Cupa Lautrec, l'invasione francese e il colera che salvò i napoletani

Cupa Lautrec, l’invasione francese e il colera che salvò i napoletani

C’è un tempo in cui la crudeltà e la superbia sono punite con la massima delle pene; un tempo in cui la sete di potere porta alla rovina più grande di un uomo.

Quel tempo si è fermato in un luogo abbandonato e cadente, una tale Cupa Lautrec di Poggioreale, erroneamente indicata come “Cupa Leutreh” in un punto vicino al Cimitero e, dalle parti di Corso malta, con “Cupa Lautrec” scritta nel modo corretto. Un posto indesiderabile, una strada affogata da anonimi muri bianchi e scalcinati, figli di un’epoca in cui il cemento seppellì la storia di Napoli, con qualche graffito che interrompe la malinconia dei mattoni nudi e con l’asfalto invaso dai ricordi di qualche drogato che, nella notte precedente, ha buttato un po’ della sua vita in questo angolo perduto del mondo.

Eppure, quasi 500 anni fa, proprio la piccola Cupa Lautrec fece tremare l’intera Napoli assieme ad Odetto di Foix, il sanguinario generale francese che volle conquistare la città.
Odetto di Foix, conte di Lautrec fu, però, uno degli uomini al quale la vita e la Storia voltarono le spalle, forse per una giustizia divina; forse perché, prima o poi, anche l’uomo più cinico e crudele è tradito dai suoi stessi sentimenti.

Cupa Lautrec
A Napoli ci sono due Cupe Lautrec: questa porta il nome storpiato in “leutreh”, l’altra a Poggioreale ha il nome corretto

Odetto di Foix, un personaggio sanguinario

A vent’anni Odetto già si gettò nelle prime battaglie al servizio di Luigi XII, conquistando Genova e macchiandosi dei più atroci crimini: si dice che abbia ordinato ai suoi soldati di imprigionare vecchi e bambini, per chiedere poi riscatti al popolo.
Crudelissimo, godeva nel torturare i suoi stessi soldati disubbidienti, spesso divertendosi nel guardarli contorcersi dal dolore mentre le loro carni venivano mangiate dal fuoco di una torcia. Il suo volto martorizzato dalle cicatrici era interrotto solo da due glaciali occhi azzurri contornati di rosso, descritti quasi come demoniaci.

In campo era un generale geniale, un tattico dall’esperienza e dall’audacia tali da sembrare un veterano dell’esercito a soli 25 anni: con un passo conquistò la Liguria, in un altro passo alzò gli stemmi francesi su una Milano sanguinante; con ancora più ferocia e determinazione, cominciò a marciare verso Sud, devastando Bologna.
Nel frattempo, Odetto fu nominato Governatore d’Italia, grazie alle intercessioni della sorella che, cupida di potere come lui, diventò l’amante del nuovo re di Francia, Francesco I: fu lì che il conte di Lautrec decise di dirigersi a Napoli, passando per l’Abruzzo e per la Puglia.

Si dice che, una volta arrivato a Melfi, abbia bruciato l’intera città dinanzi ai cittadini, per vedere la disperazione e le lacrime dei cittadini dinanzi alla perdita delle proprie case. Poi massacrò tremila persone, fra soldati e civili, lasciando i loro corpi ammassati sulle strade.
Ed eccolo a Poggioreale, nel 1528, giunto con il suo esercito di ventimila uomini alle porte di Napoli, nell’antico luogo occupato dall’acquedotto della Bolla.
Lautrec pianificò la strategia più brutale per conquistare la città: lasciar morire di fame tutti i suoi cittadini, cingendola d’assedio.

Spiega Giovanni Antonio Summonte che Odetto di Foix non voleva far bombardare la città, che sarebbe stata irrimediabilmente distrutta dai cannoni. “Voglio entrare in una gran bella città intatta e godere solo io di ciò che essa contiene“. Fu questa la ragione che poi rallentò l’assedio e decretò il fallimento dell’assedio.

Fondamentalmente fu una copia dell’assedio di Belisario di circa 1000 anni prima.

Odetto di Foix, conte di Lautrec
Ritratto di Odetto di Foix, il generale francese

L’assedio di Napoli

L’intera Napoli fu circondata dalle truppe francesi ed il porto della città fu chiuso dalle navi del mercenario Filippino Doria, nipote del leggendario capitano Andrea Doria.

Passò un mese, poi un altro. Morì il viceré Ugo Moncada e prese il potere Filiberto d’Orange che provò in ogni modo a contrattare una pace con Odetto. Non ci riuscì, anzi, il francese attendeva l’arrivo del mese d’Agosto come una iena che attende il cadavere, come la volpe che ha teso una trappola alla sua preda: il caldo estivo avrebbe distrutto la città e, per rendere ancora più crudele l’agonia dei napoletani, decise di distruggere l’acquedotto, ma non fece i conti con un nemico invisibile.

Il Viceré di Napoli, ormai rassegnato nel vedere la sua città prossima alla morte, decise di sfruttare l’unica arma rimasta ad un uomo in agonia: l’astuzia.
Mentre Odetto già pregustava il suo ingresso trionfale in una Napoli devastata dalla fame e dagli stenti, il viceré mandò un famoso bandito della Terra di Lavoro, tale Verticillo, nelle condutture dell’acquedotto distrutto, in modo da gettare della canapa nelle enormi paludi che si erano create a Poggioreale.

Di lì, proprio il caldo d’Agosto, che sembrava un alleato dei francesi, prosciugò le paludi e diffuse una epidemia di colera (le fonti dell’epoca parlano anche di peste, ma con questo nome erano identificate genericamente tutte le malattie nate dalle acque paludose) che distrusse l’intero esercito francese, uccidendo lo stesso Odetto di Foix. 

Il suo cadavere fu poi rubato da un ladro spagnolo, che provò a rivenderlo ai francesi nella speranza di ottenere un riscatto, ma nessuno desiderava più rivedere quell’uomo così crudele: dopo essere stato gettato in uno scantinato per anni, fu riportato a Napoli per essere seppellito nella stessa città che provò a distruggere, nella chiesa di Santa Maria la Nova.

Ed oggi, a ricordare quei giorni che fecero tremare Napoli c’è solo una piccola stradina dal nome strano, la Cupa di Lautrec. 

-Federico Quagliuolo

Riferimenti:
Gio. Antonio Summonte, Historia della Città e del Regno di Napoli, Antonio Bulifon, 1671

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