I Bianchi della Giustizia: la fondazione della congrega
Nella seconda metà del Quattrocento fra’ Giacomo della Marca, un frate francescano originario di Montepredone, giunse a Napoli. In questo secolo la nostra città era un coacervo di culture diverse, crocevia trafficato di pellegrini e artisti, e, soprattutto, misteriosa unione di sacro e macabro.
Proprio in questo contesto Giacomo deciderà di fondare la Confraternita dei Bianchi della Giustizia.
Le condanne a morte, come d’altronde la Storia ci insegna, sono sempre state degli eventi sociali, e la pubblica piazza serviva da monito e calamita. Impiccati, arsi al rogo, più tardi fucilati, i condannati perivano così sotto gli occhi eccitati e terrorizzati del popolo.
I confratelli dei Bianchi di Giustizia, dunque, si diedero proprio il compito di confortarli e soccorrerli nell’attesa della morte, di disporne i funerali e sostenerne le famiglie allo scoccare dell’ora fatale.
Bianchi fianco di poveri, deboli e ribelli
Costruirono in Via Vergini una piccola cappella, la cappella di Santa Maria Succurrere Miseris, che doveva essere il polo di attrazione della confraternita e che, tuttavia, ebbe un destino travagliato, interrata e danneggiata da alluvioni continue.
Indossando un saio bianco, i frati svolgevano il loro compito seri e silenziosi, recitando mestamente il loro motto, che era, appunto, Succurrere Miseris, “soccorrere i miseri”. Toccati indirettamente, e in modo misterioso, dalla congiura dei baroni, dovettero interrompere frettolosamente la loro attività, sin quando, nel 1525, il notaio italiano Ettore Vernazza e il canonico Callisto da Piacenza le ridiedero impulso e vita. La congrega fu dunque trasferita inizialmente nella Chiesa di San Pietro ad Aram e poi nel cortile dell’ospedale degli Incurabili.
Qui si stabilì nella piccola chiesetta di Santa Maria dei Bianchi, che fu decorata con numerosi affreschi rappresentanti i frati.
Nel corso degli anni cominciarono a infoltirsi le fila dei confratelli. Insieme, chierici e volontari, negli anni conservarono con zelo e premura gli atti dei processi, gli ultimi abiti dei condannati, i loro gingilli, le loro armi. Toglievano dalle mani dei boia le corde utilizzate per le impiccagioni, affinché non le vendessero al popolo superstizioso come amuleti contro il malocchio.
Nonostante il crescente potere della Confraternita dei Bianchi della Giustizia, dissidi interni e soprattutto incessanti colpi dovuti alle crisi politiche del Regno ne minavano costantemente la tranquillità.
Finché, un gelido mattino di dicembre del 1862, sotto il fortino di Vigilena al Ponte, cadde fucilato il soldato messinese Salvatore Gravagno.
Fu egli l’ultimo confortato dai frati dal saio bianco: ormai appartenente al passato della Storia, la Confraternita chiuse per sempre i battenti.
Beatrice Morra
Illustrazioni di Lisa Mocciaro
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