L'ultimo dei Mohicani a Napoli: James Fenimore Cooper

L’ultimo dei Mohicani a Napoli: James Fenimore Cooper

L'ultimo dei Mohicani a Napoli: James Fenimore Cooper
James Fenimore Cooper

L’America, la gallina delle uova d’oro, la terra incontaminata da cui partire per iniziare una nuova vita. Eppure, sembra non essere altro che un mondo corrotto da dei ostili: il “denaro” e il “potere”.
Il sogno oltre-oceanico si è venduto al commercio e James Fenimore Cooper, dopo aver raccontato di un’America in lotta con se stessa ne “L’ultimo dei Mohicani”, e ormai afflitto dall’idea di una società che sembra irrecuperabile, decide di scappare. Di allontanarsi da una terra che non lo soddisfa, per un auto-esilio con la famiglia in Europa.

Nell’agosto 1826 Cooper giunge a Napoli, e si emoziona.
Soggiorna all’Hotel Crocelle, tra il Castel dell’Ovo e Santa Lucia.

Napoli all’alba “è un pezzo di cielo caduto in terra”. E’ vero quello che si dice.
Una città dalle viuzze strette, con le case arroccate sui colli, disordinate, ma estremamente spettacolari.

Chi è stato lo stupido che ha pensato di paragonare questa città a quella di New York?”- disse Cooper.

Come è stato possibile che qualcuno abbia potuto solo pensare che una realtà come quella americana possa essere paragonata alla magia che caratterizza la realtà napoletana.

Le strade di Napoli di notte sono come le nostre, o meglio come una o due in America, quando c’è una luna luminosa, e c’è stata una giornata calda. L’assenza di marciapiedi qui, e le enormi folle, fanno la differenza. Ma non conosco nessun posto che offre una scena come questa verso il tramonto. Immagina l’effetto in una strada, o forse sul lato di una collina, dove le case hanno sei o sette piani di altezza, le finestre tutte aperte sui cardini e con i balconi, e questi balconi si riempiono di persone che godono dell’aria fresca. Ho letteralmente visto strade senza neanche un balcone inoccupati.”


Lo scenario, quello della baia, lo sconvolge, incredibilmente.
Rimane senza fiato di fronte a quella cartolina, a quella città che a prescindere dalla sua altura sul livello del mare sorride al golfo.

E’ chiaro che gli affacci, balconi o finestre che siano, difficilmente si vedano vuoti.

“Immagina anche il piacere di sedere in un posto del genere, a un’ora così, e di affacciare su una città come Napoli, e una simile baia.”

E poi il Vesuvio, una costante compagnia di quella suggestione.
“Il Vesuvio è infatti, lontano da Napoli come le montagne della Staten Island da New York, ma l’acqua mente tra di loro.”
Lontano sì, ma allo stesso tempo parte di essa.
Non sarà altissimo, ma non ha metro di paragone con le altre montagne viste.

L'ultimo dei Mohicani a Napoli: James Fenimore Cooper
Gleanings in Europe – Italy


E poi i Napoletani. Vivono la città pubblica come se fosse il loro mondo privato.
“Litigare, ridere, cucinare, fare l’amore, mangiare, bere, dormire: tutti gli affanni della vita si fanno all’aria aperta”.

I lazzari napoletani hanno quella libertà nel vivere la vita degli indiani d’America.

E’ per questo che non ci si può limitare a giudicare Napoli dalla copertina, senza averla vissuta appieno. Senza conoscere Sorrento, Pompei, Capri e Ischia, Pozzuoli e Baia.

Senza aver provato il caffè, a sua detta “il primo buon caffè che abbia trovato in Italia”.

Sono quattro mesi indimenticabili che Cooper racconterà tra le lettere del suo “Gleanings in Europe – Italy” nel 1838, una volta rientrato in America.

 

 

Lidia Vitale 

 

BIBLIOGRAFIA
Cooper James Fenimore, Gleanings in EuropeItaly, Carey Lea and Blachard, Philadelphia, 1838

Razzano Pier Luigi, AmericaNa. Storie e itinerari di dodici scrittori americani a Napoli e in Campania, Edizioni Intra Moenia, 2015

 

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