Quando il popolo pregava e l’élite dubitava: la frattura tra fede popolare e pensiero illuminista nella Napoli del 1799 e ciò che resta oggi, nell’epoca della secolarizzazione.
Napoli ha sempre avuto con Dio un rapporto fisico. Non teorico, non astratto. Una relazione fatta di candele accese, statue portate a spalla, voti disperati, santi invocati come parenti stretti. Nel 1799, anno tragico e decisivo per la città, la fede non era un’opinione: era l’aria che si respirava.
Per il popolo minuto – i contadini, i lazzari, gli ultimi – la religione non era ideologia, ma sopravvivenza. Pregare San Gennaro non significava aderire a una dottrina, ma sperare che il Vesuvio tacesse, che il pane bastasse, che un figlio tornasse vivo. La processione non era folklore,ma una storia radicata che serviva a esprimere dolore e speranza. A Napoli, Dio abitava nei vicoli.
Eppure, proprio in quel 1799, questa fede popolare si spezza contro un’altra visione del mondo. L’élite illuminista napoletana – giuristi, medici, intellettuali – sogna una città nuova, fondata sulla ragione, sulla legge, sul progresso. Non sono barbari né nichilisti: molti di loro restano credenti. Ma guardano con sospetto quella religiosità barocca, emotiva, piena di immagini. La giudicano superstizione, un ostacolo da superare.

Nasce qui una frattura mai sanata. Da una parte un popolo affamato e visceralmente religioso, che riconosce sé stesso nei simboli sacri. Dall’altra una classe ricca e colta che vede nella Chiesa un’istituzione alleata del potere borbonico, più che un presidio spirituale. Non è una guerra contro Dio, ma contro chi parla in nome di Dio.
Eleonora Pimentel Fonseca lo aveva capito benissimo: a Napoli non si governa contro la sensibilità religiosa del popolo. Per questo, nel Monitore Napoletano, la rivista ufficiale del governo rivoluzionario, cercava di spiegare la Repubblica usando un linguaggio comprensibile, perfino evangelico. Ma il tempo era poco. La rivoluzione parlava una lingua che la città non riconosceva come propria.
Il risultato è noto: il crollo della Repubblica Partenopea e l’esplosione del Sanfedismo. Qui la fede viene trasformata in arma. Il Cardinale Ruffo guida masse di devoti e disperati in nome della Santa Fede, mescolando religione, vendetta e paura. È il volto peggiore della fede: quando smette di essere cura e diventa ideologia violenta. Ma vi è un paradosso tragico in questo scontro: un popolo che, per difendere i propri simboli, si scaglia ferocemente contro quegli intellettuali che, pur volendo il loro riscatto sociale, restavano ai loro occhi estranei, parlando una lingua “aliena” che non sapeva toccare le corde dell’anima. Napoli paga un prezzo altissimo, umano e culturale.
Ma sarebbe un errore pensare che il cuore del problema sia rimasto nel Settecento. Nel 2026 non viviamo più quel conflitto acceso tra fede e ragione. Viviamo qualcosa di più sottile e più pericoloso: l’indifferenza.
Nel 1799 si combatteva contro la Chiesa o per la Chiesa. Oggi, per molti, la Chiesa semplicemente non conta. Non scandalizza, non provoca, non divide. È diventata irrilevante. La secolarizzazione non è più contestazione: è silenzio.
Le chiese vuote, frequentate solo da pochi anziani, parlano più delle polemiche. Non perché Dio sia stato sconfitto, ma perché è stato reso superfluo. La fede è diventata una questione privata, emotiva, “a modo mio”. Si sceglie cosa tenere e cosa scartare, come in un menù. Una religione senza corpo, senza comunità, senza fatica. Ma qui si annida un grosso errore: se la fede diventa un fatto puramente individuale, Napoli rischia di smarrire la sua memoria collettiva. Senza la dimensione del rito condiviso, si sgretola quel collante che per secoli ha tenuto insieme i vicoli e le piazze.
Eppure, Napoli resiste. Resiste nei suoi riti popolari, spesso guardati con imbarazzo da chi vorrebbe una città più “moderna”, più europea, più pulita anche nel sacro. Le processioni vengono liquidate come folklore per turisti. Le statue come residui di ignoranza. Ma dietro quelle statue c’è una memoria collettiva. C’è un popolo che, da secoli, affida al sacro ciò che non riesce a controllare.
L’errore dell’élite illuminista nel 1799, e forse anche del nostro tempo, non è aver difeso la ragione, ma aver pensato che la ragione bastasse per tutto. Napoli insegna il contrario. Qui la ragione senza cuore non attecchisce, e la fede senza umanità degenera.
Figure come Domenico Cirillo mostrano che un’altra strada era possibile: scienza e fede non come nemiche, ma come alleate. Nella sua instancabile attività di medico dei poveri, Cirillo rendeva la sua “ragione” concreta e umana; per lui, il progresso non poteva prescindere dal rispetto per il sentimento popolare. Era una mediazione fragile ma feconda, fondata sulla cura del corpo e sulla cura dell’anima.
Oggi, dopo due secoli di storia e dopo una secolarizzazione che ha svuotato i simboli senza sostituirli con il senso della vita, Napoli ci restituisce una domanda antica: di cosa vive davvero una comunità? Solo di diritti e servizi? O anche di riti, memoria e sacro condiviso?
Non si tratta di tornare indietro, né di difendere superficialmente le istituzioni religiose. Si tratta di riconoscere che l’uomo, ieri come oggi, non è solo ragione che fa calcoli. È corpo, paura, speranza. E Napoli, più di ogni altra città, ci ricorda che quando il sacro viene cancellato del tutto, resta un vuoto che né la tecnica né il benessere riescono a colmare.
Forse il vero insegnamento del 1799 non è scegliere tra fede e ragione, ma imparare a non umiliare nessuna delle due. Perché ogni volta che Napoli ha perso una di queste anime, ha perso anche un pezzo di sé.
Le riflessioni proposte in questo articolo nascono da ricerche e approfondimenti dell’autore sviluppati in occasione del romanzo Il tempo del girasole, Balzano Editore, 2025
-Claudio Aorta


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