Roberto Pane: storia di uno sconosciuto

Roberto Pane: storia di uno sconosciuto

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“Allora ragazze: se poteste scegliere qualcuno con cui andare a cena, vivo o morto che sia, chi sarebbe?”

È la classica domanda spesso posta intorno ad un tavolo rotondo e tre amiche sedute intorno ad uno si questi non fanno eccezione: mentre il sole cala si intrattengono, come ogni martedì da qualche settimana, in un bar di piazza Bellini.

Come fosse il quesito decisivo di un quiz a premi una fra queste, una ragazza alta dagli occhi azzurri come il ghiaccio è la prima a rispondere: con un gran sorriso annuncia che il suo prescelto è Roberto Pane. Una nuova questione sorgerà spontanea in voi proprio come è nata in un batter d’occhio nelle sue due vicine: e chi è questo signore?

Neanche il tempo di porre la domanda che al tavolo si siede un vecchio uomo con il viso solcato da profonde rughe ed un cappello nero sulla testa. L’unica cosa che chiede alle tre giovani, poggiando sul tavolo il suo borsalino, è di poter raccontare loro una storia.

“Voglio svelarvi un segreto: credo che il miglior modo per sentirsi un vero cittadino è quello di scegliere il luogo in cui abitare. Già l’atto di nascere in sé non è una scelta, figuriamoci se può esserlo il luogo in cui viviamo.

Ebbene: io e Napoli ci siamo trovati; quando avevo quindici anni mi trasferii in questa città senza sapere che avrebbe influenzato la mia esistenza in maniera così determinante. A posteriori, posso dirvi che è impossibile pensare che in tutto ciò non ci fosse qualcosa di prestabilito. Ho viaggiato tanto, eppure sono sempre tornato. Ho combattuto la Prima Guerra mondiale e sono stato a Fiume nella spedizione di D’Annunzio, ho visto la Francia e la Germania più e più volte nel corso degli anni, ho studiato in America ed ho soggiornato in innumerevoli parti del mondo ma, tranne Sorrento, nessun altro luogo è riuscito a rapirmi come Napoli.

Ho passato ore ed ore a discutere delle sue leggende, dei monumenti che racchiude e delle tradizioni che la pervadono in ogni angolo mentre passeggiavo nel giardino di Palazzo Venezia, situato nella strada che adesso è dedicata al mio compagno di conversazioni: Benedetto Croce, il mio più caro amico.

Salvatore Di Giacomo ritratto da Roberto Pane.
Salvatore Di Giacomo ritratto da Roberto Pane.

È proprio con lui che dal gennaio del  ’43, quando iniziarono a cadere bombe con la stessa frequenza con cui cadeva la pioggia, mi trasferii a Sorrento. Insieme, scrivevamo per la liberazione, per tempi migliori in cui il fascismo sarebbe stato solo un ricordo. All’epoca avevamo già superato la soglia dell’età il cui inizia ad esserci il suffisso ‘anta’.
Troppo vecchi per combattere, volevamo comunque dare un contributo alla causa utilizzando l’unico mezzo con cui sapevamo di poter essere utili: le parole. Parole di conforto, incoraggiamento e di invito alla ribellione, erano le nostre, e mi piace pensare che, seppur in una piccola parte, anche le mie abbiano dato un impulso alla liberazione.

Ho scritto, disegnato e dipinto molto, nei 90 anni della mia vita: ho compiuto studi sui vari tipi di architetture di Napoli e dei suoi dintorni e sono stato un grande sostenitore della conservazione della bellezza, ovvero del restauro dei monumenti. Ho sempre creduto che l’apparenza originaria delle opere d’arte sia una parte fondamentale del loro valore, che i segni del tempo non debbano intaccare ciò che l’artista a voluto creare.

Nel ’36 decisi di raccogliere libri inerenti alla storia dell’architettura, a quella urbana, dell’arte e del restauro per facilitare le ricerche dei futuri studenti.  In effetti adesso, nella sede della facoltà di architettura situata a Monteoliveto, da quello che era un piccolo nucleo di volumi è nata una biblioteca di oltre 16000 titoli che dal 2002 porta il mio nome.

Negli anni ’50 dello scorso secolo, con l’amministrazione di Achille Lauro, ho visto la mia bella Napoli venire sommersa da edifici che ne distruggevano i meravigliosi paesaggi. Mi sono battuto per fermare questo scempio, ma si sa: quando ci sono di mezzo i soldi ogni senso etico viene annientato.

Nel 1961 diedi nuova vita alla rivista Napoli nobilissima, fondata molti anni prima dal mio amico Croce. Ne fui direttore fino alla morte, avvenuta improvvisamente a Sorrento nell’estate del 1987: un bel gioco di cifre visto che nacqui nel 1897!”

Inaspettatamente, così com’era arrivato, l’uomo si rimette il cappello, si alza e va via, divenendo sempre più evanescente fino a scomparire del tutto.

Vorrei dedicare questa storia a Carlotta Pane, la vera pronipote di quest’illustre uomo che oggi compie diciotto anni. Sono certa che avrai una vita grandiosa come la sua.

-Federica Russo
Il disegno è di Lisa Mocciaro!

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