Adda avait une moustache : quand Staline était le seul espoir des Napolitains

De Francesco Li Volti

In tempi di magra, durante le crisi, quando c’è un problema, a Napoli non si perde mai la speranza e si guarda il bicchiere mezzo pieno. Esiste, però, un modo di dire unico, singolare, tra i napoletani, adda venì baffone (che deriva dalla storpiatura popolare, in cui pare che c’entri anche De Filippo, di “ha da’ venì baffone”), che si rifà a uno degli uomini più iconici del ‘900: il segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e capo del governo dell’Unione Sovietica Iosif Stalin.

Che sia chiaro, Napoli e Stalin non si sono mai incontrati: il dittatore non mise mai piedi all’ombra del Vesuvio, anche se proprio qui aveva buona parte dei suoi ammiratori. Il detto “adda venì baffone” allude, dunque, a una speranza, che quando c’è una guerra, è l’ultima a morire.

Adda venì baffone: quando Stalin era l'unica speranza dei napoletani
Iosif Stalin

“Adda venì baffone” ovvero “Stalin pensaci tu!”

Affinché sia meglio inteso, è bene specificare fin da subito chi era il signor “Baffone”: questo era il soprannome con cui i partenopei chiamavano, appunto, Stalin, il dittatore sovietico dotato di enormi baffi. La venuta di “Baffone” avrebbe, nell’immaginario popolare, posto fine ad ogni iniquità e sopruso, facendo finalmente trionfare ordine, giustizia sociale e legalità, non senza un pizzico di rivoluzione.

Ci troviamo nei giorni di guerra (la seconda, per l’esattezza) quando regnava la miseria e la disperazione e, bisogna ricordarlo, la mole di notizie che circolava era davvero esigua. Nell’immaginario del napoletano medio, all’epoca, l’URSS era l’unica, reale pietra sulla quale poter fare sogni tranquilli, perché, in un modo o nell’altro, l’unico uomo che poteva salvarci sarebbe stato Josif Stalin.

Non si conoscevano i progressi della guerra, non si immaginavano nemmeno i gulag messi a punto dallo statista russo. Urss significava essere contro Hitler e quindi per i napoletani andava più che bene.

Le scritte sui muri

Fu così, da un giorno a un altro, che iniziarono a comparire queste strane scritte sui muri, enigmatiche, che si rifacevano a un uomo baffuto: “adda venì baffone” si poteva leggere in ogni strada di Napoli. I militari tedeschi non capivano, non comprendevano (o, semplicemente non volevano comprendere) che cosa stesse a significare e perché, quando qualcuno passava di lì, accennasse a una smorfia, a un sorriso. La speranza era l’unica cosa che teneva in vita il popolo partenopeo, oramai stremato dai bombardamenti e dalle angherie dei nemici.

Restava una cosa da fare, preparare gli abitanti alla Rivoluzione. Perché, se Napoli si è ribellata e ha trovato il coraggio di rovesciare una guerra, è stato anche grazie a quella piccola e semplice frase, che infondeva ai napoletani un briciolo di buonumore in più. Baffone sarebbe arrivato prima o poi. Solo che non c’era più tempo e così scoppiarono le quattro giornate di Napoli e le frasi sui muri restarono impresse negli occhi di chi impugnava le armi, per donare un futuro migliore alla città.

In seguito, anche durante la conquistata democrazia, quella riferita al Baffone continuava ad essere un’invocazione, che si trasformava in un grido di battaglia e di speranza della povera gente, dei dimostranti, dei contadini massacrati dalle lupare di banditi prezzolati.

E questo motto lo tennero a mente anche i loro figli, che negli anni Sessanta fecero di “adda venì baffone” il loro slogan per farsi ascoltare durante le manifestazioni in piazza, augurandosi una politica migliore e un governo pronto ad ascoltare le loro esigenze. Oggi c’è ancora chi lo usa, ma la vera emozione è quando ci si imbatte i questi tag sui muri: la possibilità di poter rivivere quella sensazione di speranza e di orgoglio, non ha prezzo.

Bibliographie

Oreste Neri, Adda venì Baffone e altre età letterarie, Guaraldi, 1994

Donald Sassoon, Togliatti e il partito di massa, Castelvecchi, 2014

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