Il "Tributo dell'olio della Madonna", una antichissima prova di ubbidienza per la Camorra

Il “Tributo dell’olio della Madonna”, una antichissima prova di ubbidienza per la Camorra

La tradizione del tributo dell’olio della Madonna è un atto di ubbidienza antichissimo che, quando la Camorra si chiamava ancora Onorata Società, richiedeva a tutti i carcerati.

Il rituale ha origini secolari, probabilmente spagnole: Cervantes, nella novella “Rinconete y Cortadillo” parlava dell’usanza dei Confratelli del Monopodio di prelevare soldi dai nuovi carcerati per destinarli all’acquisto dell’olio per una lampada che si trovava sotto una santa immagine che si trovava in città.

Cinquecento anni dopo le vicende raccontate da Cervantes, era ancora usanza nelle carceri l’estorsione di un soldo o due ai nuovi arrivati, che servivano per l’acquisto dell’olio per le lampade votive per la Madonna del Carmine, l’Addolorata, Sant’Anna o San Vincenzo della Sanità, che sono i santi protettori della Camorra.

Il "Tributo dell'olio della Madonna", una antichissima prova di ubbidienza per la Camorra

La valenza simbolica del Tributo dell’Olio della Madonna

Il Tributo dell’olio della Madonna aveva anche una fortissima valenza simbolica di sottomissione: chiunque, camorrista o non camorrista, si doveva necessariamente piegare alle regole della società istituita in carcere.
L’insubordinazione non era ovviamente tollerata: il rifiuto di versare l’obolo equivaleva a sicure punizioni corporali o, in casi estremi, anche alla morte. Memorabile fu il caso di Ciccio Cappuccio, che si ribellò ai camorristi in carcere e fu accolto, per il suo coraggio nel pestare da solo dodici persone venute ad ucciderlo, come camorrista honoris causa della Bella Società.

Il duello del prete

Si racconta la storia di un prete calabrese che, non potendo pagare l’olio della Madonna ad un picciotto che gli aveva chiesto il tributo, cominciò a ricevere minacce da un suo compagno di cella.
Di tutta risposta, il prete sfidò il compagno alla “zumpata”, che era una forma di duello tipica presso il popolo, ed il camorrista gli procurò due coltelli, in modo da regolare i conti ad armi pari.

Il cronista svizzero Marc Monnier riferisce che il prete, “essendo un calabrese”, fu più abile nel maneggiare coltelli ed uccise il camorrista. Questo potrebbe indicare una scuola di duello particolarmente sviluppata nelle terre di Calabria.
Preoccupatissimo per aver ucciso un affiliato della Onorata Società, il prete si nascose nella sua cella terrorizzato e, con somma sorpresa, trovò sul suo materasso una massa di soldi, che erano i risparmi che i compagni avevano messo da parte a favore del camorrista morto: avendo dimostrato onore e coraggio nell’affrontare ed uccidere un camorrista, il prete automaticamente era diventato agli occhi dei camorristi un uomo d’onore.


Il "Tributo dell'olio della Madonna", una antichissima prova di ubbidienza per la Camorra

Ribellarsi al tributo poteva diventare un “colloquio di lavoro” nella Camorra

L’obolo per l’olio della Madonna, inoltre, era anche una sorta di “filtro di ubbidienza” per la Camorra: il rispetto della regola da parte del detenuto, avrebbe senz’altro mantenuto l’ordine ed accresciuto le fila di una popolazione completamente assoggettata al potere della Camorra; la disubbidienza sarebbe stata punita con il bastone fino alla morte o fino al ravvedimento del ribelle, riuscendo immediatamente ad etichettare gli eventuali soggetti fastidiosi all’interno del penitenziario. I casi di ribellione finiti in successo erano veramente pochi.
Va però detto che gli stessi ribelli, alla fine, diventarono tutti camorristi grazie all’onore acquisito, praticamente non spezzando mai il vincolo criminale che legava i violenti alla Bella Società: i ribelli che non morivano dopo gli agguati, insomma, automaticamente venivano invitati ad entrare nella Camorra, come in un colloquio di lavoro passato con successo.

Ciccio Cappuccio
Ciccio Cappuccio, il più famoso dei camorristi che non volle pagare il tributo dell’Olio

La polizia carceraria faceva ancora più paura

Monnier, che visitò le carceri di Napoli sotto Castel Capuano, testimonia che erano gli stessi carcerati a invocare la presenza dei camorristi, per evitare le torture e le bestialità fatte dalla polizia carceraria borbonica nei confronti dei carcerati non “protetti”.

Il camorrista, quindi, era allo stesso tempo oppressore e protettore dei detenuti all’interno delle carceri e il “tributo dell’olio della Madonna” era praticamente una sorta di tassa assicurativa da pagare per uscire dal penitenziario con almeno le ossa integre.

Fu grazie a questa totale libertà che i camorristi incarcerati si riunivano in “Società provvisorie” che controllavano qualsiasi cosa all’interno del carcere. Il capo veniva eletto fra gli uomini più alti in grado fra i galeotti e, ogni mattina, controllava le eventuali proprietà illegittime e valutava i “comportamenti spiacevoli” fra i carcerati. Poi, ovviamente, decideva i provvedimenti punitivi, che non erano mai teneri.

Ferdinando Russo, in una poesia pubblicata sul Mattino, ricorda l’episodio dell’Olio della Madonna che rese famoso Ciccio Cappuccio, uno dei più famosi capintesta della Onorata Società:

Polizia borbonica
La propaganda post-unitaria raccontò, a volte anche esagerando nei particolari, le angherie delle guardie carcerarie borboniche, soprannominate “i feroci”.

L’UOGLIO.

I. _Ve site mai truvato carcerato
cu na ventina ‘e bammenielle attuorno
ca appena ca ve site presentato
fanno ‘o ruciello pe ve fa nu cuorno?

“Guagliò, che d’è? Pecchè t’hanno pigliato?
Chi si’? Ch’è fatto?” E passa ‘o primmo juorno.
‘A notte n’ uocchioha survigliato a n’ato,’
‘o juorno appriesso accummencia ‘o taluorno!

‘O picciuotto ‘e jurnata se ne vene:
“L’uoglio p’ ‘a lampa, tanto!
‘O pranzo mmano ‘o ttabbacco, ‘e denare…Te cunvene?”

Si faie ‘o nzisto so gguardate storte:
po’ quann’è ascuro, e dorme ‘o guardiano,
te truove sulo…e so’ mazzate ‘e morte.

II. Accussi ‘on Ciccio. L’uoglio? ‘O pranzo?
‘O che? Chi ve consce! Chi ve vo’ parlà?
‘A cammorra songh’io! Lassate sta!

Tu!! Nu guaglione!!! – Embè, chi vo’ vede
Ciccio Cappuccio che ve sape fa? Io ve cumanno!
Ma chi fusse?…_ ‘O Rre! L’uoglio v’’o ddongo…pe ve medecà!

E scartanno, e zumpanno ‘a miezo ‘e liette
Pigliai nu scanno… e dette. Uh, mamma mia!
La dinto nun chiudevano cunfiette!

Mo’ … si vulite ca ve conto ‘e botte
S’ ‘o ricordano ancora, ‘a Nfermaria
Dudece cape e sette vracce rotte!

La storia è dedicata a Enza Pappalardo per la sua generosità nel supportare le nostre attività di studio e ricerca. Sostieni anche tu Storie di Napoli con una donazione!

-Federico Quagliuolo

Per approfondire:
http://wwww.bibliocamorra.altervista.org/
Gigi Di Fiore, “La Camorra”
Francesco Barbagallo, Storia della Camorra
Marc Monnier, La Camorra
Ernesto Serao, Le origini della Camorra
Ferdinando Russo, La Camorra

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