Giuseppe Sammartino è uno di quei grandi artisti che la storia dell’arte ha restituito al grande pubblico solo in parte, lasciando nell’ombra molti aspetti della sua formazione e della sua vita. Eppure, il suo nome è indissolubilmente legato a uno dei capolavori assoluti della scultura europea: il Cristo velato, custodito nella cappella Sansevero di Napoli. Un’opera capace di lasciare senza parole chiunque la osservi, per quella straordinaria capacità di trasformare il marmo in qualcosa di impalpabile, quasi incorporeo. Nato a Napoli nel 1720, Giuseppe Sammartino visse e operò in una città che era allora uno dei principali centri culturali d’Europa, crocevia di tendenze artistiche, fermenti filosofici e suggestioni esoteriche.

Le origini incerte di un grande scultore: Giuseppe Sammartino
Le notizie sulla giovinezza e sulla prima formazione di Giuseppe Sammartino sono frammentarie e spesso contraddittorie. Si ritiene che abbia mosso i primi passi nel mestiere della scultura nella bottega di Matteo Bottiglieri, figura di rilievo nel panorama artistico napoletano del tempo, a sua volta legato alla tradizione di Lorenzo Vaccaro. Tuttavia, le opere più antiche attribuibili a Bottiglieri — tra cui i busti di alcuni santi conservati nella cappella di Sant’Ugo presso la certosa di San Martino — rivelano un’impronta stilistica più vicina ai modelli del Cosimo Fanzago, celebre architetto e scultore bergamasco trapiantato a Napoli, noto per il suo gusto realistico e la sua abilità nel rendere i tratti fisionomici con straordinaria vivacità, quasi come se si trattasse di ritratti dal vero.
Bottiglieri fu anche un apprezzato artefice di figure presepiali: a lui si deve, tra l’altro, il celebre disegno dello Zampognaro soffiante, oggi conservato al Museo Correale di Sorrento, e la realizzazione di alcune delle oltre milleduecento statuine della magnifica raccolta dell’Appartamento Vecchio della Reggia di Caserta. Un’eredità, questa, che il giovane Sammartino avrebbe saputo raccogliere e portare a vette di eccellenza assoluta.
Giuseppe Sammartino: gli anni dell’apprendistato e le prime commissioni
Anche degli anni giovanili di Giuseppe Sammartino, quelli compresi nel quarto decennio del Settecento, si sa pochissimo. Le sculture a lui attribuite per questo periodo sono numerose, ma raramente accompagnate da documentazione certa: mancano sia le date sia quegli elementi stilistici inconfutabili che permetterebbero di assegnargliele con sicurezza. Nel 1746, mentre lavorava nella bottega del maestro marmoraro Antonio di Lucca — uno degli esecutori più attivi delle grandi imprese decorative che trasformarono Napoli nel corso del Settecento — Sammartino realizzò due figure di puttini, quasi certamente destinate ad ornare un altare.
L’anno successivo lo troviamo, insieme al collega Giovanni Cimafonte, impegnato presso la cattedrale di Monopoli, in Puglia, dove le sculture a grandezza naturale di San Giuseppe e di San Michele Arcangelo attestano la sua crescente maturità tecnica. Fu proprio in questi anni che lo scultore cominciò a distinguersi anche nella produzione di statue presepiali, alcune delle quali, di rara bellezza, sono oggi conservate al Museo di San Martino di Napoli. A differenza di molti suoi contemporanei, Sammartino infondeva nelle sue figurine una vivacità di tocco e una pienezza plastica del tutto particolari, che lo resero presto il punto di riferimento indiscusso tra i “plasticatori” presepiali napoletani.

Il principe dell’occulto e la cappella dei misteri
Per comprendere appieno la grandezza del Cristo velato occorre conoscere il committente che lo volle: Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, una delle figure più enigmatiche e affascinanti del Settecento europeo. Nato a Torremaggiore, in provincia di Foggia, il 30 gennaio 1710, Raimondo rimase orfano di madre in tenerissima età e crebbe lontano dalla famiglia, educato dai gesuiti a Roma. Ereditò il titolo principesco a soli sedici anni e ben presto si rivelò un personaggio fuori dall’ordinario: studioso instancabile, inventore prolifico, alchimista convinto e Gran Maestro della Massoneria napoletana.

La sua figura è descritta dal filosofo ed economista Antonio Genovesi come quella di un uomo «di bello e gioviale aspetto, filosofo di spirito, amabilissimo di costumi», ma con «troppa fantasia», portato talvolta «a vedere cose poco verosimili». Benedetto Croce, nelle sue celebri Storie e leggende napoletane, lo paragonò nientemeno che al dottor Faust, incarnazione napoletana del patto con il diavolo, capace di compiere prodigi che «sforzano le leggi della natura».
Intorno alla sua figura fiorirono leggende oscure e inquietanti: si narrava di esperimenti alchemici condotti di notte tra fiamme di mille colori, di corpi imbalsamati con le viscere in mostra, di seggiole costruite con le ossa di cardinali. Realtà o fantasia, poco importa: Raimondo di Sangro aveva il genio di trasformare tutto ciò che toccava in qualcosa di straordinario, e la sua cappella di famiglia ne è la prova più evidente. Morì il 22 marzo 1771, secondo alcuni vittima delle stesse sostanze chimiche che usava nei suoi esperimenti.
Il Cristo velato: il miracolo del marmo
È intorno al 1753 che Giuseppe Sammartino realizza l’opera che lo consegnerà all’immortalità. Il principe di Sansevero aveva commissionato una statua raffigurante «Nostro Signore Gesù Cristo morto, ricoperto da una sindone di velo trasparente dello stesso marmo», e il veneziano Antonio Corradini aveva già predisposto un bellissimo bozzetto in terracotta, oggi conservato al Museo di San Martino. Toccò però a Sammartino tradurre quella visione in marmo, e il risultato andò ben oltre ogni aspettativa. Disteso su un feretro di porfido, con il capo reclinato tra due cuscini, il corpo del Cristo è avvolto da un sudario così sottile e trasparente da sembrare di vera stoffa bagnata: si intravedono perfettamente la muscolatura, le ferite dei chiodi alle mani e ai piedi, la corona di spine, la tenaglia e i chiodi deposti ai suoi lati.
Come ha scritto lo studioso Francesco Randazzo, «la pietra diventa liquida, grazie all’arte dello scultore, la trasparenza perfetta, inesistente il peso del sudario»: è una visione perturbante e ammaliante al tempo stesso, che trasforma la percezione visiva in un’esperienza quasi mistica. Il critico Riccardo Lattuada ha sottolineato come in quest’opera Sammartino riveli già pienamente mature le sue straordinarie qualità tecniche, unite a una capacità drammatica di interpretare il soggetto religioso che «teatralizza la presenza del Cristo avvolto nel suo sudario, come ad invitare al compianto chiunque si accosti al suo letto di morte». Un capolavoro assoluto del Barocco napoletano, forse della scultura occidentale tout court.
La gloria e il tramonto di un maestro
Il successo del Cristo velato aprì a Giuseppe Sammartino le porte delle principali committenze napoletane. Negli anni successivi lo scultore lavorò per le più importanti chiese della città, realizzando figure di santi e sculture allegoriche per la certosa di San Martino, per la chiesa dei Girolamini e per quella dell’Annunziata. Collaborò anche con il grande architetto Luigi Vanvitelli, sebbene i loro rapporti non fossero sempre sereni: eppure lo stesso Vanvitelli, notoriamente severo nei giudizi sui suoi collaboratori, non lesinò a Sammartino una considerazione che non riservò ad altri. Nessuna delle opere successive raggiunse, però, i vertici assoluti di quel primo capolavoro: il Cristo velato rimase un unicum irripetibile, un momento di grazia artistica che nemmeno il suo stesso autore riuscì a eguagliare.
Il simbolismo insito nella statua è profondo e universale: Cristo è la verità, ma la verità ci è velata. È la stessa domanda che percorre il pensiero di Eraclito e dei grandi mistici di ogni epoca: perché la natura delle cose si nasconde? Simone Weil, ebrea convertita e filosofa mistica del Novecento, scriveva che «la bellezza del mondo è il sorriso di tenerezza di Dio per noi attraverso la materia», e che «anche questo è qualcosa di simile a un sacramento». In quella scultura di marmo, il divino e l’umano si incontrano in modo commovente e ineffabile. Giuseppe Sammartino morì a Napoli il 12 dicembre 1793, all’età di settantatré anni, nella sua casa di strada Costigliola dei Carafa. Volle essere sepolto nella vicina chiesa della Concezione dei Cappuccini, o Sant’Efremo Nuovo: un addio discreto e silenzioso, degno di un uomo che aveva lasciato parlare il marmo al posto suo.
Riferimenti bibliografici
G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017.


Lascia un commento