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Palazzo d’Avalos: un carcere vista mare

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Quando si sbarca sull’isola di Procida, il primo pensiero va alla meraviglia dell’agglomerato di casette colorate che si arroccano lungo il porto. Ma poi lo sguardo comincia a vagare e si nota una fortezza a picco sul mare, quella fortezza è conosciuta da tutti come l’ex-carcere di Terra Murata, situato nel borgo da cui prende il nome.

L’edificio nasce sul finire del 1500, su volere di Cardinale Innico d’Avalos, la cui famiglia governò fino al 1700, come residenza nobiliare e solo nel 1830 fu trasformata da Ferdinando di Borbone come carcere. Questo cambio di rotta del palazzo rende ciò che vediamo oggi davvero singolare. Le linee gentili tipiche di un palazzo rinascimentale, gli stucchi sontuosi e gli archi che solcano le nobili scalinate, vengono brutalmente interrotti da muri divisori realizzati nell’800 per adattare il nobile edificio agli scopi penali. Così, gli ampi saloni divennero celle multiple, cubicoli stretti, laboratori o celle di isolamento. E gli intarsiati portoni in legno massello si trasformarono in doppie porte di legno duro sormontate da grate che, per controllare che non ci fosse nessuna manomissione, si dice fossero battute tre volte durante la notte: a mezzanotte, alle tre e alle sei, scandendo così i rintocchi notturni di un personale orologio delle notti procidane.

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A memoria di questo luogo, il dottore Giacomo Retaggio, che vi prestò servizio per 25 anni, fino alla chiusura nel 1988, racconta numerosi aneddoti nel suo libro “Carcere di Procida”.

Egli racconta che il palazzo originario non aveva perso totalmente la sua anima, anzi, all’interno del carcere si svolgeva addirittura un mercato, dove venivano vendute le merci che i detenuti producevano durante la loro vita di prigionia. Il carcere era infatti grande produttore di lino, e si dice ancora tutt’oggi che:

“non esiste a Procida ragazza che non abbia il corredo tessuto con il lino dei detenuti”.

Inoltre il dottore racconta di quanti personaggi, tutti differenti, popolarono le celle. C’era un tale, un califfo, nominato così per un suo presunto harem, che urlava continuamente contro le guardie:

“Curnute! A me me c’hanno purtato ccà dint, vuje ce site venute! Site carne vennuta!”


Purtroppo negli anni l’isola di Procida è stata anch’essa prigioniera del carcere come durante tutte le notti in cui, tutti i procidani erano costretti a spegnere le luci su tutta l’isola durante il trasporto di prigionieri di spicco per evitare attentati, come nel caso dei gerarchi fascisti. O come quando la sirena del carcere suonava acuta e angosciante lungo i vicoli stretti dei borghi.

Eppure se dopo questi momenti di tristezza gli isolani tornavano alla vita di tutti i giorni, ai prigionieri, per fuggire la loro triste esistenza, rimaneva solo guardare il mare.

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Foto di Carlo Lillini

Visita su prenotazione dalle 9.30 alle 14.00

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