Il basolato vesuviano: l’élite della pavimentazione

De Francesco Li Volti

Per descrivere l’importanza che ha avuto il basolato vesuviano nella storia e nello sviluppo della città di Napoli, partiamo da uno scritto di Giulio Cesare Capaccio, che nel 1634 recitava: «C’hà pensiero di lastricare le strade che sempre sono state nobilitate con mattoni; ma poi vedendosi evidente il danno che apportavano con la spesa grande dei mattoni, e che si guastavano facilmente per il continuo strisciamento delle rote di carrozze, e di carri introdusse Enrique de Guzmán conte de Olivares (vicerè dal 1595 al 1599) pietre selci larghe». Questa è una fonte incredibile che ci riporta indietro di cinque secoli. La pavimentazione che ancora oggi tutti noi calpestiamo, soprattutto nel centro storico napoletano, risale addirittura alla fine del Cinquecento. Inconsapevolmente a Naples si cammina nella storia.

Il basolato vesuviano: l'élite della pavimentazione
Lo storico basolato vesuviano, giunto fino ai giorni d’oggi.

A quell’epoca Naples era la più popolosa città d’Europa (540 mila persone nel 1595) superando addirittura Londres Et Paris. Per questa ragione, essendoci poco spazio edificabile, visto che si trova tra il mare e la collina, la capitale si sviluppò in maniera verticale più che orizzontale. Iniziarono ad essere edificati, grazie anche al prezioso e malleabile tufo giallo di cui il sottosuolo è ricco, palazzi di quattro, cinque e sei piani, una situazione totalmente inedita per qualsiasi città. Per questa ragione le strade iniziarono ad essere lastricate con la pietra lavica dura, originata dalle numerose eruzioni del Vésuve. Questo era frutto del basolato vesuviano (o più semplicemente basoli), i quali erano scuri e lisci e rendevano più sicuri le strade e più idonee per le galoppate dei cavalli.

Un viaggiatore che nel Seicento capitava a Napoli, restava letteralmente incantato da quelli che oggi per noi sono dei normali edifici antichi, ma che per l’epoca venivano visti come dei veri e propri grattacieli. Ma la cosa che più destava all’occchio, era certamente l’assenza di terreno per le strade, ricoperte dal basolato vesuviano sul quale non c’era un pizzico di polvere. Quasi due secoli dopo il filosofo e scrittore tedesco Karl Philipp Moritz, nel suo resoconto del viaggio che compì tra il 1786 e 1788, dedicò un intero paragrafo al basolato vesuviano di Napoli: «In nessun altro luogo si trova un lastricato più bello di quello che si può ammirare a Napoli; proprio la spaventosa colata di lava che minacciò di distruggere la città ora abbellisce la sua pavimentazione e livella le sue strade".

Aussi Johann Wolfgang von Goethe rimase abbagliato dalla pavimentazione di Napoli. Nel suo “Viaggio in Italia”, tra maggio e giugno del 1788, Goethe scrisse addirittura: «Arrivai in una piazza lastricata di grandi blocchi di pietra che sembravano accuratamente puliti con la scopa".

Perfino Joachim Murat si avvalse del basolato vesuviano per la realizzazione di tantissime strade. Murat capì perfettamente che il basolato vesuviano rendeva la città di Napoli ancora più bella: da via Foria a Capodichino, dalle strade attraverso le quali si arriva da Mergellina all’attuale Fuorigrotta; ma anche il prolungamento della strada che collega Posilippe avec Coroglio Et Bagnoli, fino alla creazione del grande polmone verde dell’jardin botanique Et Santa Teresa che conduce a Capodimonte ( il Pont de la Santé); tutte queste strade furono pavimentate dal basolato vesuviano.

Leditore napoletano di origini svizzere Francesco De Bourcard, celebre per il suo “Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti“, nel 1866 scriveva: «Eccellente è il lastricato di lave del Vesuvio che è il più solido materiale per fare le strade». Il 1885 è l’anno di una svolta per la pavimentazione di Napoli: la “Società pel Réhabilitation” sventra la città, allargando le strade e apportando notevoli modifiche alle infrastrutture. Le disposizioni erano chiare: bisognava apportare delle mutamenti significativi, ovvero mutare la pavimentazione a “spina di pesce”; il basolato fu ricoperto per due mesi circa da uno strato di terra per uno spessore di 13 cm per evitare il transito veicolare e pedonale. Ma il basolato resistette e (per fortuna) è arrivato fino a noi.

Quindi, mentre camminate per il centro storico di Napoli, aguzzate la vista: state camminando nella storia.

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