello che è successo qui, in via San Carlo alle Mortelle, è storia. Con la S maiuscola.

Via San Carlo alle Mortelle: Von hier aus geht die Geschichte Neapels weiter
Via San Carlo alle Mortelle
Via San Carlo alle Mortelle: Von hier aus geht die Geschichte Neapels weiter

Quando le Mortelle erano il polmone verde della città

Provate a chiudere gli occhi, aprite bene i polmoni e tirate su un bel respiro: un tempo tutta quest’area era celebrata dai cronisti per la bellezza del luogo e la qualità dell’aria. Fino al XVIII secolo a dominare la visuale erano degli ampi spazi verdi, che permettevano di coltivare “esquisiti alberi fruttiferi, e […] quantità d’aranci agri, e dolci e di avere suoli eccellenti “per uso d’ortolizio produttivo sì d’erbe, come de frutti delle prime delle staggioni per essere nel verso di Chiaia".

Non solo, perché Celano descrive anche dei vivai fertilissimi, dai quali “escono mature le frutta, prima di ogni altro giardino e tutte perfettissime e di raro sapore un’acqua che distilla da un monte che né più leggiera né più gustosa per la freschezza si può desiderare, ancorché in queste case arrivino i Formali".

Il verde continua a farla da padrone e tra il Seicento e il Settecento gli spazi vengono curati, “coltivati”. La presenza religiosa permise così di dare un senso a quella selva incontaminata, e fu così che alla costruzione di un convento o di una chiesa, seguivano l’edificazione di chiostri e giardini.

Per esempio il convento di San Nicola da Tolentino possedeva “alberi d’agrumi e frutti”, il monastero di Santa Caterina da Siena aveva due giardini con “piante di fichi, viti, crisomole, all’interno del monastero di Betlemme c’era un giardino “di buona capacità piantato d’agrumi ed altri alberi di frutti di più sorti”, mentre nel collegio delle Scuole Pie sopra San Carlo alle Mortelle si coltivavano “agrumi, piante ornamentali, pergolato, cetrangolo, olive, olmi, edere, noci, mortelle, celso rosso”.

Da “il Lucchesino” a “le Mortelle”

Non tutti sanno che prima di essere proclamato ufficialmente “le Mortelle”, la zona ha cambiato diversi nomi. C’era chi lo chiamava “il Lucchesino”, oppure “lo Ficaro”, o ancora “la Caiola”, per distinguere i diversi fondi rustici e sostituendo così nomignoli finora risultati troppo generici (“sopra Chiaia“, “sopra Toledo“, “sotto Sant’Elmo” oppure, dopo la fondazione della chiesa, “sotto Santa Maria Apparente“). Erano modi di dire che furono utilizzati fino alla metà del Seicento.

Una storia curiosa è invece quella che vede il poggio delle Mortelle non comparire mai nelle immagini più antiche di Napoli, come nella tavola Strozzi o nella veduta della città ritrovata alcuni anni fa nel palazzo Orsini di Anguillara Sabatia. In realtà sembrerebbe che Carlo Theti sia stato il primo a immortalare la zona, attraverso la sua mappa del 1560, dove è possibile vedere una estesa area verde a monte di palazzo Cellammare, attraverso la quale si snoda la strada in direzione di Sant’Elmo.

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La mappa di Napoli di Carlo Theti, 1560

Come si può notare, tutta la zona doveva essere davvero molto ricca di vegetazione spontanea, ancora incolta e, qualche anno dopo, un contemporaneo di Theti, Antoine Lafréry, nella sua mappa mise maggiormente in evidenza le piccole abitazioni dei contadini che già dalla fine del Quattrocento popolavano il fianco della collina di San Martino.

I Lombardi vivevano qui (e non solo loro)

Tra la metà del XVI secolo e la metà del secolo successivo, la collina iniziò a riempirsi di nuove costruzioni e i primi proprietari non erano del tutto napoletani. A trasferirsi per primi qui furono i cittadini provenienti dall’Italia settentrionale che, venuti a Napoli per commerciare, avevano adocchiato questo suolo ancora vergine da ogni tipo di costruzione per edificarci le proprie abitazioni. Vennero chiamati i “Lombardi” e possiamo evidenziare la loro presenza sul territorio napoletano anche attraverso una chiesa, che si chiama proprio Sant’Anna dei Lombardi, dove molti di loro possedevano cappelle sepolcrali.

Alle Mortelle ci visse gente come Giovan Donato Correggio, Pietro Cortone, Giovan Tommaso Borrello (tra i fondatori del Monte dei Poveri Vergognosi, tra i finanziatori dell’Oratorio dei Nobili, istituito nella casa professa del Gesù Nuovo, e tra i governatori a cui venne affidata, nello scorcio del XVI secolo, la fabbrica del Monte di Pietà) e Amanzio Birago.

Furono loro, tra l’altro, tra i principali finanziatori della nuova casa dei Barnabiti, intitolata al santo vescovo lombardo Carlo Borromeo, al quale erano devoti (a San Carlo Borromeo fu intitolata anche la cappella che Giovan Tommaso Borrello possedeva nella Kirche des Gesù Nuovo). Qui sorsero le prime ville delizie dei mercanti Giovan Tommmaso Borrello Und Giovan Donato Correggio o dei magistrati Carlo de Tappia Und Scipione de Curtis.

Ma tutto questo spazio a un popolo che non era napoletano, iniziava a far storcere il naso alla nobiltà. Ed ecco apparire le prime le ville, come quella dei Tocco di Montemiletto und Götter Ravaschieri di Satriano; di ecclesiastici come il vescovo dell’Isola, Annibale Caracciolo, Und l’abate Giovan Tommaso de Magnatis, proprietari dei luoghi nei quali sarebbe poi sorto l’eremo di Suor Orsola Benincasa, oppure quelle di accademici come Ferrante Imperato Und Camillo Colonna. L’area iniziò a essere frequentata anche dal ceto borghese e notai, mercanti e piccoli funzionari investirono acquistando pezzi di terreno, attorno alle residenze più grandi.

La peste, l’Accademia delle Mortelle e i rivoluzionari

Il 1656 è l’anno della Pest a Napoli, che segna anche la decimazione dei religiosi. Sul colle delle Mortelle, infatti, operavano i Barnabiti di San Carlo alle Mortelle e i Francescani di Santa Maria Apparente, i quali non si tirarono indietro nell’assistere i napoletani. Molti, moltissimi di loro morirono a causa del morbo: anche la comunità agostiniana di San Nicola da Tolentino fu decimata, cosicché le monache di Suor Orsola ne approfittarono per ampliare le loro proprietà a spese dei frati.

Continuando via San Carlo alle Mortelle, proprio prima di accedere ai Spanische Viertel, c’è vico Mondragone, dove al civico 27, per più di un secolo, ha vissuto la famiglia di mercanti dei Francucci. In affitto, in un appartamento dell’edificio, al piano terra, il duca Camillo Colonna, accademico degli Oziosi, fondò un circolo letterario e filosofico con il nome di “Accademia delle Mortelle”. Il palazzo effettivamente è ancora oggi ornato con due teste di leone, animale molto caro ai circoli massonici. Qui erano solito riunirsi personaggi del calibro di Luigi Sanseverino, principe di Bisignano e tanti altri della Napoli “illuminata”.

Ma la quiete durò poco. Nel 1799 la collina si trasformò da elegante zona residenziale a luogo per scorribande e uccisioni. Fu qui che i combattimenti tra le bande del cardinale Ruffo e i repubblicani (che avevano assediato il forte di Sant’Elmo) diedero vita a una vera e propria carneficina. Furono più di seimila i rivoluzionari che presero di mira la salita del Petraio, spingendosi fino alla vigna di San Martino e trascinando con sé numerosi pezzi di artiglieria. A rimetterci, chiaramente, furono i nobili, i quali si videro saccheggiati e molti edifici furono colpiti dalle cannonate, come il monastero di Suor Orsola, colpito perché ubicato sulla linea di tiro tra Sant’Elmo da un lato e le Mortelle dall’altro.

Con l’apertura del corso Maria Teresa iniziò il declino della gloriosa strada. Via San Carlo alle Mortelle si trovava oramai tagliata fuori dalle principali vie di traffico e l’isolamento accelerò il degrado della zona, con il verde residuo minacciato dalle nuove fabbriche. Le chiese di Santa Maria Apparente e San Nicola da Tolentino si trovarono addirittura soprelevate di parecchi metri rispetto alla strada e il fascino degli antichi palazzi nobiliari fu nascosto dalla nuova moda edilizia. Non tutto è perduto però. Sotto l’intonaco scrostato di alcuni muri è possibile scorgere ancora i raccordi tra la muratura originaria in tufo e la muratura ottocentesca. Giusto per non farsi mancare nulla.

La prossima volta che passeggerete per questa strada, fatelo con calma: in fondo Napoli bisogna sapersela godere.

Literaturverzeichnis

Roberto Di Stefano, Storia urbanistica di Chiaia, in “Napoli nobilissima” III, 1962

Nino Cortese, Cultura e politica a Napoli dal Cinquecento al Settecento, Napoli, 1965

Gino Doria, Die Straßen von Neapel, Riccardo Ricciardi Editore, 1979, Mailand

Ugo Dovere, La chiesa di San Carlo alle Mortelle in Napoli, Napoli, 1991

Il ‘Poggio delle Mortelle’ nella storia dell’architettura napoletana, Emilio Ricciardi, Dottorato di ricerca in Storia dell’architettura e della città, Università degli Studi di Napoli “Federico II” Facoltà di Architettura, 2005

Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli: le tre riedizioni settecentesche della guida di Carlo Celano, Gianpasquale Greco, Rogiosi, Napoli, 2018

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