Giustino Russolillo è una di quelle figure che la storia ecclesiastica del Novecento fatica a contenere in una definizione sola: fondatore, mistico, scrittore, pastore instancabile e, per molti, intercessore di grazie straordinarie. Nato in una famiglia modesta della periferia napoletana, trasformò la propria vocazione in un progetto collettivo di salvezza, convinto che il sacerdozio fosse la risposta più alta alla miseria del mondo. La sua vita fu segnata da prove durissime — la povertà, la malattia, la persecuzione ecclesiastica — affrontate con una serenità che i suoi contemporanei definivano soprannaturale. Il 7 maggio 2011 papa Benedetto XVI lo beatificò solennemente, e il 15 maggio 2022 papa Francesco lo proclamò santo: un percorso lungo oltre un secolo, che ha trasformato il parroco di Pianura in una figura universale della Chiesa cattolica.

Una vocazione nata tra i vicoli di Pianura
Pianura, borgo agricolo alle porte occidentali di Napoli, era nei primi anni del Novecento un luogo di povertà dignitosa, lontano dai circuiti culturali e dai privilegi della città. È in questo contesto che il 18 gennaio 1891 nacque Giustino, figlio di Luigi Russolillo e Giuseppina Simpatia. Fin dall’infanzia si distinse per una maturità spirituale insolita: ricevette la prima comunione a soli cinque anni e a dieci fu ammesso al seminario di Pozzuoli, superando le prove di ammissione con risultati così brillanti da essere iscritto direttamente alla seconda ginnasiale. La strada verso il sacerdozio, però, non fu priva di ostacoli. La famiglia numerosa viveva in condizioni economiche precarie e le spese del seminario rappresentavano un peso difficile da sostenere.
Quando la madre Giuseppina si rivolse al barone Zambaglione per ottenere un aiuto, ricevette un rifiuto freddo e indifferente. Fu allora che, con una forza che travalicava la circostanza, la donna disse al figlio: «Non aver paura, mamma ti farà prete, anche a costo di impegnare i propri occhi». Quella frase divenne per Giustino una bussola morale per il resto della vita. L’intera famiglia — comprese le zie — si sobbarcò sacrifici enormi perché il ragazzo potesse seguire la sua strada. E quella strada lo condusse all’ordinazione presbiterale il 20 settembre 1913, giorno in cui fece voto solenne di fondare una comunità religiosa dedicata alla promozione delle vocazioni sacerdotali.
La nascita della Società delle Divine Vocazioni
Quando gli veniva chiesto come fosse nata l’intuizione fondativa, Giustino Russolillo rispondeva con disarmante semplicità: «La Società Divine Vocazioni è nata da un seminarista che faceva catechismo tutti i giorni e a volte tutto il giorno». In quella risposta era racchiusa tutta la sua teologia pratica: la santità non nasce dall’astrazione, ma dal contatto quotidiano con le persone, dalla cura paziente delle anime più giovani e fragili. Divenuto parroco di Pianura il 20 settembre 1920 — esattamente sette anni dopo l’ordinazione — agì con una rapidità che sorprese tutti. Meno di un mese dopo il suo insediamento a San Giorgio Martire, il 18 ottobre 1920, aprì il primo “vocazionario”, uno spazio dedicato all’accoglienza e alla formazione dei giovani che mostravano inclinazione alla vita religiosa.
Quella data è ancora oggi celebrata come il giorno di nascita della Società Divine Vocazioni. La fondazione aveva un mandato duplice e ambizioso: da un lato, individuare, coltivare e accompagnare le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata; dall’altro, condurre alla santità l’intero popolo di Dio, senza distinzioni di condizione o cultura. La congregazione ottenne la prima approvazione diocesana il 26 maggio 1927 e fu elevata a congregazione di diritto pontificio il 3 gennaio 1948, a riconoscimento di una crescita rapida e di un carisma che si era dimostrato fecondo ben oltre i confini campani.
Giustino Russolillo: scrittore e mistico
Accanto all’attività pastorale e fondativa, Giustino Russolillo coltivò per tutta la vita una vocazione letteraria e spirituale di rara intensità. Da studente prendeva appunti accurati degli insegnamenti ricevuti; da giovane sacerdote, sotto la guida di direttori spirituali illuminati, cominciò a tenere il cosiddetto Libro dell’anima, un diario interiore in cui annotava le ispirazioni quotidiane e le preghiere che gli sgorgavano spontanee dal cuore. Nel corso della sua vita scrisse ventiquattro testi tra regolamenti, direttori e costituzioni. La sua opera più significativa, lo Spiritus orationis, è un testo che molti studiosi hanno accostato, per profondità e struttura autobiografica, alle Confessioni di sant’Agostino. In esso scrisse: «Attraverso queste preghiere, ogni spirito puro e ogni cuore grande può intravedere quella speciale relazione a cui fu misericordiosissimamente invitato quel povero spirito umano nella sua vita mortale».
La scrittura ha una cadenza quasi musicale: ogni pensiero è racchiuso in forma di preghiera, ogni riflessione teologica si scioglie in un colloquio intimo con il divino.
Tra le sue composizioni più toccanti spicca la Novena di Natale, una sequenza di meditazioni in cui l’anima del fedele si prepara all’incontro con il Verbo incarnato attraverso un progressivo spogliamento interiore. La struttura ritmica richiama quella dei salmi biblici e rivela una sensibilità estetica raffinata, difficilmente attribuibile a un autodidatta della periferia napoletana. In uno dei passaggi più intensi si legge: «O Divino Signore e dolce vita mia Gesù! Tu sei venuto nella più dura povertà effettiva! Vuoi essere Tu solo tutto il mio tesoro di ogni bene naturale e soprannaturale, fisico e morale, materiale e intellettuale». Parole che suonano come una confessione autobiografica prima ancora che come una preghiera liturgica.
Prove, persecuzioni e resistenza spirituale
La vita di Giustino non fu immune da ombre pesanti. La fama di guarigioni miracolose attribuitegli alimentò sia una devozione popolare intensa sia reazioni ostili da parte di ambienti ecclesiastici influenti. La sua opera di riabilitazione dei sacerdoti “spretati” — restituire dignità e pace di coscienza a chi aveva abbandonato il ministero — fu guardata con sospetto e poi con aperta ostilità dal segretario della Congregazione dei Religiosi. Nel 1934, quella tensione sfociò in una condanna formale: alla congregazione fu proibito di ammettere nuovi novizi, di ricevere voti e di conferire ordini sacri. Era, di fatto, una condanna a morte lenta, un’agonia istituzionale che durò sette anni. Dal 1941 alla sua morte, avvenuta il 2 agosto 1955, la congregazione fu retta da una serie di visitatori apostolici che, pur garantendo la continuità organizzativa, non possedevano il carisma del fondatore.
Nel 1954 si aggiunse il tracollo economico provocato dalla costruzione di un grande edificio a Roma: debiti, prestiti usurai e responsabilità mal distribuite misero a rischio l’esistenza stessa dell’istituto. Si narra che il cardinale Montini avesse già predisposto una bolla di scioglimento, ma che Pio XII, al momento di firmare, si fosse rifiutato con queste parole: «Potate sì, ma non tagliate dalle radici una congregazione che ha aiutato tanti sacerdoti». Lo stesso Montini, divenuto papa Paolo VI, nel 1968 concesse alla congregazione il decretum laudis, l’approvazione definitiva della Santa Sede. Una riabilitazione postuma che giunse tredici anni dopo la morte del fondatore, e che aprì la strada al lungo processo di riconoscimento della sua santità.
Giustino Russolillo: il miracolo della beatificazione alla canonizzazione
Il processo di beatificazione di Giustino Russolillo fu aperto nel 1980 e Giovanni Paolo II lo dichiarò venerabile il 18 dicembre 1997. A sostenere la causa intervenne una vicenda medica di straordinaria rilevanza. Gaetanina Meloro, nata a Newark nel New Jersey, aveva ricevuto nel gennaio 1998 una diagnosi devastante: carcinoma papillare squamoso della vagina, stadio 3b, con una massa tumorale di quattro per sei centimetri nel setto retto-vaginale. La prognosi era severa, il trattamento lungo e incerto. Appresa la notizia, la paziente si affidò con preghiere quotidiane all’intercessione del venerabile, con l’accompagnamento spirituale dei padri e delle suore vocazioniste.
Nel febbraio 1998, al termine del ciclo di radioterapia esterna e prima di procedere a quella interna, i medici si trovarono di fronte a un dato inatteso: la forma tumorale era completamente scomparsa. Il professor Nino Pasetto, perito medico della Congregazione delle Cause dei Santi, concluse che la guarigione era «clinicamente inspiegabile», poiché il trattamento non era stato completato e una remissione così rapida e totale non era scientificamente prevedibile. La Chiesa cattolica riconobbe ufficialmente la guarigione come miracolosa, e il 7 maggio 2011 papa Benedetto XVI beatificò solennemente Giustino Russolillo in piazza San Pietro, davanti a una folla commossa di fedeli provenienti da ogni parte del mondo.
Giustino Russolillo: la canonizzazione
Il cammino verso la canonizzazione trovò il suo fondamento in un secondo evento straordinario, avvenuto a Pozzuoli — la stessa città del seminario in cui Giustino aveva mosso i primi passi — il 21 aprile 2016. Fra Emilio Rasolofo, giovane religioso vocazionista originario del Madagascar, era stato ricoverato in coma con una diagnosi di terrificante gravità: crisi tonico-cloniche generalizzate e prolungate, stato di male epilettico, gravissima rabdomiolisi, polmonite ab ingestis e insufficienza respiratoria acuta. La prognosi era infausta, le speranze dei medici ridotte al minimo. Dinanzi all’impotenza della medicina, l’intera Congregazione Vocazionista si strinse in una catena di preghiere rivolta al beato.
La mattina del 21 aprile accadde ciò che nessuno si aspettava: il giovane religioso aprì improvvisamente gli occhi, parlò, mosse gli arti e, dopo non molte ore, si mise persino ad assistere gli altri pazienti. La Consulta Medica della Congregazione delle Cause dei Santi riconobbe che la guarigione era stata «rapida, completa e duratura, non spiegabile scientificamente», e i Consultori teologi la dichiararono miracolosa, attribuendola all’intercessione del beato. Il 15 maggio 2022, nella solennità di una cerimonia in piazza San Pietro, papa Francesco proclamò santo Giustino Russolillo, consegnando definitivamente alla storia universale della Chiesa il nome di quel seminarista di Pianura che aveva scelto di fare catechismo tutti i giorni — e a volte tutto il giorno.
Riferimenti bibliografici
G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017.


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