Una colonna circondata da cinque blocchi di pietra con le scritte quasi illeggibili a causa dei graffiti color fluo. La storia del Monumento al Fante dei Giardini del Molosiglio è quella di una profonda umiliazione della Storia.

In realtà anche la poca cura con la quale è trattato nei libri turistici (in moltissimi nemmeno è accennato) lascia ben intendere l’abbandono che caratterizza l’intera zona dei giardini del Molosiglio. Eppure, la colonna centrale e le quattro grandi pietre attorno raccontano storie di tragedie ed eroismi dei soldati italiani fra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale.

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Una piccola lapide che ricorda le autorità in carica al momento dell’inaugurazione del monumento al fante dei giardini del Molosiglio

Il monumento al Fante dei Giardini del Molosiglio: un po’ di storia

Tutto comincia con l’inaugurazione del 24 maggio 1955, ben 10 anni dopo la fine dell’ultima, tragica, guerra. In tutta Italia, subito dopo la fine del conflitto, cominciano a formarsi associazioni di combattenti e mutilati, d ex militari spesso fuggiti in altre città o finiti in mille traversie: d’altronde, era molto difficile tenersi in contatto all’epoca. Lo scopo di queste associazioni era quello di valorizzare le storie e i bisogni degli ex militari o trovare delle forme di mutuo soccorso fra chi aveva subito danni umani o patrimoniali a seguito della guerra. Poi, una volta avviatasi l’Italia verso il boom economico degli anni ’60, cominceranno diverse iniziative volte ad erigere monumenti e memoriali per ricordare i commilitoni morti in battaglia.

Nel 1955 il sindaco di Napoli era Achille Lauro e la città era interamente trasformata in un cantiere, mentre Via Marina e il resto del porto erano ancora una grande baraccopoli per le persone che persero la casa durante il conflitto. Nel frattempo, poco più in là, l’antica stazione della Ferrovia stava per essere abbattuta nell’ambito dei nuovi lavori di espansione della rete ferroviaria.

Le colonne del porticato, però, non furono tutte distrutte: finirono in giro per Napoli. E quella che si trova al centro del monumento al fante dei Giardini del Molosiglio, per l’appunto, è proprio una delle colonne dell’antica stazione.

Vediamo cosa raccontano le 5 pietre e la lapide del monumento.

Battaglia del San Michele

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La prima battaglia ricordata su questo monumento è quella del Monte San Michele, che fu combattuta fra il luglio e l’agosto del 1915, anche se è più propriamente detta “Seconda Battaglia dell’Isonzo”. A causa della sua posizione strategica, dominava l’intera valle dell’Isonzo e permetteva di tenere sotto controllo l’intero territorio sottostante. Fu anche la prima battaglia in cui furono utilizzati i gas tossici sul fronte italiano: gli austroungarici sparsero una miscela letale sulle truppe italiano, cogliendole di sorpresa e facendo dei militari un vero e proprio massacro, uccidendoli fra mille strazi come topi avvelenati.

Nello specifico la battaglia del Monte San Michele si svolse il 20 luglio 1915, quando gli italiani, a seguito di un cruento combattimento, riuscirono ad occupare l’avamposto. La conquista durò però molto poco: nella notte del 26 luglio giunsero gli austriaci a riprendersi la postazione con una pioggia di proiettili.

Questo monte fu anche citato da Ungaretti. Alla fine il conto fu davvero tragico per entrambe le parti: 30.000 feriti e 6000 morti italiani, mentre gli austriaci contarono ben 47.000 perdite.

Il Pasubio e la battaglia degli altipiani

Monumento al fante giardini del molosiglio Pasubio

Continuiamo a girare attorno al Monumento al Fante dei giardini del Molosiglio per trovare il massiccio del Pasubio, che si trovava al confine con l’Austria ai tempi della Grande Guerra, mentre oggi è diviso a metà fra il Trentino e il Veneto. Fu il protagonista della “Battaglia degli Altipiani” del 1916, una durissima serie di scontri che finirono in un vero massacro di oltre 150.000 soldati italiani in due mesi di combattimenti estenuanti.

Tutto cominciò con grandi tentennamenti di Cadorna, che non era certo di un’offensiva austriaca, poi la battaglia si sviluppò con una stoica resistenza degli italiani, male equipaggiati e organizzati. Al fronte era presente anche un giovane che, in futuro, diventerà protagonista della politica italiana: Benito Mussolini.

Battaglia di Passo Buole – Le Termopili d’Italia

Monumento al fante giardini del molosiglio Passo Buole

Il Passo Buole fu soprannominato “le Termopili d’Italia” ed è collegato proprio agli eventi accaduti sul Pasubio. Si tratta di un valico alpino che conduce alla vallata dell’Adige: in caso di sfondamento delle linee austriache, i nemici avrebbero avuto via libera per passare dietro le linee difensive italiane, riversandosi nel Veneto. La brigata Sicilia e la Taro, invece, riuscirono a resistere a sei attacchi consecutivi degli austriaci, portati avanti con violenza sempre maggiore. Si ricorda una frase: “non abbiamo ceduto di un sol passo e non cederemo finché resti un solo uomo“. Alla fine gli austriaci, convinti di trovare nuovi rinforzi, decisero di abbandonare il fronte.

Nel 1918 questo luogo diventerà famoso anche per la fine della Grande Guerra: proprio qui passarono i plenipotenziari austriaci per firmare il trattato di resa all’Italia.

Il Monte Grappa – il sacrificio dei diciottenni

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la pietra che ricorda il monte grappa sul monumento al fante dei giardini del molosiglio

Ci troviamo sul finire della guerra e il Monte Grappa, che si trova nel cuore del Veneto, fu protagonista di ben tre battaglie italiane, tutte decisive per le sorti del conflitto. Era infatti uno dei punti chiave per l’ingresso nella regione, proprio come il Monte San Michele, e la sua conquista avrebbe aperto le porte per Venezia e inflitto una sconfitta decisiva all’esercito italiano. Un rischio che, per gli italiani, poteva portare anche alla resa.

La prima battaglia fu svolta fra il novembre e il dicembre del 1917 e fu il banco di prova per le truppe italiane che, dopo Caporetto, erano a pezzi e si erano ritirate sulla linea di Monte Grappa. Al Comando nel frattempo era giunto il napoletano Armando Diaz.

La prima delle tre battaglie fu caratterizzata da combattimenti violentissimi fra colpi di artiglieria e incursioni nemiche. Anche stavolta gli italiani erano in numero minore, male equipaggiati e demoralizzati. Eppure a salvarli fu quello che un tempo era “l’amor patrio”, che tanto si professava nelle scuole del neonato Stato Italiano: ci fu una resistenza strenua ed eroica ad ogni attacco. E così, sotto Natale, gli austriaci si arrestarono.

Le altre due battaglie del Monte Grappa videro protagonisti le ultime leve italiane, che ben indicano la disperazione dello Stato Maggiore, ma anche l’iniezione di fiducia che salì dopo la battaglia del Piave. Erano i famosi “ragazzi del ’99“, giovani appena diciottenni che, senza preparazione militare furono gettati al fronte, segnando il destino di un’intera generazione che fu riassunta in canzoni famosissime, come “Monte Grappa tu sei la mia patria“.

Sulla cima del monte c’è oggi un gigantesco sacrario militare che porta i nomi di 90.000 italiani morti su quelle alture. Gli austro-ungarici, invece, piansero 150.000 morti.

Le battaglie di El Alamein – l’eroismo della Folgore

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Sul monumento al fante dei giardini del molosiglio c’è una piccola targa bianca con El Alamein

Fu il momento chiave della campagna d’Africa della Seconda Guerra Mondiale. Oggi il territorio di El Alamein è un vero e proprio cimitero militare, con migliaia di lapidi, monumenti ai caduti e memoriali costruiti negli anni ’50.

Su questa battaglia sono stati girati film, scritti romanzi e dedicate lezioni universitarie: 8 giorni di conflitto segnati dalle strategie dei generali Erwin Rommel e Bernard Law Montgomery. Fu una vera partita a scacchi, vinta dagli Inglesi. Tutto nacque paradossalmente dalla richiesta di aiuto che, nel 1941, Mussolini mandò a Hitler perché gli inglesi stavano sbaragliando tutte le linee italiane sul fronte africano. L’intervento di Rommel, uno dei più abili generali di tutto il conflitto mondiale, riequilibrò di nuovo i rapporti di forza e l’Asse giunse proprio fino a El Alamein, travolgendo i nemici senza pietà. Finché non intervenne Montgomery con i carri armati di nuova generazione, gli Sherman americani, e i rinforzi inglesi. El Alamein fu un “turning pointper il secondo conflitto mondiale, che mise definitivamente il fronte africano nelle mani degli Alleati.

Italiani e nazisti erano ancora alleati e furono proprio i carri della “Ariete” a sacrificarsi per coprire la ritirata dei tedeschi. Era infatti il 3 novembre 1942 quando le divisioni dell’Asse decisero di battere in ritirata. Non fu l’unico sacrificio degli italiani: si distinse anche la famosissima divisione “Folgore” dei paracadutisti che, senza armamenti, decimati e addirittura senza acqua, marciarono a piedi nel deserto, trascinando a mano l’artiglieria. Furono circondati dagli inglesi e si batterono fino all’ultima munizione. Addirittura in quest’occasione si attribuisce a Rommel la frase “Il soldato tedesco ha stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco“. Non sappiamo se la disse per davvero, ma il generale nazista nelle sue memorie confessò grande ammirazione per gli italiani in quel frangente di guerra. cosa assolutamente anomala per un militare d’oltralpe.

Il costo umano di questa battaglia chiave fu altissimo: morirono circa 5000 italiani, ricordati nella famosa frase “Mancò la fortuna, non il valore”.

Battaglia di Monte Lungo – la nuova alleanza

Passa un anno e gli schieramenti si invertono: stavolta i militari italiani sono al fianco degli statunitensi e, dall’altro lato, ci sono i nazisti in ritirata. La battaglia di Montelungo, ricordata nella pietra del monumento al fante dei giardini del Molosiglio, fu un momento altamente simbolico: fu infatti il primo episodio di guerra fra italiani e nazisti dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Germania.

Gli italiani, guidati dal generale Vincenzo Dapino, erano sbandati, demoralizzati, confusi. Arrivò però dal comando alleato l’ordine di attaccare la posizione tedesca per sfondare la linea del Volturno. I combattimenti furono furiosi e, grazie al decisivo intervento degli Americani, i tedeschi furono costretti ad arretrare sulla Linea Gustav, all’altezza del Garigliano.

Questa fu l’unica delle battaglie sul monumento al fante che riguardano strettamente la Campania: fu infatti combattuta in prossimità del comune di Mignano, in provincia di Caserta, che aggiunse nel nome anche il “Monte Lungo” nel 1947, proprio per ricordare il valore dell’evento che, di fatto, segnò il nuovo corso dell’Italia filoamericana.

Il XX secolo presentò il conto di un dramma umano senza fine, con un’intera generazione strappata al suo futuro. Centomila e più morti solo in questi episodi raccontati, quasi tutti giovanissimi, in un fiume di sangue schiacciato in scritte mute su lapidi, memoriali, cimiteri senza più visitatori sparsi in tutta Italia.

Anche questo monumento ha le sue memorie, che rappresentano tutti i napoletani morti sul fronte. Umiliati, dimenticati, ignorati, quasi illeggibili per i graffiti: i loro nomi e cognomi si salvano solo nel Mausoleo Schilizzi di Posillipo. E ai morti in battaglia oggi si aggiungono le anime di tutti quelli che, sopravvissuti, lottarono per il resto della vita nel tentativo di ricordare uomini, amici e compagni sacrificati in quel tritacarne che è la guerra.

-Federico Quagliuolo

Riferimenti:
Pasubio
Ministero della Difesa
Esercito Italiano
Ars Bellica
Friuli Venezia Giulia – itinerari della grande guerra

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