Un miniaturista partenopeo immortalò il passatempo che conquistava l’Europa
Un manoscritto, un re e un gioco nuovo
Nel 1352, mentre la peste nera devastava l’Europa, a Napoli si lavorava a un manoscritto destinato a cambiare la storia delle carte da gioco. Il codice, conservato oggi alla British Library con la sigla Add. MS 12228, è una copia del Roman du Roy Meliadus de Lennoys, un romanzo cavalleresco scritto da Hélie de Boron tra il 1235 e il 1240. Ma non è il testo in sé a renderlo famoso: sono le 363 miniature aggiunte nei margini inferiori delle pagine, realizzate da artisti napoletani sotto influenza francese per volere di Luigi I di Taranto, re di Napoli dal 1352 al 1362.
Tra queste miniature, una in particolare ha catturato l’attenzione degli storici del gioco: al foglio 313v, troviamo la prima raffigurazione conosciuta di una partita a carte in tutta Europa.
La scena: prigionieri che giocano per denaro
L’immagine mostra il re Meliadus e i suoi seguaci mentre si intrattengono durante la prigionia. Non stanno cantando, non stanno raccontando storie: stanno giocando a carte.
Il dipinto è ricco di dettagli che rivelano come il gioco fosse già strutturato e riconoscibile. I personaggi sono raffigurati mentre giocano a un gioco di prese a quattro mani, seguendo il seme e impilando le prese in modo incrociato per facilitare il conteggio. Le carte mostrano i semi latini: denari e bastoni sono chiaramente visibili, insieme a monete sul tavolo che indicano la posta in gioco.
Curiosamente, il testo del romanzo non menziona affatto le carte. Parla genericamente di prigionieri che si intrattengono, ma l’artista ha semplicemente immaginato la scena coinvolgendo il “gioco nuovo e altamente portatile” appena introdotto. È come se il miniaturista, di fronte a una scena di svago, avesse pensato: “E se giocassero a quel nuovo passatempo che tutti stanno importando dall’Oriente?”
Le carte arrivano in Italia: il percorso dall’Egitto alla corte napoletana
Le carte da gioco non erano nate in Italia. Il percorso che le portò alla corte di Napoli è lungo e affascinante. Secondo la ricostruzione più accreditata, il gioco ebbe origine in Cina intorno al X secolo, si diffuse in India e Persia, e da lì raggiunse l’Egitto durante il periodo mamelucco.
I mazzi mamelucchi, che rappresentano il ponte tra Oriente e Occidente, usavano quattro semi: coppe, monete, spade e bastoni da polo. Questi ultimi, essendo uno sport poco conosciuto in Italia, furono presto trasformati in semplici bastoni. Le prime carte europee, quindi, erano essenzialmente tarocchi: mazzi di lusso, dipinti a mano, accessibili solo alle corti e alle famiglie nobili.
La prima menzione scritta di carte in Italia risale al 1376, quando un decreto fiorentino proibì un gioco chiamato “naibbe”, descrivendolo come “recentemente introdotto”. Ma la miniatura napoletana del 1352 precede di oltre vent’anni questa documentazione, rendendo il manoscritto Meliadus una testimonianza visiva unica e preziosa.

Perché proprio Napoli?
La scelta di Napoli come luogo di questa prima immortalazione non è casuale. Nel XIV secolo, il Regno di Napoli era uno dei centri culturali più vivaci d’Italia, aperto agli scambi commerciali e culturali con il Mediterraneo orientale. La corte di Luigi I di Taranto, poi Luigi I di Napoli, era raffinata e cosmopolita: il re stesso era di origine francese, essendo figlio di Filippo I di Taranto e Caterina di Valois.
Gli artisti che lavorarono al manoscritto erano napoletani con influenza francese, un connubio stilistico che rifletteva la natura internazionale della corte partenopea. Le 363 miniature furono aggiunte in tempi diversi e da mani diverse, alcune più tardi rispetto alla stesura del testo, e alcune rimasero addirittura disegni incompiuti. La miniatura delle carte, in particolare, fu probabilmente aggiunta verso la fine del XIV secolo, quando il gioco aveva già conquistato le corti europee.
Un gioco per nobili, un passatempo che conquisterà il mondo
Quello che colpisce della scena è la normalità con cui le carte sono raffigurate. Non c’è meraviglia, non c’è descrizione didascalica: le carte sono semplicemente lì, come se fossero già parte del paesaggio quotidiano della nobiltà. I giocatori tengono le carte a ventaglio nelle mani, nascoste alla vista, e le giocano sul tavolo con gesti sicuri.
Questa naturalezza è la prova più convincente di come il gioco si fosse rapidamente integrato nella cultura di corte. Le carte erano “altamente portatili”, come le definisce la descrizione del manoscritto: non richiedevano tavoliere, non occupavano spazio, potevano essere giocate ovunque, perfino in una prigione.
Il mazzo usato nella scena è chiaramente di tipo latino, con semi che prefigurano quelli che ancora oggi conosciamo nelle carte napoletane, piacentine e siciliane: coppe, denari, spade e bastoni. Questa continuità è sorprendente: dal manoscritto del 1352 al mazzo che oggi si usa per una partita a scopa o a briscola, il passo è breve.
Dalla corte alla strada: il lungo cammino delle carte napoletane
Se nel XIV secolo le carte erano un lusso per duchi e re, nei secoli successivi il gioco si democratizzò. Le carte napoletane come le conosciamo oggi, con il loro mazzo di 40 carte e le figure intere, presero forma durante il Vicereame spagnolo nel XVI secolo, come testimoniano le acconciature e i baffi delle figure.
Nel 1577 il viceré spagnolo introdusse una tassa sulle carte da gioco prodotte a Napoli, segno di una diffusione ormai capillare. I produttori divennero una casta che tramandava l’arte di generazione in generazione, e le carte divennero strumento non solo di gioco ma anche di magia e divinazione.
Le figure assunsero volti reali: il 10 di spade divenne Re Ferdinando, il 9 di spade raffigurava un cavaliere mediorientale con scimitarra e turbante, e il famigerato Gatto Mammone prese posto sul 3 di bastoni con i suoi baffi felini.
Curiosità e aneddoti
Il manoscritto errante. Il Roman du Roy Meliadus non è sempre stato alla British Library. Prima di approdare a Londra, fece parte della collezione Roxburgh e poi di Sir Egerton Brydges, passando per mani illustri prima di trovare la sua collocazione definitiva.
L’artista immaginativo. La scelta di raffigurare le carte in una scena di prigionia è pura invenzione del miniaturista. Il testo parla genericamente di intrattenimento, ma l’artista ha optato per il passatempo più trendy del momento. È un po’ come se un regista di oggi, girando una scena in cui personaggi del XVI secolo si annoiano, li facesse scrollare lo smartphone.
Le “naibbe” fiorentine. Il termine “naibbe” usato nel decreto fiorentino del 1376 deriva probabilmente dall’arabo na’ib, che significa “governatore” ed è anche il nome di una delle figure del mazzo mamelucco. Questa etimologia conferma il percorso orientale delle carte verso l’Italia.
La continuità dei semi. I semi latini raffigurati nel manoscritto del 1352 – denari e bastoni visibili, coppe e spade impliciti – sono esattamente quelli che ancora oggi compongono le carte napoletane. Un filo conduttore di quasi settecento anni che lega la corte di Luigi I di Napoli alla tavola di ogni osteria campana.

Conclusione: un pezzo di Napoli nella storia del gioco
La miniatura del manoscritto Meliadus è molto più di un’immagine curiosa: è la prima fotografia, se così si può dire, di un momento culturale che cambiò l’Europa. In quella scena di prigionieri che giocano per denaro, con le loro carte a semi latini e le poste sul tavolo, c’è l’intera storia di come il gioco entrò nella cultura occidentale.
E il fatto che questa prima immortalazione sia avvenuta a Napoli, nella bottega di un artista al servizio di un re di origine francese che governava un regno italiano aperto al Mediterraneo, racconta qualcosa di profondo sulla città partenopea. Napoli non fu solo un luogo di passaggio per le carte: fu il luogo dove il gioco fu riconosciuto, raffigurato, normalizzato.
La prossima volta che vedrete un mazzo di carte napoletane, pensate al foglio 313v del manoscritto Meliadus. Quel re prigioniero che gioca a carte nel 1352 è l’antenato di ogni partita a scopa, di ogni briscola, di ogni “sette e mezzo” giocato nelle osterie della Campania. E tutto è cominciato in una corte di Napoli, mentre la peste infuriava fuori dalle mura e un artista decideva che i suoi personaggi si sarebbero intrattenuti con quel “gioco nuovo e altamente portatile” che arrivava dall’Oriente.
Fonti:
- https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Playing-cards-meliadus-naples-1362.jpg
- https://www.wga.hu/html_m/zgothic/miniatur/1351-400/2italian/45italib.html
- http://medievalmanuscriptsunlocked.blogspot.com/2016/08/meliadus-or-guiron-le-courtois-bl-add.html
- https://www.wopc.co.uk/the-history-of-playing-cards/
- https://en.wikipedia.org/wiki/Italian_playing_cards
- https://www.iviaggidivale.it/origine-carte-napoletane/
- https://www.digitalmoka.com/carte-napoletane
- https://it.wikipedia.org/wiki/Carte_da_gioco_italiane
- https://playingcarddecks.com/blogs/all-in/history-playing-cards-modern-deck
- https://www.wopc.co.uk/italy/italian-playing-cards
- http://iapsop.com/ssoc/1865__taylor___history_of_playing_cards.pdf


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